Ravenna, crocevia tra terra e mare. Intervista a Michele Marchi
- 25 Luglio 2026

Ravenna, crocevia tra terra e mare. Intervista a Michele Marchi

Scritto da Giacomo Bottos

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Che dimensione assume il rapporto tra terra e mare in città dall’identità e dalla storia peculiare come Venezia, Napoli o Ravenna? È rispetto a Ravenna in particolare quale valore assume oggi la sua eredità simbolica e culturale, e come può contribuire a orientare le strategie future del territorio? Più in generale, quale ruolo può svolgere il sapere storico nel dibattito pubblico contemporaneo?

Abbiamo affrontato questi temi con Michele Marchi – Professore associato di Storia contemporanea e Coordinatore del Corso di laurea in storia, società e culture del Mediterraneo all’Università di Bologna – a partire dall’incontro nel quale interviene insieme a Luigi Mascilli Migliorini a partire dal libro Il destino del mare (il Mulino) nell’ambito del festival “Atlanti del Presente. Adriatico I Mediterraneo I Mondo”.

“Atlanti del Presente” è una rassegna di incontri gratuiti di geopolitica e storia incentrata sul ruolo e sull’identità di Ravenna come crocevia tra Oriente e Occidente – promossa da Pandora Rivista insieme a Biblioteca di Storia Contemporanea Alfredo Oriani con Comune di Ravenna e Museo d’Arte della città di Ravenna (MAR), con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e CURTI – che si tiene dal 24 al 26 luglio.

Il programma completo degli incontri è disponibile sul nostro sito a questo link. 


Partirei dal libro di Egidio Ivetic e Luigi Mascilli Migliorini, che tematizza due città uniche e peculiari come Venezia e Napoli mettendo al centro il rapporto con il mare. Quali considerazioni si possono svolgere a questo proposito?

Michele Marchi: Prima di tutto si può affermare che ciò che accomuna i destini di Venezia e Napoli, secondo i due autori, è il fatto che il mare non sia un contorno ma il loro vero e proprio destino. Qui però ciò che le accomuna sembra arrestarsi. Poiché Venezia ha fatto del mare la propria struttura prima di tutto politica, mentre Napoli, a detta di Mascilli, ha reso il golfo il proprio orizzonte, quasi il proprio limes. Venezia in questo binomio vive del mare e contribuisce a forgiarlo, cerca di utilizzarlo nella sua essenza, ne fa uno strumento di dominazione e di rilancio della propria diplomazia, anche quando la Serenissima comincia a vivere il suo progressivo e articolato declino, in ultimo in competizione con l’Impero ottomano e con quello asburgico. Napoli costruisce, come dice Mascilli, miti e sirene e ha un rapporto che in molte situazioni diventa problematico, quasi respingente nei confronti del mare. Ciò che però torna ad unire nelle due analisi è l’immagine del mare che modella le strutture architettoniche delle due città, ne tratteggia le caratteristiche principali sino a penetrare profondamente le mentalità dei propri abitanti. Probabilmente uno dei meriti più rilevanti del volume è quello di fare del mare il protagonista della narrazione dei due storici. Il mare per Venezia e per Napoli è essenza costitutiva dello sviluppo urbano quanto di quello mentale e culturale dei propri abitanti. Il mare è centro e non contorno.

 

Come si pone invece una città come Ravenna rispetto al discorso articolato del libro? In cosa consiste la sua specificità?

Michele Marchi: Questa domanda unisce grande interesse e notevole difficoltà nell’approcciarla. Una premessa è d’obbligo. La risposta è quella dell’osservatore e dello studioso, ma non quella del ravennate di nascita. Abito a Ravenna da otto anni, vivo quotidianamente la città, incontro i suoi abitanti e gli studenti, molti esteri, che hanno deciso di svolgere a Ravenna un pezzo del loro percorso di apprendimento. Il mio è dunque un punto di vista da un lato privilegiato, ma dall’altro consapevole dei suoi limiti e anche delle sovrastrutture mentali tipiche di chi si sente comunque “ospite” o al limite “adottato” da un ecosistema cittadino. Fatta questa premessa la mia impressione è che il rapporto di Ravenna con il mare sia al momento storico-culturale (penso al porto di Classe e al meritorio recupero del museo Classis), dunque più ancora frutto del recupero artistico-culturale, che della dinamica socioeconomica. Un mare che è presente più nelle proiezioni mentali, nelle opportunità economiche e turistiche, che nel vissuto quotidiano. Un mare fatto di ritualità, di occasioni di svago, di distanza dal centro cittadino. Da questo punto vista credo sia emblematico il caso della darsena di città. Splendido esempio di prolungamento della dimensione marittima verso il centro città, ma vissuta contemporaneamente come vero e proprio limes che separa il centro cittadino dall’altro, da ciò che non è centro. Nel percorso di recupero urbano meritoriamente avviato da qualche anno dall’amministrazione comunale credo si rifletta lo specchio di questo rapporto in profondo divenire della città con il mare. Tutte le difficoltà ma allo stesso tempo le opportunità comuni ad ogni tentativo di riqualificazione sono condensate nella vicenda della darsena di città, vero ed emblematico punto di non ritorno del rapporto quotidiano tra Ravenna e il mare.

Poi naturalmente non va dimenticata la dimensione economico-commerciale rappresentata dal porto, quella turistica legata al mondo crocieristico e ai 35 km di costa e alle molte aree umide dove acqua dolce e salata si incontrano. Ma ancora una volta anche da questo punto di vista la dimensione storica, magari più recente, la fa da padrona. Penso alla Resistenza al nazifascismo della città, alla sua epopea tra l’autunno del 1943 e l’inverno del 1944, quando le sue forze partigiane in collaborazione con il comando alleato (britannici e canadesi in prima linea) hanno portato alla liberazione della città e del suo territorio provinciale proprio facendo della pialassa e delle acque salmastre il loro punto di forza. E infine penso a quel personaggio per molti versi mitico (altri diranno controverso) che è stato Raul Gardini, vero “doge” (per tornare a Venezia) della Ravenna in prepotente espansione degli anni Ottanta dello scorso secolo: ravennate doc, amante del mare, che non a caso aveva però fatto di Venezia la sua rampa di lancio per mostrare al mondo tutta la forza e la potenzialità della dimensione marittima del nostro Paese. Il moro (una delle sue versioni oggi campeggia simbolicamente proprio in testa alla darsena di città a Ravenna), i suoi cantieri Tencara a Porto Marghera (esempio di innovazione tecnologica avanzata) e la parata del marzo 1990 diretta dal maestro Franco Zeffirelli non a caso avevano portato il “più illustre dei ravennati” nel mezzo della laguna, laddove il mare non doveva essere ripensato e immaginato, ma poteva essere semplicemente vissuto.

 

Più in generale in che modo una città come Ravenna può attingere a un’eredità simbolica e culturale al di là della pur necessaria conservazione, traendone spunti e ricchezza per il presente?

Michele Marchi: Questa domanda mi permette di aggiungere un discorso soprattutto di prospettiva al tema. A marzo 2026 Ravenna ha vinto il primo premio come Capitale Italiana del Mare, dopo aver partecipato ad una competizione con oltre 50 comuni italiani, prevalendo in parte a sorpresa su centri come Ancona, Taranto e Brindisi. A pesare è stato sicuramente il programma, ben strutturato e le opportunità e potenzialità della dimensione marittima cittadina. Ma forse ancora di più a colpire è stato questo dialogo millenario con l’acqua, mai interrotto e sempre ricco di sviluppo potenziale futuro. Forse ancora più del presente a pesare nel giudizio poi positivo è stato il legame tra passato e futuro. Il mare per Ravenna è prima di tutto questo, un filo mai interrotto che si coglie nel presente, ma che ha nel suo passato e nella sua proiezione futura le potenzialità maggiori.

Si è detto del mare che è turismo e ricerca scientifica (si pensi al centro Chesta), ma anche un mare che è polo produttivo di eccellenza. Il porto è uno snodo strategico nazionale, punto qualificante di una rete di traffico delle merci (si pensi all’imponente stabilimento Marcegaglia, che rappresenta il più importante polo logistico e intermodale del gruppo) che unisce l’Adriatico e dunque il Mediterraneo all’Oceano Indiano tramite il Canale di Suez. Ma anche elemento decisivo come hub energetico, prima con l’estrazione del gas e il settore economico dell’impiantistica offshore e oggi hub energetico di livello nazionale con l’arrivo del rigassificatore e con gli avveniristici impianti di stoccaggio della CO₂ nei giacimenti energetici dismessi (per non parlare del potenzialmente determinante parco eolico). In questo senso, per tornare alla domanda, la dimensione storica, simbolica e identitaria deve essere non un punto di arrivo, ma un trampolino di lancio per uno sviluppo futuro che contribuisca a fare della dimensione marittima un saldo e decisivo elemento di crescita economica del territorio ravennate. In questo senso i progetti che la regione Emilia-Romagna sta portando avanti (non a caso il presidente è l’ex sindaco di Ravenna Michele de Pascale) da un punto di vista infrastrutturale (il progetto di ampliamento dell’autostrada A14 e quello di alta velocità ferroviaria) si muovono tutti in questa direzione in maniera particolarmente meritoria e foriera di prospettive importanti. Collegare la dimensione marittima ravennate al cuore pulsante dell’Emilia, significa muoversi in un più ampio orizzonte nazionale ed europeo di connessione del centro del Vecchio Continente alla sua anima mediterranea. E Ravenna in questo senso può e, mi permetto di aggiungere, deve giocare un ruolo decisivo da qui alla metà del secolo.

 

Il rapporto dell’Italia con il mare così evidente geograficamente non lo è forse altrettanto culturalmente, strategicamente ed economicamente. Si può provare a identificare alcune cause dei fattori che determinano questo stato di cose?

Michele Marchi: Si potrebbe rispondere a questa domanda, centrata e acuta, con pochissime righe basate su una convinzione storicamente fondata. È impossibile essere forti sul mare se non lo si è sulla terra. Tutti gli imperi marittimi della storia, ma anche le realtà non imperiali (si pensi alla Serenissima) sono sempre state strutturalmente forti sulla terra ferma, prima di avere una loro proiezione marittima. La debole statualità italiana unita ai suoi problemi infrastrutturali, alle sue profonde differenze territoriali, rende complessa una proiezione marittima strategicamente ed economicamente coerente. Mi corre l’obbligo di citare in maniera semplificata ma fondamentale l’idea di penisola italiana unificata di Camillo Benso Conte di Cavour che a metà del XIX secolo aveva chiara la vocazione marittima di quello che sarebbe poi stato il Regno d’Italia, come vera e propria proiezione dell’Europa continentale al centro del Mediterraneo e in direzione di quell’accesso verso l’Oceano Indiano, già progettata e poi realizzata, che sarà lo Stretto di Suez. Questa mi pare la parte fondamentale e direi strutturale della risposta.

Si potrebbe poi aggiungere una considerazione molto più legata alla congiuntura storica successiva alla Seconda guerra mondiale, quella dell’Italia repubblicana che proprio quest’anno ha raggiunto i suoi ottant’anni. Ebbene per una cinquantina scarsa di questi ottanta anni l’Italia ha vissuto di una “rendita di posizione geopolitica” legata alla Guerra fredda, allo scontro bipolare e alla presenza nel suo territorio del più forte partito comunista occidentale. L’Italia ha potuto, con la sua scelta atlantica, europea e mediterranea, vivere sostanzialmente senza immaginare una politica estera e di conseguenza senza pensare una sua proiezione esterna (compresa quella sui mari). Al momento del crollo del Muro di Berlino e definitivamente dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica è iniziata una seconda vita per il nostro Paese. Individuare oggi una coerente e strutturata strategia di politica estera risulta impossibile ad oltre un trentennio dalla fine di quella fondamentale cesura. Si potrebbero poi aggiungere molte alte considerazioni, alcune di queste fanno riferimento al tentativo di politica di potenza e colonialismo dell’epoca fascista, ma lo snodo che ritengo davvero fondamentale resta l’assenza di una strategia di proiezione internazionale una volta che è venuta meno la “rendita di posizione geopolitica”, una volta eclissata la Repubblica dei partiti che era anche e soprattutto Repubblica della Guerra fredda (la comparazione con il caso tedesco sarebbe di grande interesse, un esempio per certi aspetti speculare che però proprio sull’onda dell’invasione russa dell’Ucraina ha deciso un salto di qualità nella direzione di una nuova politica estera e di difesa).

 

La presenza della storia nel dibattito pubblico è forse oggi meno pronunciata ed evidente che in passato. Perché è importante, se lo è, che il confronto cultuale e pubblico faccia i conti con il contributo che dal sapere storico può venire?

Michele Marchi: La tua domanda, rivolta ad uno storico di professione o meglio ad un artigiano della storia, che ha scelto di provare a tramutare la sua passione per la storia in una professione, potrebbe avere una risposta molto semplice, che può rischiare di apparire banale. La storia è il migliore antidoto alle semplificazioni e mai come nei tempi dominati dai social media e dalla disinformazione, appare fondamentale cercare di porre un argine alla superficialità. Attenzione però: se la storia è la scienza della complessità, essa non può essere confusa con l’arte della semplice narrazione o come si usa dire oggi dello storytelling. Lo storico deve anche, ma non solo, essere un narratore. Lo storico deve, o meglio dovrebbe essere, un divulgatore di complessità e interconnessioni, dovrebbe essere colui che è in grado non di fornire tutte le risposte giuste, ma colui che si fa strumento capace di sollecitare nell’opinione pubblica le giuste domande. Nel mondo dicotomico delle reazioni social, quell’universo nel quale tutte le opinioni appaiono lecite e il mondo degli utenti appare suddiviso in tribù e tifoserie, la voce dello storico dovrebbe essere sempre quella fuori dal coro, dovrebbe essere la voce terza, che non vuole strappare l’applauso, ma che invita a riflettere, a riconoscere almeno una parte delle ragioni dell’altro e a coltivare la pazienza, così come l’umiltà del pensiero meditato.

Tra i tanti esempi di grandi storici mi fa particolarmente piacere ricordare Marc Bloch, l’autore noto a livello mondiale per la sua Apologia della storia o Mestiere di storico. Il recente e grandioso ingresso al Panthéon voluto dal presidente francese Emmanuel Macron ha meritoriamente acceso i riflettori su una figura di resistente e martire che della storia ha fatto la sua ragione di vita. Tra i tanti meriti di Bloch vi è anche quello di aver voluto che sulla sua lapide fosse scolpita una frase in precedenza utilizzata da Ernest Renan: “ho amato la verità”. Ecco perché la figura di Bloch dovrebbe essere una sorta di stella polare, ecco perché mai come in questi tempi difficili si sente il bisogno di storia o meglio del mestiere di storico così emblematicamente riassunto nella figura di Marc Bloch.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista» e coordinatore scientifico del Festival “Dialoghi di Pandora Rivista”. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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