Quale società per il XXI secolo? Il rapporto dell’IPSP – International Panel on Social Progress

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Immigrazione e populismi in Europa

La prima delle due sessioni pomeridiane si è occupata di immigrazione in Europa, tema centrale nel dibattito politico nazionale ed internazionale oltre che variamente connesso a molte dimensioni del progresso sociale descritte nel rapporto. Dal lato dell’emigrante la questione è piuttosto ovvia: che sia per sfuggire alla guerra o al bisogno, si lascia il proprio paese di origine nella speranza di migliorare la propria condizione esistenziale o quella dei propri cari, in altre parole per perseguire quell’empowerment di cui si è detto nella prima parte di questo articolo. Dal lato del paese ospitante, tuttavia, la questione può essere più complessa. L’immigrazione, infatti, soprattutto se non accompagnata da adeguate politiche di integrazione, può essere percepita come una minaccia alla sicurezza o all’identità culturale. Inutile dirlo, il ruolo della politica nel determinare o alimentare tali percezioni è cruciale.

Questi ed altri temi sono stati affrontati nella sessione da Gianluca Grimalda, di nuovo in rappresentanza dell’IPSP, Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone e collaboratore della cattedra di Filosofia del diritto all’Università di Roma Tre e Manuela De Marco, membro dell’ufficio politiche migratorie della Caritas italiana e curatrice del Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes.

L’intervento iniziale ha posto le basi “scientifiche” della discussione, fornendo una serie di dati e inquadrando il fenomeno dell’immigrazione nell’ambito dei trends demografici internazionali. A tal proposito, Grimalda ha individuato tre fasi demografiche che hanno contraddistinto il continente europeo a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Una di boom (tra il 1950 e il 1980) con un incremento della popolazione di circa il 26% e un’immigrazione netta complessiva vicino allo zero, una di rallentamento (1980-2010) con un incremento della popolazione limitato al 6% e un’immigrazione netta intorno ai 30 milioni di persone e una fase attuale, iniziata intorno al 2010 e i cui tratti non sono definibili con certezza a meno di un considerevole invecchiamento demografico: il Vecchio Continente diventerà vecchio a tutti gli effetti, anche stimando un flusso annuo di immigrazione netta di un milione di persone, nel medio periodo la percentuale di ultra-settantenni si assesterà intorno al 62%. Un dato questo, senz’altro rilevante per la politica migratoria, ma su cui è necessario improntare un’ampia riflessione che consenta di adattare alle nuove esigenze della popolazione il sistema sanitario, quello pensionistico, la divisione del lavoro, e perché no, la politica industriale. Altro aspetto cruciale di questa nuova fase demografica che ci riguarda da vicino è quello che vede il Sud Europa, nonostante i cospicui flussi migratori in entrata, come zona di emigrazione netta nel periodo 2010-2015. Tra le altre cose, questo dato preoccupante ci dovrebbe far riflettere molto seriamente sulle politiche economiche e sociali messe in atto in questa parte del continente dopo lo scoppio della grande crisi nel 2008.

L’immigrazione e le politiche messe in atto per la sua gestione, insomma, avranno senz’altro un impatto significativo sull’Europa del futuro. Ma il segno di tali politiche dipenderà in modo cruciale dalla percezione del fenomeno migratorio da parte della popolazione europea. Gli interventi di Patrizio Gonnella e di Manuela De Marco, si sono dunque concentrati su un aspetto cruciale a tal proposito: la relazione tra immigrazione e criminalità.

Secondo Patrizio Gonnella, la diffusa percezione di insicurezza è dovuta in primo luogo al graduale smantellamento del sistema di sicurezza sociale iniziato nei primi anni ’80 e manifestatosi nell’abbandono delle politiche abitative, nella flessibilizzazione dei contratti del lavoro, nell’incremento dei costi della sanità. L’immigrazione non ne è una causa primaria. Il fenomeno migratorio, tuttavia, viene strumentalizzato politicamente, spesso senza tenere conto dei dati a disposizione, da forze politiche che fanno appello all’ampia platea di persone che, rese fragili dalle politiche sanguinose degli ultimi anni, cercano da un lato un capro espiatorio e dall’altro un gruppo sociale al quale identificarsi. Per chi vuole difendere i diritti degli immigrati in quanto persone particolarmente esposte e vulnerabili, dunque, si pone con grande forza il tema della capacità di incidere nella narrazione politica. Secondo Gonnella, l’argomento identitario non può essere sconfitto da considerazioni di stampo accademico sulla potenziale “utilità” degli immigrati (che sia per la sostenibilità del sistema pensionistico o per la copertura di settori produttivi che gli italiani non vogliono più ricoprire) ma da considerazioni di tipo ideale, dalla capacità di proporre una società solidale e umana. Come si può facilmente comprendere, in questa ottica la proposta di politiche efficaci e ragionevoli è fondamentale, ed è in questa direzione che si è sviluppato il resto della discussione.

Nel contesto di un sistema di sicurezza sociale ridotto al minimo e di scarse politiche di integrazione (ulteriormente ridimensionate dal recente decreto sicurezza) la popolazione straniera rappresenta alcuni problemi di ordine pubblico. Il dato citato da Gonnella e, in seguito, anche da Manuela De Marco, è quello della sovra-rappresentazione della popolazione straniera tra i detenuti. Se gli immigrati, infatti, sono circa l’8% della popolazione residente (poco più di 5 milioni di persone) sono poco più del 34% dei detenuti. Un dato a prima vista molto significativo. Il dato, tuttavia, rimane incompleto se non si tiene conto di una serie di altri fattori. In primo luogo, come sottolineato da entrambi i relatori, la percentuale di detenuti stranieri è rimasta costante negli ultimi 10 anni a fronte di un significativo aumento della popolazione straniera (circa +1,4 milioni di persone) indicando che meno stranieri tendono a delinquere. Altra questione fondamentale è quella del gruppo etnico di appartenenza. I rumeni, ad esempio, stanno calando tra la popolazione detenuta dal momento che stanno ormai nascendo le seconde e terze generazioni. Questo da un lato favorisce l’integrazione culturale e dall’altro aumenta il tasso di fiducia dei cittadini italiani verso quella specifica etnia. Infine, un dato di grande importanza è la presenza delle donne all’interno dei gruppi etnici di immigrati. Come è facile immaginare, la presenza delle donne riduce significativamente il tasso di criminalità. A questo proposito sono di fondamentale importanza le politiche di ricongiungimento familiare. Entrambi i relatori, insomma, insistono sull’integrazione come unico vero rimedio ai problemi di carattere sociale posti dal fenomeno migratorio.

Tratto distintivo dell’intervento di Manuela De Marco è stata la denuncia di quattro aspetti della politica migratoria italiana: la mancanza di vie legali d’accesso in grado di ridurre i viaggi della speranza e di poter distinguere veramente i rifugiati da chi cerca una migliore fortuna economica nel nostro paese, la tolleranza verso situazioni di gravissimo sfruttamento di lavoratori immigrati (vengono alla mente i campi di arance di Rosarno), la carenza di politiche di inserimento lavorativo degli immigrati per non dover regolarizzare seriamente ampi settori del mercato del lavoro italiano e la politica di esternalizzazione delle frontiere, che, anche a causa del totale disinteresse dell’Unione Europea, si è dimostrata del tutto inefficace. Che fare dunque? I due relatori di questa interessante sessione concordano sul fatto che debba essere promossa l’integrazione nell’ambito di una visione della società e della nazione come luogo di solidarietà e di aiuto verso i più deboli. Peraltro, la messa in atto di politiche per l’integrazione, oltre al valore in sé di aiutare una categoria di persone tra le più vulnerabili, potrebbe avere un significativo impatto positivo sul mercato del lavoro italiano.

L’ultima sessione della conferenza si è occupata di un altro dei grandi temi di questo tempo: il populismo e il futuro della democrazia, un tema talmente ampio e complesso, che in queste note è possibile solamente commentare brevemente alcuni degli spunti più interessanti emersi nella discussione. La relazione introduttiva è stata quella di Nadia Urbinati, docente di teoria politica presso la Columbia University e rappresentante dell’IPSP. Un primo passo interessante del suo intervento è stato quello di scegliere di non dare una definizione precisa di populismo, che si configura come un “animale strano” che, come messo in evidenza molto bene da Luca Scuccimarra, professore di storia delle dottrine politiche presso l’Università la Sapienza e secondo relatore della sessione, si innesta su una serie di crisi profonde nell’ambito delle democrazie occidentali: la crisi di sovranità, causata, tre le altre cose, dal processo di globalizzazione, la crisi di complessità e la crisi di discorsività, ovvero la sostanziale diversità di linguaggio e incomprensione tra l’establishment politico tradizionale e la popolazione.

Altro passaggio cruciale dell’intervento di Nadia Urbinati è quello che tratteggia il legame indissolubile tra populismo e democrazia. Il populismo, infatti, opera una trasformazione della rappresentanza democratica. Si passa dall’elezione di una figura rappresentativa di una parte (partito) ad un leader che si fa interprete direttamente del popolo, che si fa popolo. Il momento dell’elezione si trasforma così in un momento di investitura quasi fideistica e di legittimazione di un programma di governo necessariamente di rottura (almeno in alcuni aspetti) rispetto al passato. In questo discorso si inserisce l’interessante intervento di Giovanni Moro, ex segretario dell’organizzazione Cittadinanzattiva, che, sottolineando la crisi del modello democratico fondato sulla partecipazione dal basso, insiste sulla necessità di comprendere le ragioni dei populismi e, in particolare, il sentimento contrario ad una élite sociale che ha saputo tutelare i propri interessi a scapito di quelli di tutti gli altri.

La grande domanda che rimane aperta, dunque, è quella se sia necessario preoccuparsi del populismo, ossia di una forma si rappresentanza politica che, pur non intaccando la struttura formale della democrazia, ne cambia l’interpretazione.

Le conclusioni, affidate a Gian Paolo Rossini, professore di Politica economica all’Università di Bologna e membro dell’IPSP e a Olivier Bouin, hanno posto l’accento su due questioni fondamentali: in primo luogo, per promuovere il progresso sociale è necessario adottare una prospettiva interdisciplinare che consenta di cogliere la profonda interconnessione delle sue varie dimensioni. In secondo luogo, che non è possibile ignorare il carattere globale delle sfide (in primis quella ambientale) che attendono l’umanità in questo periodo così complesso e, al contempo, gravido di possibilità.

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Massimo Aprea ha conseguito nel 2018 la laurea in Economia politica presso l'Università La Sapienza di Roma. I suoi interessi riguardano le disuguaglianze e le politiche in grado di fronteggiarle efficacemente. Attualmente è dottorando in Economia politica presso l'università La Sapienza di Roma. Gabriele Palomba è dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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