Quale società per il XXI secolo? Il rapporto dell’IPSP – International Panel on Social Progress

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L’IPSP e il progresso sociale: cos’è e come ottenerlo

Il secondo panel della giornata, “Cos’è il progresso sociale e quali sono le linee di tendenza?”, ha visto succedersi gli interventi di Gianluca Grimalda (IFW Kiel) per l’IPSP, Lorenzo Sacconi (Statale di Milano, Forum Disuguaglianze Diversità) e Luca De Fraia (ActionAid Italia). Per quanto riguarda la definizione del concetto di progresso sociale, si è ribadita la necessità di rispettare il pluralismo di idee e opinioni su ciò che è “bene” per la collettività, rigettando però qualsiasi relativismo assoluto. Tale concetto poggia su alcuni valori fondamentali (fra i quali spiccano in quanto indiscutibili quelli di “libertà” e di “benessere”) e su alcuni principi fondamentali, che declinano in maniera differente tali valori, ma soprattutto le strategie per raggiungerli, anche se è stato fatto notare come questa distinzione fra “valori” e “principi” sia passibile di critica, così come arbitraria è l’individuazione dei valori stessi in una lista, che può essere allo stesso tempo incompleta e ridondante (in quanto alcuni valori potrebbero sovrapporsi ed includersi l’un l’altro). In ogni caso, una definizione minima comune a tutte le varie sfumature presentate nel rapporto è quella contenuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, con l’enunciazione del Principio di Uguale Dignità. Quanto alle tendenze, in generale si è riconosciuto come sicuramente si possa parlare di un effettivo progresso sociale nel corso dell’ultimo secolo, ma è altrettanto sicuro il fatto che diverse linee di tendenza positive si stiano esaurendo, se non addirittura invertendo. È il caso della distribuzione della ricchezza e dei redditi (dove non va trascurato anche il ruolo della “pre-distribuzione”, cioè della necessità di intervenire anche sulle strutture di controllo del capitalismo e di considerare le imprese come istituzioni passibili di modifiche e cambiamenti, al pari di quelle pubbliche) così come dell’impatto dei cambiamenti climatici.

La terza sessione, “Politiche di benessere per il 21° secolo” si è incentrata sull’ottavo capitolo del Rapporto, illustrato da Ruben Lo Vuolo (CIEPP, Argentina) e commentato da Elena Granaglia (Roma Tre, Forum Disuguaglianze Diversità), Giuseppe De Marzo (Rete dei Numeri Pari, Libera) e Michele Raitano (Sapienza). Gli assi di intervento individuati nel rapporto sono diversi: il contrasto alla concentrazione di reddito e ricchezza, la promozione del benessere non solo in senso materiale ma anche in senso personale e soggettivo, l’assenza di una “convergenza di fondo” del sistema capitalistico, che presuppone il fare i conti con l’impossibilità di trovare una forma unica con cui esso si organizza o si rapporta alla democrazia, motivo per cui è altrettanto impossibile individuare una “ricetta” unica, valida sempre e ovunque. In questo quadro, il rapporto suggerisce che il potere statuale, pur fortemente limitato dalla globalizzazione, ricopre ancora un ruolo centrale e determinante, con di fronte a sé la sfide importantissime di combinare l’istituzione-mercato con un nuovo “empowerment sociale”, affrontando il perseguimento dell’uguaglianza come una vera e propria “strategia di sviluppo” e non solo come valore guida. Tale strategia si basa su tre pilastri, il primo dei quali è il legame a doppio filo tra compressione della dispersione salariale e incentivo all’innovazione, senza la quale non si potrebbe invertire la tendenza per cui le imprese più produttive sono anche quelle che domandano meno forza lavoro, generando ulteriori fratture nel mondo del lavoro. Il secondo è quello dell’espansione delle politiche universali, mentre il terzo riguarda le politiche di entitlement, in particolare reddito di base, imposta sull’eredità ed eredità “di base” (così come proposta da Anthony Atkinson) ed infine democratizzazione delle organizzazioni economiche. Durante questo panel si è avuta dunque l’occasione per entrare più marcatamente nell’attualità, con la discussione del “reddito di cittadinanza” recentemente approvato dal governo italiano. I relatori sono stati unanimi nell’osservare che, a dispetto del nome, tale misura ha poco a che vedere con le varie forme di reddito di base, configurandosi piuttosto come una forma di workfare. Per essere pienamente efficace invece, dovrebbe anzitutto essere complementare alle altre misure di welfare, non un sostituto, ma soprattutto dovrebbe essere per quanto possibile universale e incondizionato, distaccandosi dalle politiche attive del lavoro. Andrebbe poi declinato secondo le caratteristiche del sistema economico del Paese in cui viene istituito, sempre nell’ottica del riconoscimento delle “specificità nazionali” del capitalismo, per cui a diverse caratteristiche specifiche dovrebbero corrispondere diversi redditi di base. Si è anche sottolineato come anche la politica monetaria ha un suo ruolo nella lotta alle disuguaglianze, specialmente quelle su scala mondiale. Infatti, è bene ricordare come esistano solo poche monete veramente “internazionali” (il Dollaro, l’Euro, più recentemente il Renminbi cinese), mentre la gran parte delle altre valute è ad esse strettamente legate. Vanno quindi considerati anche gli aspetti distributivi della denominazione in Dollari o in Euro dei debiti pubblici dei Paesi in via di sviluppo.

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Massimo Aprea ha conseguito nel 2018 la laurea in Economia politica presso l'Università La Sapienza di Roma. I suoi interessi riguardano le disuguaglianze e le politiche in grado di fronteggiarle efficacemente. Attualmente è dottorando in Economia politica presso l'università La Sapienza di Roma. Gabriele Palomba è dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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