“La questione meridionale” di Guido Pescosolido
- 15 Dicembre 2017

“La questione meridionale” di Guido Pescosolido

Scritto da Fabio Milazzo

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Le scansioni fondamentali della questione meridionale secondo Pescosolido

Il libro di Pescosolido tira le fila di un discorso a cui l’Autore lavora da tempo e che solo recentemente è stato sviluppato in un altro volume: Nazione, sviluppo economico e questione meridionale in Italia [Rubbettino, 2017]. Qui egli, attraverso un’articolata massa di dati, informazioni e rimandi, sottolinea la complessità della faccenda e, soprattutto, l’impossibilità di considerarla solo una questione economica, essendo essa al contempo effetto di nodi sociali, geo-politici e civili di lungo periodo. Alla luce di ciò l’Autore, già nell’Introduzione del volume,  fissa alcuni punti fermi a cui è giunto nella sua decennale riflessione:

  1.  «La condizione creatasi nel 1861 nello Stato unitario fu per il popolo italiano migliore e più progressiva dal punto di vista non solo politico-istituzionale, ma anche economico, sociale e civile, di quella sino allora vissuta all’interno degli Stati preunitari, nessuno escluso […]» (p.5)
  2. «il Mezzogiorno è stato parte integrante dello sviluppo capitalistico nazionale, e il mercato meridionale decisivo ai fini dell’avvio e del consolidamento dell’industrializzazione del Nord» (p.5), almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale
  3. «Nel secondo dopoguerra […] il peso del mercato meridionale si è attenuato, ma non è stato mai irrilevante» (p.5). Questo perché, come mostrato recentemente dalle analisi della Banca d’Italia, il Sud ha rappresentato – e rappresenta – «un mercato di sbocco fondamentale della produzione nazionale, pari a oltre un quarto di quella del Centro-Nord, oltre tre volte il peso delle esportazioni negli altri paesi della UE» (pp.5-6). Da qui ne deriva, come riconosciuto a suo tempo da Rosario Romeo, che se il Mezzogiorno rallenta o è in difficoltà a risentirne è tutto il Paese.

Posti questi punti fermi, che hanno il merito una volta esplicitati di inquadrare la narrazione di Pescosolido e l’ermeneutica di fondo che la organizza, l’Autore afferma che a parer suo c’è stato un momento «in cui lo Stato italiano avrebbe avuto tutte le possibilità di annullare il divario Nord-Sud» […]. E quel periodo è stato quello successivo al miracolo economico, a partire cioè dalla seconda metà degli anni sessanta col rinnovo del finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno» (p.6). Tesi forte, non scontata, se consideriamo quanto la Cassa abbia assunto nel discorso politico e nell’immaginario collettivo il valore paradigmatico di strumento di spreco e di malaffare. Ma è proprio la lunga consuetudine di Pescosolido con i dati e le informazioni riguardanti il rapporto Nord-Sud a consentirgli tesi come questa che, come lui stesso ammette, sono soggettive e, per certi versi, arbitrarie ma argomentabili. Fu infatti durante gli anni del miracolo economico – sostiene l’Autore – che non soltanto il Settentrione, ma l’Italia tutta «raggiunse l’obiettivo di divenire una società autenticamente industriale» (p. 7) e ciò mise il sistema-Paese nell’irripetibile condizione di uno slancio economico «non drogato dal debito pubblico, dall’inflazione e poi dalla svalutazione, come quello che invece fu realizzato negli anni ottanta-novanta del secolo scorso» (p.7).

Ma negli anni Settanta l’Italia «prese un’altra strada, e non a causa delle crisi petrolifere che colpirono come l’Italia tutti gli altri paesi industrializzati, ma a causa soprattutto del mutato clima nelle relazioni industriali e nelle linee strategiche adottate da movimenti sindacali e grandi forze politiche» (pp. 7-8). Il risultato di ciò fu «un’espansione dei salari, dei consumi, del welfare, della spesa pubblica, nettamente superiore agli incrementi di produttività realizzati in tutti i campi della vita privata e pubblica» (p.8). Tesi scomoda questa, seppur retrospettivamente giustificabile alla luce della situazione successiva. Pescosolido, nella sua disamina, ritiene anche altri i fattori che hanno impedito all’Italia di cogliere il momento giusto per ridurre il divario e portarlo su livelli da paese industrializzato normale: il fallimento delle classi dirigenti meridionali, dimostratesi incapaci di gestire proficuamente i fondi messi a disposizione dalla Cassa per il Mezzogiorno prima, dall’Europa poi; l’azione dei Tar, istituiti nel 1971, e ritenuti responsabili di rallentamenti costanti e di ostinata opposizione a «qualunque procedimento amministrativo» (p.8); e ancora la riforma del Titolo V e il successivo inasprimento delle tensioni istituzionali tra Stato, regioni ed enti locali.

Dagli anni Settanta in avanti la situazione è peggiorata e, venute meno le condizioni ottimali per migliorare la condizione del Sud, è tutto il Paese ad essere andato incontro a un progressivo peggioramento economico e finanziario. Soprattutto in riferimento a un’Europa all’interno della quale è l’Italia stessa ad essere diventata questione, tanto da essere posta di continuo davanti allo spauracchio di un’amministrazione controllata.

Le responsabilità della situazione sono diverse e anche in relazione a ciò Pescosolido va dritto al punto: se la politica e le classi dirigenti non sono state in grado di sfruttare i fondi, le risorse a disposizione e le congiunture favorevoli, anche la società civile nel suo insieme si è dimostrata incapace di arrestare il ristagno e la decadenza. Attestare le molteplici colpe e le plurime responsabilità se da una parte rischia di favorire una generale deresponsabilizzazione, dall’altra ha l’indubbio merito si segnalare sul piano analitico la complessità dei fattori in gioco, che non possono essere cancellati o ridotti in nome di una illusoria e semplicistica comprensione della questione. Come si risolve allora la questione italiana? Secondo l’Autore innanzitutto rilanciando gli investimenti e la crescita produttiva, diminuendo la disoccupazione, bloccando la partenza verso l’estero di ricercatori, studiosi e giovani brillanti, ma anche adottando politiche adeguate per ridurre il numero di cittadini sotto il livello di povertà. Questo perché – è la tesi centrale del volume – solo quando l’Italia avrà consolidato la sua crescita in termini assoluti, anche il Mezzogiorno si troverà nelle condizioni per ridurre lo svantaggio nei confronti della macro-area settentrionale.

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Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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