“80. L’inizio della barbarie” di Paolo Morando
- 21 Febbraio 2016

“80. L’inizio della barbarie” di Paolo Morando

Scritto da Federico Diamanti

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Gli anni ’80, un mondo al contempo lontano e così prepotentemente vicino

Dando sviluppo a una serie inquietante ed eterogenea di aggettivi legati all’Italia (si va da “becera” a “paninara”, da “razzista” a “rampante), Morando decide di impostare il suo saggio secondo quello che pare essere un criterio – o forse una semplice e cogente necessità – di vera e propria polisemia nell’analisi. Si parte da una serie di aggettivi (che potrebbero benissimo appartenere a quel manualetto da conversazione che si citava in incipit) e si tenta man mano di conferire ad essi, tramite una puntuale disamina di testimonianze storiche dirette e mediate da testi di approfondimento posteriori o coevi al periodo descritto, una serie di significati differenti e polimorfi. L’autore crea in prima battuta, dunque, una sorta di personale dizionarietto aggettivale dell’Italia degli Ottanta, senza mai sconfinare in una caratterizzazione banale o semplificatoria. Non è sua intenzione creare un modello di interpretazione del suo oggetto di studio: piuttosto, il tentativo del saggio è quello di rendere conto di una serie di eventi caratterizzanti l’epoca e di una serie di interpretazioni possibili, offrendo solo in un secondo momento, con elementi di chiarezza in più una puntuale analisi della documentazione tenuta presente per l’impostazione del discorso, una linea interpretativa netta e definita.

Nonostante il chiarissimo delinearsi dell’impostazione del problema e la sua necessaria risoluzione teorica e di giudizio, Morando non può non constatare, proprio nel Prologo, la diffusa e inaspettatamente crescente, anno dopo anno, nostalgia nei confronti di quel decennio: dalla cultura musicale a quella artistica, il senso di rimpianto e irrecuperabile, elegiaca lontananza nei confronti di quell’universo camaleontico – che De Rita definì “di soggettività senza interiorità” – sembra farsi sempre più forte e impellente. Gli adolescenti di quegli anni sembrano aver mitizzato, tramite una complessa serie di icone destinate a creare un immaginario collettivo, eterogeneo e volgarmente liberatorio, gli anni ’80: a cui continuano a tendere, con sguardo e animo ben rivolto, illuminati dal barbaglio e dall’abbaglio della luccicante epoca. Sembrano scordarsi della strage di Bologna, dell’Irpinia, della P2, di Calvi e di Dalla Chiesa; obnubilati da Paolo Rossi, dalle luci della televisione e dal rilancio dell’immagine dell’Italia nel mondo. Proprio da qui si parte: Morando è convinto della necessità di guardarsi indietro: non per farsi abbagliare, certo. In qualche modo, per rispecchiarsi nelle proprie origini e trovare il seme di quella barbarie di cui paghiamo oggi lo scotto.

Barbarie che, come già evidenziato, si manifesta in modi e campi del tutto eterogenei e differenti. Il libro si apre e chiude, quasi si trattasse d’una singolare e amara ringkomposition, con due elementi che si richiamano tra loro. Gli anni ’80 sono gli anni dell’imbarbarimento dei toni e degli attacchi nei confronti dell’altro, del diverso; in quel decennio, sembra supporre l’analisi portata alla luce dall’autore, dietro al rampantismo e alle potenzialità illimitate sembrano farsi via via strada paura, tendenza all’isolamento e alla regionalizzazione della politica, al razzismo come esplicito, non più celato, motore della lotta politica. È così che Morando, nel capitolo L’Italia nordista, racconta la articolata, complessa e poco conosciuta storia dei primi movimenti autonomisti. Il primo caso campione è quello, tutto interno agli Ottanta (la data di fondazione sembra quasi simbolica: 16 gennaio del 1980), della Liga Veneta. Il primo episodio esemplare? L’apparizione, divenuta in breve nell’opinione pubblica e comune caso nazionale, di alcune scritte inneggianti alla potenzialmente catastrofica eruzione del vulcano Etna. Proprio in questa descrizione Morando dimostra uno sguardo ampio e completo sul fenomeno. Non ci si limita soltanto al fatto politico, si tenta di disambiguare la questione culturale. E se la cultura passa necessariamente dalla lingua, ecco che il capitolo si incentra proprio su alcuni stilemi tipici e sull’insistente tipicità dialettale dell’alba delle leghe e conclude amaramente: “[…] da slogan odioso, come sempre in questi casi, “Forza Etna” si trasformerà via via in motto scherzoso, buono per tutte le occasioni” (p.46). Ma non è tutto: dai pericolosi impulsi folkloristici e regionali della prima Liga Veneta (mai ridotti a scherzo o fenomeno transitorio nell’analisi, quanto piuttosto interpretati quali ineludibili spinte d’avviamento per un processo che sembra culminare con i movimenti populisti dell’oggi) passiamo ai costumi d’una nazione. Proprio in tal senso si chiude il libro: esemplificando le vicende di Ahmed Ali Giama e Jerry Essan Maslo, nomi che al lettore faranno forse sovvenire qualcosa alla mente, Morando trae un campionario delle tinte, linguistiche e politiche, forti e cupe, di un’Italia che inneggiante all’odio. Un tout se tient di volgarità e razzismo.

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Scritto da
Federico Diamanti

Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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