Providing for the Common Defense. Rischi e ambiguità del rapporto della NDSC: una lettura storica
- 10 Gennaio 2019

Providing for the Common Defense. Rischi e ambiguità del rapporto della NDSC: una lettura storica

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Una lettura storica della postura militare americana

Il salto temporale ci riporta a più di settant’anni fa, quando nell’aprile del 1950 l’amministrazione Truman decise di approvare il NSC 68. Il paper, all’epoca secretato, fu elaborato da un apposito gruppo di studio, commissionato da Truman all’indomani della presentazione del progetto per la Bomba H, con lo scopo di apportare una completa revisione della strategia di sicurezza nazionale[3]. Il team era composto da analisti provenienti dai principali segmenti dell’amministrazione, con una spiccata rappresentanza del Dipartimento di Stato e del Pentagono (Paul Nitze, direttore e successore di George Kennan al Policy Planning Staff, presiedeva il gruppo con il supporto di Truman Landon, rappresentante del Joint Chiefs of Staff). Ritenuto dalla storiografia ufficiale come l’approdo finale della strategia del contenimento dell’Unione Sovietica, tuttavia il documento si distaccò dalla visione originaria di Kennan – che prediligeva un approccio politico-economico – per il fatto di auspicare una rapida militarizzazione della politica estera americana. Ciò che toglieva il sonno a Dean Acheson – all’epoca Segretario di Stato – a Nitze e a molti altri cold warriors dell’epoca era la concomitanza di numerosi fattori: la supremazia convenzionale (in termini di manpower e readiness) dell’Armata Rossa; la perdita del monopolio atomico nell’agosto del 1949 con la prima detonazione di un dispositivo nucleare sovietico; la caduta della Cina nelle mani del regime comunista di Mao Zedong; l’inasprimento della competizione, ideologica e geopolitica, tra le due superpotenze in tutto il globo (il che, qualche anno più tardi, avrebbe condotto a elaborare la celebre dottrina del Domino); e infine la preoccupante smobilitazione delle forze armate americane.

Secondo le raccomandazioni della NSC 68, una strategia di contenimento, oltre a promuovere il recupero economico e la stabilità politica del mondo libero – il Piano Marshall e la Dottrina Truman ne erano stati i principali pilastri – non poteva prescindere da una forza militare significativa e flessibile, che consentisse agli Stati Uniti di agire partendo da «situazioni di forza», come disse Dean Acheson, per contrastare le pedine sovietiche lungo il perimetro difensivo del contenimento con un discreto margine di rischio: «Without superior aggregate military strength, in being and readily mobilizable, a policy of ‘containment’– which is in effect a policy of calculated and gradual coercion – is no more than a policy of bluff»[4]. Chiaramente la logica sottesa al riarmo militare, oltre ad essere funzionale ad una politica estera proattiva e a rassicurare gli alleati sulla credibilità dell’impegno globale statunitense, era volta a ricreare una funzione di deterrenza, convenzionale e nucleare, e a garantire agli Stati Uniti quella preponderanza necessaria per perseguire il vero obiettivo del contenimento: mantenere un equilibrio di potenza nel continente eurasiatico[5]. Come ben sappiamo, per scardinare le ultime resistenze di Truman e recidere i lacci dell’austerità finanziaria domestica per implementare la NSC 68 fu necessaria la guerra di Corea, che giustificò tanto la retorica messianica del documento, rispetto a un presunto disegno di dominazione mondiale dell’Unione Sovietica, quanto a estendere l’impegno americano a livello globale. La NSC 68, inoltre, palesò come l’antagonismo ideologico rendesse più acuto e insostenibile quello che era a tutti gli effetti un conflitto interstatale su scala planetaria per l’equilibrio di potenza. Accettare la corsa al riarmo vis-à-vis con un regime autarchico come quello sovietico, inoltre, avrebbe potuto comportare due serie di rischi: ridurre il confronto bipolare ad un gioco a ‘somma zero’, dove i propri passi falsi potevano essere controbilanciati da i fallimenti dell’avversario, e in via teorica mettere a repentaglio le istituzioni democratiche americane, creando le condizioni per una possibile ‘prussianizzazione’ e degenerazione militarista della Repubblica. Con il senno di poi, fu un rischio calcolato, grazie a un approccio alla competizione bipolare mitigato da interessi ed esigenze relativi a fattori domestici: preservare l’american way of life[6].

Ciò che è bene evidenziare è che all’apice della loro potenza e influenza internazionale gli Stati Uniti percepissero come una minaccia mortale l’esistenza di un modello socio-politico potenzialmente virale, quello marxista-leninista, che finì nel corso del confronto bipolare per prevaricare anche laddove gli interessi geopolitici di USA e URSS non erano in contrasto. Una chiara forzatura ideologica sulla dottrina strategica del contenimento e, più in generale, sull’assetto internazionale post-bellico. Tenendo ben presente i caratteri molteplici di quella che fu una vera e propria crisi di sicurezza nazionale, ritorniamo ai giorni nostri. Non possiamo esimerci dal notare differenze evidenti. Innanzitutto, nel 1950 gli Stati Uniti, seppur ormai pienamente coinvolti nella competizione bipolare, erano all’apice della loro espansione, egemonica ed economica. Freschi vincitori di un conflitto mondiale che aveva lasciato intonso il loro continente e avviato una trasformazione industriale decisiva per la gestazione del loro potenziale, gli Stati Uniti stavano gettando le basi per la costruzione di un ordine internazionale che avrebbe nutrito, garantendone l’elasticità, un’economia che rappresentava una fetta consistente del PIL mondiale. Il peer competitor dell’epoca, l’Unione Sovietica, seppur rafforzatasi a livello geopolitico e ritenuta una minaccia mortale alla sicurezza nazionale per quanto detto pocanzi, lamentava deficienze strutturali – economiche e industriali – importanti: la stessa strategia del contenimento presupponeva (o meglio, auspicava nel lungo termine) che, prima o poi, le criticità insite al sistema di dominio sovietico avrebbero fatto collassare l’URSS su sé stessa. Non sorprende quindi che verso la fine degli anni Ottanta una nuova corsa agli armamenti, questa volta varata da Ronald Reagan con la Strategic Defense Initiative, abbia imposto al regime sovietico una pressione insostenibile fino al suo definitivo collasso. Contenere la militarizzazione, militarizzare il contenimento.

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[3] In https://www.presidency.ucsb.edu/documents/statement-the-president-the-hydrogen-bomb, e ‘Report by the Special Committee of the National Security Council to the President’, 31 gennaio 1950, Dipartimento di Stato, FRUS: 1950, Vol. I, pp. 513-23.

[4] Acheson è citato in Department of State Bullettin, 23 gennaio 1950, p. 114; NSC 68, ‘A Report to the President Pursuant to the President’s Directive of January 31, 1950’, disponibile in FRUS: 1950, Vol. I, pp. 235-292, cit. p. 253.

[5] Si veda Melvyn Leffler, A Preponderance of Power. National Security, the Truman Administration and the Cold War, Stanford, Stanford University Press, 1993.

[6] Il contributo più sintetico ed esaustivo in questi termini è Aaron L. Friedberg, ‘Why Didn’t the United States become a Garrison State?’, «International Security», Vol. 16, No. 4, primavera 1992, pp. 109-142.


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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