“La questione meridionale” di Guido Pescosolido
- 15 Dicembre 2017

“La questione meridionale” di Guido Pescosolido

Scritto da Fabio Milazzo

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La condizione attuale

Nel volume, dopo aver analizzato le radici di «un problema antico e irrisolto» (pp.17-26), aver mostrato la genealogia e gli sviluppi dei due diversi livelli di arretratezza che riguardano il Nord e il Sud d’Italia, nei loro rispettivi termini di paragone (pp. 27-64), l’Autore affronta – in un capitolo particolarmente interessante per la sua chiarezza e solidità (pp.65-76) – i termini e le cause di un divario aggravatosi in due snodi economici e politici particolarmente traumatici per l’economia del Mezzogiorno: l’estensione al Sud Italia, a partire dal 1861, «del regime doganale liberista che significò l’abbattimento dall’oggi al domani dell’80% della barriera protettiva rispetto alla concorrenza esterna» (p.66); il passaggio da una politica fiscale blanda, quale era quella borbonica, a «una che tassava molto e spendeva ancor di più» (p.66).

Eppure, da soli, i due snodi non spiegano la costruzione del divario, anzi –come evidenzia l’Autore – questi due elementi vennero pian piano metabolizzati dal Sud che riuscì, in un secondo momento, a trarne benefici, in particolare per lo sviluppo dell’agricoltura (p.70), tanto che l’introduzione della tariffa protezionistica del 1887 (p.83) penalizzò alla fine proprio l’agricoltura meridionale più dinamica e avanzata (p. 84). E fu in questa congiuntura che la scelta politica di favorire, in nome degli interessi della Nazione, lo sviluppo dell’industria a Nord, penalizzò l’imprenditoria agricola meridionale più dinamica, di fatto sancendo la sudditanza del Meridione nei confronti dell’industria italo-settentrionale (p.85). Infatti «il Mezzogiorno fu costretto […] ad acquistare i prodotti industriali del Nord a prezzi più alti rispetto a quelli dei prodotti stranieri sottoposti al dazio» (p. 85). Ciò determinò, per la prima volta dall’Unità, un periodo di flessione per il Pil del Mezzogiorno che solo nel 1896 sarebbe tornato ai livelli del 1887 (p.85). Non si può ovviamente ridurre l’intera vicenda del divario a queste contingenze, ma è nella storia degli effetti di queste scelte strategiche che va ricercato il fissarsi di un destino i cui sviluppi sono ben noti.

Guido Pescosolido sviluppa gli argomenti che abbiamo passato in rassegna in 12 capitoli, seguiti da una conclusione che tira le fila del discorso e che sottolinea come la storia del divario Nord-Sud non sia una storia conclusa ma neanche una vicenda unica, infatti «dislivelli territoriali di non grandi dimensioni esistono in effetti in tutti i paesi sviluppati dell’Occidente» (p. 163), questo per dire che un livellamento assoluto è assurdo, oltre che non auspicabile, poiché questa condizione «si può avere solo in condizioni di estrema povertà» (p.163). Ma non è una storia conclusa perché dopo la crisi del 2008 il divario, che abbiamo detto essere entro certi limiti comune, «resta di gran lunga il più consistente dell’Occidente (p.163) e per questo pone una serie di urgenti interrogativi alla società italiana, ma innanzitutto alla sua componente politica, inaggirabili e urgenti. È la ragione per cui, secondo l’Autore, «occorre realizzare sostanzialmente e compiutamente riforme politiche-istituzionali a livello nazionale (magistratura, rapporto Stato-regioni, ordine pubblico, scuola, cultura) e regionale (assistenza sanitaria, servizi sociali), producendo uno sforzo veramente deciso di moralizzazione e miglioramento professionale della classe dirigente meridionale» (p.164), sul cui livello sono concordi buona parte dei meridionalisti di ieri e degli analisti di oggi. Inoltre bisogna avere il coraggio politico di rilanciare «l’intervento pubblico non con intenti clientelistico-assistenziali, ma ricreando nel Mezzogiorno una capacità di offerta di beni e servizi affidata non allo Stato imprenditore, ma a un’industria privata messa in condizioni di operare in un contesto attrattivo e sicuro […]» (p. 164).

In conclusione un volume utile, sorretto da alcune interpretazioni e prese di posizioni nette, che non mettono in ombra la chiarezza espositiva e la lucidità con cui viene affrontato l’argomento. Un ulteriore utile tassello per la comprensione della questione a beneficio non solo degli studiosi ma, più in generale, di tutti gli interessati all’argomento.

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[1] Sul libro di Barbagallo mi sia consentito il rimando alla recensione da me scritta per Pandora-rivista: recensione aFrancesco Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Laterza, Roma – Bari 2013, pp. 244, in “Pandora-rivista” online, https://www.pandorarivista.it/articoli/la-questione-italiana-barbagallo/


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Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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