“Rebus immigrazione” di Giuseppe Sciortino
- 28 Novembre 2017

“Rebus immigrazione” di Giuseppe Sciortino

Scritto da Domenico Antonio Capone

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The Times, They Are a-Changing’

Nei secoli a venire il lavoro, in un mondo sempre più globalizzato, sarà responsabile del maturarsi e complicarsi del rebus immigrazione. Nell’Ottocento, a causa delle prime massicce forme di diseguaglianza economica indotte dalla Rivoluzione Industriale, cambia nuovamente l’immagine del migrante: non più, con l’eccezione dei patrioti di tutta Europa, uomo che si allontana dalla sua terra per preservare il proprio essere (protestanti, chierici, nobili) ma individuo che emigra per cambiarlo, che si muove per viver meglio e guadagnare di più. Le ripercussioni sono evidenti: riprendendo Weber (pag.67) «la migrazione determina una rottura dalla comunità domestica ed economica patriarcale e dai rapporti di forza delle zone di partenza»; il migrante diventa colui che, ad esempio, non si toglie più il cappello al passaggio dei signori. Il costante aumento demografico rende l’immigrazione, nelle parole di Nitti, «una potente valvola di sicurezza contro l’odio di classe» per gli stati di partenza ma una problematicità per quelli accoglienti, pronti a chiudere le frontiere in sintonia con motivazioni etniche e nazionalistiche (pp.79-80).

In queste realtà le principali dimostrazioni anti-immigratorie provengono dalle classi lavoratrici, essendo il lavoratore straniero in genere pagato di meno o adoperato come crumiro. I maggiori stati occidentali provano a superare il problema imponendo un’eguale retribuzione per tutti i lavoratori, con l’obiettivo di rendere il lavoro straniero complementare ma non sostitutivo di quello autoctono. Questa misura, per l’autore, comporta però non solo di richiedere al lavoratore straniero gli stessi doveri (nel monte ore di attività) ma anche gli stessi diritti (nella paga e nell’assistenza sociale) di un lavoratore autoctono. Così facendo si salva l’unione fra liberalismo interno (proteggere il cittadino dagli abusi del potere) e quello esterno (stessa prassi per gli stranieri presenti nel territorio) ma si alimenta l’immagine del migrante parassita della società, che gode degli stessi diritti di un cittadino pur non essendo spesso ancora tale.

Contrariamente alle tesi di Hobsbawn, per Sciortino il Novecento è invece, almeno sul versante dell’immigrazione, un secolo lungo. Se con la Prima Guerra Mondiale emergono molti degli odierni strumenti di controllo (visti, permessi, centri di trattenimento) e la discrezionalità, riconosciuta dal diritto, per ogni stato di fissare con autonomia le condizioni di ingresso e permanenza degli stranieri; con la Seconda, portatrice di un’enorme popolazione in eccesso (apolidi, esuli, reduci dalla Shoah), nasce il diritto internazionale all’asilo (individuale, non collettivo), sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Esso, facendo perno sul principio del non-refoulement, del non respingimento, definisce il rifugiato come colui che a causa delle proprie opinioni politiche o della propria appartenenza a un determinato gruppo sociale ha un timore fondato di persecuzione (pp.107-109).

Questi strumenti porteranno con sé una certa e voluta ambiguità: si affaccerà alle porte dell’Europa una massa di potenziali rifugiati in veste però di migranti, di potenziali lavoratori, essendo le economie del Vecchio Continente nei trent’anni gloriosi alla costante ricerca di manodopera a buon mercato. Si veda il caso francese (dove alla manovalanza algerina, di cittadinanza francese se nata prima dell’indipendenza del 1961, si preferisce quella mediterranea a basso costo e subito regolarizzabile) o quello tedesco (con i festeggiamenti a Colonia nel 1964 per l’arrivo del milionesimo lavoratore straniero). Quando però la congiunta positiva negli anni Settanta finirà ad essere colpiti saranno soprattutto questi lavoratori stranieri, meno qualificati; i quali tuttavia, pur non potendo più contribuire al welfare dello stato di residenza, continueranno a riceverne forme di assistenza poiché per il lavoro svolto per anni sono divenuti ormai denizen, semi-cittadini. Ancora una volta per l’autore, la giusta difesa del binomio liberismo interno ed esterno alimenta l’immagine degli immigrati parassiti della società; i quali d’ora in poi per poter entrare in Europa si presenteranno quasi sempre come rifugiati.

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Scritto da
Domenico Antonio Capone

Classe 1993. Laureando in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Foggia. Interessato di storia e antropologia culturale, collabora con una testata locale.

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