“80. L’inizio della barbarie” di Paolo Morando
- 21 Febbraio 2016

“80. L’inizio della barbarie” di Paolo Morando

Scritto da Federico Diamanti

8 minuti di lettura

Pagina 3 – Torna all’inizio

Gli anni ’80 e le nuove forme della comunicazione e della politica

Grande attenzione viene conferita, ed è senza alcun dubbio uno dei punti di maggior originalità della pubblicazione, ai linguaggi e alle parole che più rappresentano, a detta dell’autore, lo sfascio civile del Paese in quel decennio. Partiamo da una considerazione: le regole e le forme della politica sono profondamente cambiate. Non sarà nostro compito, qui, ricordare quanto gli anni ’80 siano determinati, a livello di impegno nella società, dal generale riflusso – che agisce sulle giovani generazioni così come sugli intellettuali – provocato dal fallimento delle stagioni segnate dal ’68 e dal ’77. Assieme a regole e forme della politica, cambiano parallelamente (i processi si compenetrano e non possono essere analizzati separatamente) i linguaggi e le modalità di comunicazione. Se dunque, nel capitolo L’Italia paninara, viene citata la testimonianza di un giovane dell’epoca che afferma: “[…] Se io sono di destra? No, della politica non me ne frega niente, anche se moltissimi di noi sono del Fronte della Gioventù” (p. 73), ecco che alle parole della politica viene sostituito un linguaggio nuovo, quello che Sebastiano Vassalli incasellerà nel suo personalissimo dizionario “Il neoitaliano. Le parole degli anni ’80“. Con un’operazione che ha del geniale, Vassalli riassume un’epoca attraverso le parole che cambiano nei significati, negli utilizzi, nelle sfumature di senso. “Cos’era il popolo ai tempi di Togliatti, Pavese, del Politecnico? Era una parola forte, indicava massa. Oggi è una parzialità: popolo di alfisti, popolo gay. E mobilitarsi? C’è una bella differenza da come la usava ieri il Pci e oggi il pubblicitario, che è lo spazzino e il condor dell’universo linguistico. Il pubblicitario la usa per il Salone del mobile con lo slogan ‘Mobilitatevi‘”. Ma non si tratta, come accennavamo sopra, solo di lingua: si tratta di modalità comunicative. Non si tratta soltanto del decennio della pubblicità sfrenata. E’ del 1986 un episodio spesso trascurato, ma che segna, quale spartiacque, le modalità della comunicazione politica. Craxi e De Mita sono legati dal cosiddetto informale “patto della staffetta”, che avrebbe visto la DC tornare al governo dopo più di mille giorni di governo Craxi. Sarà lo stesso Presidente del Consiglio a sconfessare pubblicamente il patto; non in una sede di partito, né tantomeno in una sede istituzionale. Lo farà intervistato in TV da Giovanni Minoli. Potremmo chiosare così: sono gli anni Ottanta, cosa ci potremmo aspettare di diverso?

Le nuove modalità di comunicazione, dalle nuove forme di pubblicità televisiva alla radio – si tratta di tutta la humus da cui scaturirà la comunicazione via web, “che nulla dimentica e tutto rivomita” (p. 51) dà voce ad un’Italia sempre più volgare, scurrile, violenta e repressa; non è un problema soltanto di comunicazione. Secondo Morando, che reca esempi a suffragio, dall’esperimento delle telefonate a Radio Radicale ai centralini per l’assistenza sessuale telefonica, è un’Italia obnubilata dal vuoto anche e soprattutto nei contenuti. Il riflusso politico ha portato a questo. Lo nota Miriam Mafai su Repubblica (p. 104), riferendosi proprio all’esperimento tentò Radio Radicale, a rischio di chiusura, aprendo i suoi microfoni alle telefonate degli ascoltatori. Un misto di turpiloquio, violenza verbale e aggressività comunicativa. “Il saggio provvedimento della Procura di Roma [che decise di porre fine alla trasmissione ma di non chiudere l’emittente] rasserena la nostra coscienza, ci permette di dimenticare o ignorare l’esistenza vicino a noi di una Italia becera esibizionista razzista ed erotomane, insieme violenta e impotente“. Sembra avverarsi l’ultima predizione, o forse premonitrice constatazione, del Pasolini di Petrolio, più che degli scritti corsari e luterani. C’è un’Italia vuota di idee e colma di risentimento, un’Italia orgogliosamente volgare che fa della volgarità una vera e propria tendenza. È sotto questo segno che tutti gli anni ’80 possono essere letti e interpretati – racconta Morando con una prosa che non rinunzia mai ad una tagliente ironia tragica, giacché lo spettatore sa come andrà a finire la vicenda.

Non è invero l’unico punto di vista sugli anni ’80 possibile. Pier Vittorio Tondelli, in un articolo del 1990, si chiede: “Gli anni ’80 sono stati soltanto il decennio del rampantismo, dell’individualismo, della rivoluzione elettronica iniziata nel segno del computer e approdata ai riti del fax, gli anni dei guadagni veloci di Borsa, dell’ossessione pubblicitaria, del made in Italy, del trionfo dell’immagine sui contenuti, delle apparenze e delle forme sulla sostanza? […] Evidentemente no”. La critica e l’analisi storica non possono basarsi su simpatie o avversioni; e non possono nemmeno esser condotte con partigianeria e unanimismo di sorta. Debbono, però, esser animate da persuasioni forti, da espliciti obiettivi, da chiare linee di metodo e interpretazione. Ed è proprio questo il merito del libro di Morando: un indirizzo chiaro, definito, senza smorzature, tutto incentrato sulla perizia d’analisi dei testi e dei documenti. Non è però certo l’unica visione possibile. Non è nostro compito decidere da che parte porsi, in questa sede. È nostro compito però sottolineare la speranza che, a partire da questo libro che potrà rivelarsi un sasso nello stagno della critica storica sugli anni ’80, nuove e diverse voci si possano levare e nuovi e diversi argomenti si possano affrontare e criticare.


1# In questo senso si vogliono segnalare i tre più importanti e recenti contributi: Luca Pollini, L’Italia tra evasione e illusione (Bevivino, Milano, 2010); Il paese reale. Guido Crainz, Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, (Donzelli, Roma, 2012); Marco Gervasoni, Storia d’Italia degli anni ottanta. Quando eravamo moderni, (Marsilio, Venezia, 2010).


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui 

 

Scritto da
Federico Diamanti

Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]