Ragione e governo: un estratto dal libro di Sara Valaguzza
- 18 Febbraio 2026

Ragione e governo: un estratto dal libro di Sara Valaguzza

Scritto da Sara Valaguzza

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Come può la scienza orientare le scelte politiche senza essere strumentalizzata? E come può la politica valorizzare la conoscenza senza rinunciare al proprio ruolo decisionale?

In Ragione e governo. Perché il futuro della politica dipende dal dialogo con la scienza – edito da Bocconi University Press / Egea con prefazione di Telmo Pievani – Sara Valaguzza indaga le potenzialità e le tensioni che attraversano la relazione tra politica e scienza, riflettendo su come la conoscenza scientifica possa costituire un riferimento essenziale per le decisioni pubbliche e promuovere la piena democraticità dei sistemi istituzionali. Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Bocconi University Press, un estratto del libro.


Lo studio della relazione tra politica e scienza non è una sfida solo dei nostri tempi: lo testimonia uno scritto pubblicato su Nature il 6 novembre 1930, tramandato da Bertrand Russell mentre ricostruisce la sua visione scientifica del mondo[1], in cui compare già, con una prima accezione problematica, la questione del rapporto tra esercizio del potere e scienza. Il punto di vista presentato mette in luce «il problema pratico di stabilire un giusto rapporto fra la scienza e la politica, tra il sapere e il potere, e più precisamente tra lo scienziato e il controllo e l’amministrazione della vita della comunità», problema che già allora veniva identificato come «uno dei più difficili che la democrazia debba affrontare»[2].

Nel suo testo su La visione scientifica del mondo, Russell, attraverso l’analisi della storia, precisa che la scienza è divenuta un elemento capace di cambiare le nostre abitudini a partire da Galileo e rileva come la capacità innovatrice della scienza, a partire dalla fine del XVIII secolo, sia andata di pari passo con il miglioramento delle condizioni dell’essere umano, creando una civiltà (scientifica) basata sulla conoscenza e sul potere di manipolazione della natura derivante dall’uso di tecniche che hanno introdotto significativi cambiamenti nella vita sociale e nelle istituzionali tradizionali, compresa una migliore organizzazione dell’ambiente di vita e di lavoro delle persone.

L’estensione del dominio di scienza e tecnica implica, già per Russell, un rischio per l’umanità: «Se, dunque, la civiltà scientifica vuol essere una buona civiltà, è necessario che l’aumento di sapere si accompagni ad un aumento di saggezza, per una giusta concezione degli scopi della vita, cosa che la scienza, da se stessa, non procura. L’aumento, perciò, della scienza sola non è sufficiente a garantire alcun progresso genuino, benché ne fornisca uno degli elementi indispensabili»[3]. Quindi, l’aumento della conoscenza, la crescita e il progresso delle nostre comunità possono sì migliorare le condizioni di vita, ma l’uso della strumentazione che la scienza mette a disposizione del potere richiede saggezza e fedeltà al bene comune, perché può portare, come ha già portato (non serve molta fantasia per pensare alla bomba atomica) anche a eventi nefasti.

Il bisogno di inserire contrappesi alle spinte della scienza e delle tecnologie è cruciale oggigiorno, per via del fatto che le attuali conoscenze hanno totalmente trasformato il rapporto dell’essere umano con il contesto naturale e il progresso scientifico deve convivere con il punto di vista dell’etica politica[4].

Il pericolo è che il veloce progresso tecnologico possa essere messo al servizio, al contempo, sia di interventi volti a perseguire il benessere della comunità sia di azioni meramente lucrative o comunque non adeguatamente caute rispetto alla tutela dei diritti fondamentali delle persone (come la salute, o la privacy). Sulle questioni etiche, per esempio, è caldo il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa, che sfugge al controllo delle scelte umane: ci si domanda se essi debbano adattarsi ai macro-principi giuridici globalmente riconosciuti, tra cui quello della responsabilità personale, o se, invece, debbano essere tali principi a modificarsi per adattarsi all’evoluzione delle conoscenze nelle mani dell’umanità; il sempre maggiore impiego dell’intelligenza artificiale, a diversi scopi, fa emergere, tra l’altro, l’esigenza di identificare le modalità e i termini di una standardizzazione dei parametri di giustizia, che dovrebbero, comunque, alimentare anche i ragionamenti e le evoluzioni dei cervelli digitali. Analoghe preoccupazioni sono suscitate dal pericolo di standardizzazioni “normativizzanti” di un pensiero dominante ispiratore, appunto, del cervello tecnologico.

Certo è che, fatte le dovute premesse e assunte le necessarie cautele, non è più immaginabile una politica che si stacchi dalla scienza e della tecnica per paura di conseguenze nefaste per l’umanità. La questione cruciale è, allora, definire la maniera in cui la tecnica e la scienza siano strumentali alla politica perché essa governi sapientemente nell’interesse generale.

In passato, il tema più problematico, nel rapporto tra politica e scienza, ha riguardato il profilo dell’indipendenza della scienza rispetto alla politica; nella storia, la scienza è stata, alternativamente, esaltata, strumentalizzata o tacitata, e perfino minata nella sua credibilità, a fronte dall’esigenza di piegare i ragionamenti scientifici alle decisioni di governo.

Accade che, quando la politica interferisce con la scienza tentando di condizionare i contenuti e gli esiti delle ricerche, la scienza possa perdere il contatto con il suo metodo; la relazione opportunistica tra politica e scienza deforma il metodo scientifico e, nelle peggiori delle ipotesi, finisce per far tacere la voce dei ricercatori.

Nel 1949, il professor Bohm, fisico dell’Università di Princeton, fu accusato di presunte attività antiamericane a causa dei suoi studi e fu arrestato per oltraggio al Congresso; il processo si risolse in pochi mesi, e il ricercatore fu assolto con formula piena, ma l’Università di Princeton decise di non rinnovargli il contratto.

Vicende gravi accadono ancora in vari Paesi d’Europa e nel mondo, specialmente in presenza di regimi totalitari.

Il fenomeno è talmente ampio che il numero degli accademici imprigionati o uccisi o che subiscono condanne è oggetto di una reportistica internazionale ad hoc[5], senza che ciò riesca, però, in alcun modo a combattere le drammatiche situazioni che vengono rilevate.

L’aggressività talvolta riversata contro gli scienziati è la conseguenza del fatto che la ricerca può avere risvolti politici: se lasciata libera di esprimersi, è in grado di denunciare mancanze o travisamenti della politica, evidenziare pericoli e danni, di confermare o screditare il percorso delle scelte e le assunzioni di chi governa.

Posto che la scienza ha il potere di dimostrare l’erroneità delle premesse assunte alla base delle determinazioni politiche e di sconfessare scenari promessi, è inevitabile che si generi una tensione tra politica e scienza, che, nei regimi democratici, può assumere le sembianze di un distacco reciproco e, in quelli autoritari, procura inaccettabili repressioni del pensiero.

Il rischio che la politica tenda a soffocare il pensiero scientifico non deve essere sottovalutato, anche se, attualmente, la preoccupazione maggiore, almeno in relazione ai Paesi europei, concerne, come si è sottolineato, l’assenza di basi scientifiche delle politiche pubbliche.

Le gravi conseguenze di una politica superficiale e menzognera, non in grado di affrontare efficacemente le crisi moderne, sono sotto gli occhi di tutti. La dimensione globale delle sfide moderne, i mutamenti nel modo di apprendere le informazioni, gli attuali modi di comunicare e relazionarsi, la facile manipolazione del pensiero altrui, la conseguente polarizzazione delle menti, le complessità della nostra società, rappresentano solo alcuni dei fattori che mettono a dura prova le basi fondanti delle moderne democrazie e la politica, intesa nella sua dimensione pratica, come capacità di gestire al meglio il bene comune.

D’altra parte, si discute molto, negli ultimi tempi, di quale sia la strategia per promuovere forme di progresso senza limitare o compromettere i diritti delle persone, di quali siano i limiti che il sistema giuridico pone per evitare che scienza e tecnica aggrediscano i principi fondamentali degli ordinamenti giuridici contemporanei.

La prospettiva in cui le politiche assumono un compito regolatorio – per esempio nei confronti dell’intelligenza artificiale, della biomedicina o dell’esplorazione aerospaziale – è cruciale per creare un sistema di protezione e garanzie che permetta alla conoscenza di crescere, ma che, al contempo, crei barriere invalicabili a protezione, tra l’altro, dei diritti personali, oltre che dei doveri costituzionali e degli scenari evolutivi di una moderna democrazia cosmopolita.

Non a caso, al livello del diritto internazionale, è da tempo riconosciuta l’esigenza di regolamentare la ricerca scientifica e lo sviluppo di nuove tecnologie «secondo logiche che valorizzino considerazioni di ordine etico, sociale o ambientale»[6], appurato che «il fine cui il diritto deve aspirare è quello di garantire che il progresso scientifico e tecnologico contribuisca, anziché porre problemi ulteriori, al raggiungimento degli obiettivi indicati come prioritari dalla comunità degli Stati, quali anzitutto quelli indicati dall’Agenda Globale delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile»[7].


[1] Bertrand Russell, La visione scientifica del mondo, Laterza, Roma-Bari 2019 (1931), pp. 157 ss.

[2] Bertrand Russell, La visione scientifica del mondo, op. cit., p. 160.

[3] Bertrand Russell, La visione scientifica del mondo, op. cit., p. 7.

[4] Rapporto sul quale riflette ampiamente, con interessanti spunti anche per un nuovo inquadramento del principio di sviluppo sostenibile, Eduardo Parisi, Il principio dello sviluppo sostenibile nell’ordinamento altruista, Editoriale scientifica, Napoli 2025.

[5] Si veda Scholars at risk, SAR Annual Report 2021-2022, 13 dicembre 2022.

[6] Cfr. l’interessante monografia di Chiara Ragni, Scienza, diritto e giustizia internazionale, Giuffrè, Milano 2020, p. 10.

[7] Chiara Ragni, Scienza, diritto e giustizia internazionale, op. cit., p. 12.

Scritto da
Sara Valaguzza

Professoressa ordinaria di diritto amministrativo all’Università Statale di Milano. Studiosa del diritto pubblico nazionale, europeo e internazionale, è esperta di politiche pubbliche e coordina gruppi di ricerca sui temi del procurement pubblico, della rigenerazione urbana e delle politiche ambientali. Si occupa inoltre di contenzioso climatico e di regolazione aerospaziale. È coordinatrice scientifica del Laboratorio sul diritto delle costruzioni dell’Università Statale e presidente dell’Associazione Europea del partenariato pubblico privato. Tra le sue pubblicazioni: “Ragione e governo. Perché il futuro della politica dipende dal dialogo con la scienza” (BUP 2026).

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