“Rebus immigrazione” di Giuseppe Sciortino
- 28 Novembre 2017

“Rebus immigrazione” di Giuseppe Sciortino

Scritto da Domenico Antonio Capone

8 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

Uscire è un diritto, entrare una concessione

Dai tempi della Pace di Augusta del 1555, con l’affermazione del principio del cuius regio eius religio, ad oggi costante è la presenza di uno ius emigrandi ma non di uno ius immigrandi (facendo sì che l’uscire sia un diritto ma l’entrare una concessione), con motivazioni di base però differenti. Nell’Europa moderna, così come in quella medievale, la mobilità delle genti non era fenomeno raro né negato, essendo i sovrani del tempo alla costante ricerca di braccia per l’agricoltura, specie dopo eventi particolarmente cruenti come le guerre di religione del XVI° e XVII° secolo. Ad essere ostacolata era semmai l’emigrazione per la quale non di rado era previsto un indennizzo per tutti quei regnanti orfani dei loro sudditi.

I migranti (compresi gli Ugonotti post Editto di Fontainebleau del 1685, primi rifugiati in senso stretto della storia per l’autore) non destavano grosse preoccupazioni: spesso economicamente benestanti, questi «avevano l’obiettivo di non fondersi con la popolazione locale del nuovo stato, chiedendo ai sovrani condizioni che consentissero la riproduzione di un’identità sociale e legale distinta» (pag.43). Eccezion fatta in alcuni frangenti per alcune categorie di persone, fra cui gli Ebrei in quanto non cristiani. Attualmente invece negli stati liberali (la precisione è d’obbligo come si vedrà), sebbene solo il 3,3% della popolazione sia in movimento (di cui lo 0,5 % costituito da rifugiati, numero non trascurabile[1]), si assiste ad una ciclica insofferenza dell’opinione pubblica in materia, essendo gli immigrati sempre in un numero maggiore rispetto a quanto i cittadini siano disposti a tollerare.

Questa insoddisfazione non è però presente negli stati autoritari, dove la quota di popolazione non autoctona può raggiungere soglie del 85% come in Qatar. Per l’autore ciò è riconducibile sia alla mancata libertà di protesta in tali realtà che alla natura dell’accoglienza: se lo straniero negli stati autoritari è posto in condizioni di subalternità, correndo il costante rischio di essere espulso ipso facto per volere o capriccio del satrapo locale; negli stati liberal-democratici può usufruire invece di una lunga serie di diritti e garanzie. In sostanza: gli stati autoritari possono permettersi una politica meno restrittiva perché vi è un sistema per caste, non dissimile da quello esistente nell’Europa medievale e moderna, dove l’autocrate è l’unico a stabilire chi entra. Gli stati liberal-democratici, fondati sul concetto di eguaglianza degli uomini, devono invece per necessità essere più restrittivi perché tendono all’inclusione dello straniero: in molti casi solo parziale; in alcuni totale con il riconoscimento della cittadinanza.

Pur non appiattendo il rebus immigrazione su un’unica dinamica di possibile o mancato riconoscimento della cittadinanza, Sciortino presta molta attenzione nel suo scritto alla definizione della stessa negli anni della Rivoluzione Francese, momento in cui nasce la moderna contrapposizione fra cittadino e straniero. Se nella sua prima fase cosmopolita la Rivoluzione tende a non creare differenza alcuna fra queste categorie, concedendo ai pélerins de la libertè, i rivoluzionari stranieri, gli stessi diritti di quelli francesi; in un secondo momento, con una svolta nazional-repubblicana richiesta dal dover istituire un nuovo esercito, non più assemblabile come in passato con mercenari, le cose cambiano: saranno infatti cittadini solo coloro che serviranno nell’armée.

Le conseguenze, già profetizzate da Rousseau, sono tangibili: se al cittadino si chiede un di più (nei doveri) rispetto allo straniero, è logico dargli un qualcosa in più (nei diritti) a cui lo straniero non può accedere se non raramente. Durante la Rivoluzione nasce anche la figura dell’émigré, un nuovo tipo di emigrato non più religioso ma politico, appartenente a corpi sociali transnazionali (clero, nobiltà) e in genere stabilizzatosi in uno stato confinante nella speranza di un’imminente restaurazione. Saranno proprio questi nuovi emigrati, francesi divenuti étrangers, estranei alla nazione in quanto nemici della Rivoluzione e pronti a tramare con tutte quelle forze straniere anti-repubblicane, ad alimentare l’immagine dello straniero come nemico del popolo.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Domenico Antonio Capone

Classe 1993. Laureando in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Foggia. Interessato di storia e antropologia culturale, collabora con una testata locale.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici