Rappresentanza: le condizioni antropologiche della politica
- 08 Agosto 2014

Rappresentanza: le condizioni antropologiche della politica

Scritto da Giacomo Bottos

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Lo scambio fra riflessione e politica

Su questo terreno un’analisi del modello del think tank sarebbe preziosa. Infatti il problema centrale non è tanto e solo quello delle forme organizzative della politica, quanto di come avvenga lo scambio fra riflessione e politica. Fra teoria e prassi, si sarebbe detto un tempo. Ma un problema ancora più grave si pone allora. Il think tank tende ad essere espressione di un certo modo di concepire la politica, in cui in un ambito ristretto si elaborano soluzioni e proposte di policy che hanno come interlocutore principale le istituzioni e gli addetti ai lavori, in un orizzonte che è quello della post-democrazia delineata da Colin Crouch. Se invece l’idea è di sviluppare un concetto maggiormente espansivo di democrazia, allora diventa cruciale capire come i luoghi di elaborazione politico-culturale possano essere rimessi in contatto con quelli ove la politica viene concretamente praticata e come immaginare questi luoghi in modo tale che possano favorire tale elaborazione e riflessione. Come rendere diffuse le soluzioni che vengono elaborate nei centri di ricerca (nei casi fortunati in cui questi esistono già), e viceversa, come trasformare i partiti essi stessi, almeno parzialmente, in luoghi di elaborazione che possano porsi all’altezza della complessità del presente? La soluzione a questo problema non può essere puramente teorica, ma dev’essere una prassi che mescoli comprensione della situazione e intelligenza organizzativa.

Occorre ricreare un’intellettualità collettiva che sia in grado, diffusamente e puntualmente, ma a partire da una comprensione globale condivisa almeno nelle sue linee generali, di realizzare quella difficile mediazione fra idea politica e attuazione di essa in una realtà sicuramente non propensa ad accoglierla perché popolata da soggettività formate sulla base di un’egemonia impolitica. Per invertire questa tendenza occorre formare pazientemente e tenacemente nuclei sparsi sul territorio, centri di pensiero ed azione che coltivino, nella sua difficoltà, una prospettiva alternativa e cerchino, realisticamente, di comprendere come e in che limiti questa possa essere applicata nel presente. Non si tratta solo di concepire un’astratta dottrina ma anche di “accompagnarla”, di capire come essa possa aderire alle mille pieghe del reale.

Da tutto questo non discendono immediatamente prescrizioni politiche, discende piuttosto un modo di porsi. Un modo di stare dentro alle cose. Sia nei partiti, sia nei confronti del mondo dell’associazionismo, delle aggregazioni, del terzo settore. Occorre elaborare strategie per una ripoliticizzazione di un mondo che spesso è stato giocato contro la politica, come suo sostituto o come regno dell’onestà contrapposto alla corruzione della politica. Bisogna invece decostruire questa contrapposizione, riportando nella società la consapevolezza del legame delle issues particolari con una prospettiva generale e d’altra parte arricchire la politica di un rapporto con la società che spesso è stato perso assecondando tendenze autoreferenziali.

Si è per molto tempo pensato che esistesse un mondo che andava difeso dagli attacchi che provenivano dall’esterno. La verità è che questo mondo si è svuotato dall’interno, è diventato sempre più povero e sempre più privo di vita e di idee. Occorre prendere atto di questo fatto in maniera disincantata, proprio per procedere alla ricostruzione. Il partito, la politica oggi, qualunque cosa vogliamo intendere con questo termine, non è certo un dato, ma può essere solo (eventualmente) il risultato di un lavoro, e può essere ora, in primo luogo, innanzitutto un atteggiamento. Disporsi in questo atteggiamento, e riconoscere coloro che si pongono in un atteggiamento simile, è il primo passo per dare inizio ad un percorso complesso, accidentato e dall’esito incerto ma che è forse l’unico che si può indicare a chi oggi voglia fare politica nel senso forte del termine. Si fa politica solo entro le condizioni date. Se tali condizioni non vi sono occorre crearle. E la prima condizione che oggi manca e che sarebbe necessaria perché una politica possa darsi è una condizione antropologica. Occorre una riforma intellettuale e morale, per esprimerci con un lessico gramsciano.

Per chi si pone in questa ottica, per chi concepisce tale obiettivo, la difficoltà del compito non può essere altro che un incentivo ad intraprenderlo con più grande impegno.

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Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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