“La condizione giovanile in Italia”. Il Rapporto Giovani 2019 dell’Istituto Toniolo
- 15 Luglio 2019

“La condizione giovanile in Italia”. Il Rapporto Giovani 2019 dell’Istituto Toniolo

Recensione a: La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2019, Il Mulino, Bologna 2019, pp. 304, euro 22 (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

Il Rapporto Giovani 2019, condotto dall’Istituto Giuseppe Toniolo e giunto alla sesta edizione, traccia una panoramica della condizione giovanile in Italia, attraverso una chiave di lettura che è quella del presente, inteso come tempo di attesa, piacere, svago e interazione in vista della costruzione di un futuro personale e collettivo. Edito da il Mulino, il volume analizza in quasi trecento pagine svariati aspetti caratterizzanti il percorso di transizione alla vita adulta, offrendo un quadro generale sui comportamenti, gli orientamenti di valore, le speranze e i desideri delle nuove generazioni: dal fenomeno della povertà educativa a quello dei Neet, dal rapporto con la casa e la famiglia d’origine al civismo, passando per il consumo di alcolici e per i meccanismi alla base delle reti amicali, il Rapporto Giovani fornisce una fotografia della situazione attuale dei giovani, tra difficoltà sempre maggiori e opportunità da cogliere. Il volume, arricchito inoltre dai risultati dell’indagine mondiale online svolta in preparazione al Sinodo dei Giovani 2018 e da due approfondimenti territoriali sulla Campania e sulla Lombardia, è costellato da dati, sondaggi, rilevazioni e tabelle, rappresentando così una preziosa mappa per orientarsi tra le inquietudini e speranze dei giovani.

Alcuni dati introduttivi aiutano a comprendere il contesto al quale ci stiamo riferendo. Secondo un’indagine internazionale dell’Istituto condotta a luglio 2018, un giovane-adulto (in età 20-35 anni) su quattro considera elevata la possibilità di trovarsi senza lavoro a 45 anni, valore che sale a 1 su 3 dopo i 30 anni, a riprova di come il meccanismo di disillusione operi nel periodo di transizione verso il mondo del lavoro; questa sfiducia separa l’Italia dal relativo ottimismo della Germania e dei pasi nordici avvicinandola invece alla Spagna. Determinante è anche, come vedremo meglio andando ad analizzare il fenomeno della povertà educativa, il peso del titolo di studio, al quale corrisponde una maggiore o minore sfiducia nei confronti del futuro: in particolare, il timore di diventare adulti inattivi sale a 4 persone su 10 tra chi ha un basso titolo di studio.

«Nel complesso, i dati e le analisi proposti nel Rapporto Giovani 2019 evidenziano la persistenza di elementi di difficoltà oggettiva in un clima di bassa fiducia nelle istituzioni e alta insicurezza verso il futuro. Metaforicamente, siamo un paese che non ha ancora superato pienamente la conradiana “linea d’ombra” in questo secolo. La conseguenza è un tempo presente in cui i desideri faticano a diventare progetti di vita ai quali mettere solide basi, e in cui gli orientamenti di valore e le nuove sensibilità stentano a trasformarsi in impegno collettivo a cambiare la realtà circostante» (p.18).

Rapporto Giovani 2019

Tra i numerosi spunti sollevati dal volume, quello relativo al fenomeno della povertà educativa – la cui complessità traduciamo sinteticamente con l’abbandono degli studi da parte dei giovani prima di aver completato un percorso di formazione professionale o di istruzione secondaria di secondo grado – merita grande attenzione. «La scuola ha un unico problema: i ragazzi che perde» ebbe a dire don Lorenzo Milani intorno alla metà degli anni Sessanta, individuando così uno dei maggiori problemi della scuola italiana che tutt’ora rimane di strettissima attualità. In Italia il tasso di Esl (early school leavers, giovani in età compresa fra i 18 e i 24 anni privi di un titolo di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale) è diminuito notevolmente negli ultimi anni, dal 25,1% del 2000 (a fronte di una media europea del 17,6%) al 14% (circa 580.000 giovani) del 2017, ma rimane ancora lontano dall’obiettivo comunitario del 10% e dalla media europea. Tra i fattori che maggiormente incidono su questo fenomeno vi è la trasmissione intergenerazionale del livello di istruzione raggiunto e, più in generale, le influenze della famiglia d’origine. Ad esempio, come si evince dalla rilevazione del 2016, quasi il 70% dei giovani non diplomati presentano una carriera simile a quella del padre (comunque con un -8,7 rispetto al 2012).

«In un contesto come quello italiano caratterizzato da un debole raccordo tra scuola e mercato del lavoro, l’uscita precoce dal sistema scolastico espone i giovani a un bivio: da una parte la possibilità di avviare  più precocemente la carriera lavorativa, e di anticipare con essa l’uscita di casa e la costituzione di una propria famiglia d’elezione, dall’altra, il rischio di rimanere esclusi sia dal circuito della formazione sia da quello del mercato del lavoro per lunghi periodi, in una fase della vita cruciale per la maturazione di attitudini, competenze ed esperienze sulle quali costruire la propria identità e la collocazione nella società come cittadini adulti. Nel periodo 2012-2016, i dati evidenziano una diminuzione delle opportunità occupazionali per i giovani privi di un titolo secondario superiore, accanto ad un aumento della quota di giovani in condizioni di Neet molto più consistente rispetto alla fascia dei giovani con almeno un diploma» (p.48).

Comprendere il fenomeno dei Neet risulta imprescindibile se si vuole studiare la condizione giovanile in Italia. L’acronimo racchiude al suo interno una pluralità di tipologie di giovani differenti, tanto da rendere difficile partorire una definizione univoca: in particolare, tra i Neet troviamo coloro che hanno terminato un ciclo di studi ma che non sono riusciti ad inserirsi nel mondo del lavoro, quelli che hanno abbandonato la formazione senza intraprendere nuovi percorsi, chi per scelta decide di non impegnarsi in attività non attinenti ai propri studi o non abbastanza redditizie e, ancora, chi è costretto ad abbandonare un percorso formativo o lavorativo per occuparsi della cura di un familiare [Alfieri, Rosina et al. 2015; Eurofound 2016].

Tra gli uomini i Non-Neet sono il 77,3, contro il 22,7 di Neet, mentre per le donne il 70,8 è Non-Neet e il 29,2 Neet (Rilevazione 2017); rispetto al titolo di studio, tra gli appartenenti alla categoria Post-laurea (Dottorato/Master) i Non-Neet sono l’87,0 e i Neet il 13, mentre tra coloro che possiedono solo la licenza di scuola media inferiore i Non-Neet sono il 50,7, i Neet il 49,3; al Nord e al Centro i Neet si aggirano attorno al 20, mentre al Sud e nelle isole superano il 25;  interessante è inoltre il dato riguardante la distribuzione dei Neet rispetto alla classe d’età: il valore minimo, 20,5, lo si registra per la fascia di età dai venti ai ventidue anni e il valore massimo, 28,8, lo si registra nella fascia dai ventinove ai trentun anni.

In definitiva, dal Rapporto Giovani si evince come il rischio di scivolare nella condizione di Neet è maggiore per i giovani – in particolare le donne – con basse credenziali formative e che vivono in un contesto territoriale poco sviluppato e con scarse opportunità.

La condizione giovanile in Italia: conclusioni

Le successive pagine sono focalizzate sul rapporto tra valori e casa d’origine, sul civismo e la legalità, sul consumo di alcolici e sulle reti amicali. In estrema sintesi, quello che emerge dalla lettura è che i giovani, in relazione ai valori sovraordinati individuati dallo psicologo sociale Shalom H. Schwartz (Autodirezione, Stimolazione, Edonismo, Successo, Potere, Sicurezza, Conformismo, Tradizione, Universalismo, Benevolenza), nella fase di uscita dalla famiglia di origine registrano valori più bassi nella dimensione della Conservazione (sicurezza, tradizione, conformismo) e più alti in quella dell’Autotrascendenza (apertura, tolleranza, convivenza pacifica). Per quanto concerne la legalità, i giovani la ritengono necessaria per la regolamentazione del vivere sociale e ne auspicano un incremento, anche andando ad agire alla radice, ovvero l’educazione; la cittadinanza attiva, si legge, si sviluppa prevalentemente nell’ambito dell’educazione familiare, mentre risultano meno efficaci i corpi intermedi e gli agenti mediatori.

Sul consumo di alcolici, il volume svolge un’operazione demistificatoria rispetto alla retorica sul rapporto tra giovani e alcool: la maggioranza dei giovani italiani consuma in maniera moderata, anche in conseguenza della cultura del bere mediterranea e tradizionale. Vi è poi un’analisi sulle reti amicali e in particolare sull’importanza della socializzazione al fine della determinazione dell’identità dell’individuo.

Tutti questi aspetti, che nel volume vengono affrontati con dati e tabelle, vanno inquadrati all’interno del più ampio contesto socio-culturale, descritto con precisione nel capitolo dedicato alla cultura della legalità – ma, appunto, comune e imprescindibile per ogni discorso sulle nuove generazioni finora trattato.

«Nel lungo periodo, secondo i sociologi della tarda modernità, si è assistito a un progressivo allentamento della normatività esterna agli individui in favore di un’accresciuta centralità degli ideali di autorealizzazione. Questo spostamento della normatività dai valori riferiti al Noi a quelli riferiti al Sé, se da un lato ha comportato a una crescita della libertà nella responsabilità degli individui [Cesareo e Vaccarini 2006], dall’altro li ha esposti maggiormente ai rischi di isolamento, fallimento e disgregazione dei legami sociali [Bauman 2000; Beck 2000]. L’indebolimento delle fonti tradizionali di legittimazione dei valori e delle norme – in primis la religione e le ideologie politiche – e la crescente esposizione a sistemi di valori eterogenei propri delle società multiculturali, ha portato sempre di più gli individui a elaborare le proprie condotte cercando riflessivamente una mediazione tra premure personali e opportunità contingenti [Archer 2012] piuttosto che applicando schemi prefissati riferiti a valori condivisi» (p.105).

In questo contesto, fragile ma al tempo stesso ricco di opportunità e libertà, si muovono i giovani. Il Rapporto Giovani 2019 dell’Istituto Toniolo ha il merito di ricordarci quanto sia necessario investire su di loro, cercando di combattere il diffuso sentimento di sfiducia e rassegnazione. Queste pagine descrivono in modo puntuale la condizione giovanile, senza cadere nella retorica o in un deleterio approccio paternalistico. Rappresentano in questo modo un ottimo contributo ad un dibattito, quello sui giovani, fin troppo silenzioso, che va necessariamente vivacizzato e arricchito con ricerche, approfondimenti e analisi. Un buon punto di partenza per iniziare un percorso di più ampio respiro.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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