“Debito. I primi 5000 anni” di David Graeber. Recensione

Càpita raramente di leggere un libro intellettualmente ambizioso, capace di “volare alto”, al di sopra delle formule e degli slogan del dibattito pubblico contemporaneo, e al contempo pienamente attuale, cioè utile a comprendere i problemi della più stringente attualità. Ancor più raramente càpita di leggere un libro che – e forse in questo sta il suo più grande pregio – ne contiene almeno due, ciascuno dei quali capace di insegnare e far riflettere. E’ il caso di Debito. I primi 5000 anni, pubblicato nel 2011 da David Graeber e edito in Italia da Il Saggiatore. Graeber, antropologo, già professore a Yale, è un noto attivista politico, che ha preso parte alle battaglie per la cancellazione del debito dei Paesi  del Terzo Mondo negli anni Novanta e, più recentemente, è stato l’ideologo del movimento “Occupy Wall Street”, inventando il famoso motto “Siamo il 99%”.

Lo stesso titolo rivela la duplice natura dell’opera, che può essere appunto considerata la sintesi di due diversi libri: il primo, un saggio di antropologia che sfida i principali miti della della scienza economica, mettendone in discussione tanto la verità storica (magistrali le pagine sul “mito del baratto”) quanto i fondamenti etici, profondamente radicati nel senso comune. Il secondo, un’indagine profondamente originale – e per questo apprezzabile – della storia del debito e della moneta, inserita nella cornice della storia universale della civiltà umana.

Che cos’è il “debito”? Perché l’idea di debito ha assunto un ruolo così centrale nelle religioni e nella filosofia di tutte le civiltà (almeno fin dalla scoperta dell’agricoltura, come evidenzia l’autore)? A queste domande cerca di rispondere Graeber, prendendo le mosse da un dialogo che svela la grande ambizione di quest’opera. Parlando con un’attivista londinese del suo impegno nel movimento per la cancellazione del debito dei Paesi del Terzo Mondo, l’autore si trova di fronte all’obiezione più ovvia e disarmante: “Bisogna pur ripagare i propri debiti…”. L’intero libro è – in fondo – il tentativo di ribattere in modo convincente a quest’obiezione, svelando la piramide di concetti, valori, teorie (ed errori) che la sorreggono. Una risposta che, evidentemente, risulterà complessa e dovrà scontare alcune incertezze.

Graeber, nelle quasi 500 pagine dell’edizione italiana, traccia una linea ideale tra quattro elementi fondamentali, spiegando la relazione che intercorre tra loro: il potere politico centralizzato, capace di esercitare il monopolio della giustizia e della violenza (dalle città stato, agli imperi, allo stato moderno); la guerra, con i suoi enormi costi umani ed economici; l’economia “commerciale” o “di mercato” (in opposizione all’“economia umana”, concetto con il quale Graeber definisce le economie in cui l’accumulazione di ricchezza non costituisce l’obiettivo principale); il denaro, intendendo con esso quella particolare forma di moneta che assume la consistenza di una “cosa”, dotata sia di un valore intrinseco (metallo prezioso) che di un plusvalore conferitole dall’autorità politica che la crea. L’autore illustra come mercato e Stato, lungi dall’essere concetti antitetici, siano nati insieme e abbiano bisogno l’uno dell’altro per esistere (evidenti, qui, le assonanze con le idee del movimento per i beni comuni). A legarli insieme, in modo indissolubile, è il denaro, che l’autore mostra sotto una triplice veste: quella di prodotto della centralizzazione del potere politico, quella di soluzione al problema del finanziamento delle imprese belliche, e quella di anima dell’economia “commerciale”, basata su transazioni impersonali e sull’obiettivo dell’accumulo di ricchezza.

Il prodotto più interessante della sua riflessione riguarda le conseguenze di questa relazione fondamentale (potere-guerra-mercato-denaro) sul pensiero umano: dalla religione, alla filosofia, al senso comune. Cioè l’abitudine, così universalmente diffusa, di pensare le relazioni tra gli esseri umani in termini di “debito-credito”: dal debito con gli antenati, nelle culture tradizionali, alla più moderna idea di debito con la società. Rivelatrici sono le riflessioni sull’idea che l’uomo, attraverso i secoli, si sia immaginato debitore di un debito che non può mai essere interamente ripagato, ma che impegna ciascuno ad una vita di “tributi”, materiali e non (è realmente diverso – si chiede Graeber  – il pagamento di un debito commerciale dal pagamento del tributo ad un conquistatore?). Interessante, qui, il parallelismo con la storia dei sistemi monetari ed il ruolo delle banche: Graeber illustra la nascita della carta moneta, moneta “bancaria” in contrapposizione alla moneta “statale”, coniata dal potere politico. Quando la moneta metallica non è più sufficiente a finanziare le spese (di solito militari) dei governi, nascono i “biglietti di banca”, emessi come documento comprovante il prestito delle banche allo stato. Un “pagherò” che inizia subito a circolare come moneta ufficiale, perché lo stesso Stato, che non può ripagare il proprio debito, obbliga tutti ad accettare in pagamento la nuova moneta (il “corso forzoso” della moneta cartacea). Nascono così quasi tutti i moderni sistemi monetari, letteralmente edificati su di un debito che non può essere ripagato, pena la scomparsa del denaro stesso.

Il debito, secondo Graeber, è quindi la più antica e potente forma di asservimento. Rappresenta una condizione tutt’altro che “naturale”, ed è imposto da rapporti di potere – politico, militare ed economico – che ricerca la propria giustificazione nel mito, nelle religioni e nell’etica.

Le conclusioni del libro non sono nette. La complessità del presente e la crisi mondiale sfidano la comprensione e l’autore (meritoriamente) lo riconosce, evitando di lanciarsi in previsioni azzardate. L’ultimo capitolo del libro, forse il meno originale, ricostruisce la rivoluzione economica che ha seguito il definitivo abbandono del gold standard, quando all’inizio degli anni Settanta gli Stati Uniti rinunciarono alla convertibilità aurea del dollaro. Sono stati molti, negli ultimi anni, gli autori che hanno rintracciato in quel passaggio, a lungo sottovalutato, le origini della crisi mondiale: uno per tutti Yanis Varoufakis, nel suo Il Minotauro Globale (Asterios, 2012). Graeber, tuttavia, rinuncia a trarre conclusioni definitive. Sottolinea, invece, l’apparente paradosso rappresentato dal ritorno a un sistema di moneta creditizia – in cui il denaro, moneta “fisica”, tende a essere sostituito da elaborati sistemi di compensazione di crediti e debiti – ed un’epoca che pare segnata da instabilità e guerre. In passato, infatti, la moneta creditizia è stata la caratteristica di epoche pacifiche. Sarebbe troppo facile obiettare che – secondo un’altra recente opera di grande interesse – questa è probabilmente l’epoca più pacifica della storia del mondo (Il declino della violenza, di Steven Pinker, Mondadori, 2013). Perché Graeber, interrogandosi sul futuro, non pretende che le sue pur felici intuizioni siano in grado di prevederlo. Il suo obiettivo, del resto, è un altro: rivelare le fondamenta storiche, economiche e culturali dell’edificio rappresentato dalla nostra visione del mondo, in cui il concetto di “debito” ricopre un ruolo addirittura sconcertante per centralità ed importanza.

Da questa ambizione, forse, dipendono anche i limiti dell’opera, che pur merita un posto nella biblioteca di chiunque si interroghi sui problemi del presente. Graeber non pretende di spiegare la crisi, né tantomeno propone soluzioni. Il messaggio profondo del libro è, in definitiva, la rivendicazione della superiorità morale del “debitore” nei confronti della struttura di asservimento, culturale ed economica, chiamata “debito”. Il tentativo (riuscito) di farne un’opera di divulgazione, costringe poi l’autore a sorvolare su gran parte della storia del pensiero politico e filosofico, ricorrendo a semplificazioni a volte eccessive: dei grandi sistemi di pensiero del liberalismo, del marxismo, del confucianesimo (e di molti altri) il libro offre versioni quasi macchiettistiche.

Un limite ulteriore è rappresentato, probabilmente, dal punto di vista dell’autore: un antropologo che rivendica la superiorità della sua scienza, della sua chiave di lettura del mondo, nei confronti delle altre, in primis quella economica. Limite forse inevitabile: difficile dar credito (o anche solo fingere di dar credito) alle teorie degli economisti quando tra le proprie idee di fondo c’è quella che l’economia non avrebbe una dignità propria, autonoma da filosofia e politica. Accanto all’economia, però, c’è almeno un secondo grande assente: il diritto. Scienza quanto mai “inesatta”, legata a doppio filo con filosofia e politica, ma che sui concetti di debito e credito avrebbe – forse – qualcosa da insegnare anche a Graeber. L’autore intuisce, ad esempio, che nel diritto romano – correttamente illustrato come il prodotto di una civiltà schiavista e del latifondo – si trovano gli strumenti concettuali che sorreggono la moderna economia “di mercato”, impersonale e tributaria del potere politico, che fornisce le forme di asservimento capaci di assicurare effettività delle sue transazioni. Ma la riflessione appare monca, non si sviluppa. Manca, innanzitutto, l’attenzione a uno dei più centrali (ed attuali) fra i problemi delle scienze giuridiche: la concezione della proprietà.

Decisamente ardite, poi, sono le argomentazioni sulla violenza della giustizia e del diritto penale, sulle quali Graeber si dilunga parlando della storia che meglio conosce, quella inglese e americana. Non convince la spiegazione secondo la quale, tra Cinquecento e Seicento, l’economia “violenta” del denaro avrebbe soppiantato quella “umana” del credito proprio grazie alla ferocia delle leggi penali (carcere per debiti, pena di morte anche per le forme meno gravi di furto). L’autore è impegnato – lo si comprende – a sottolineare la disumanità intrinseca nelle relazioni fredde ed impersonali di debito e credito, che prescindono dai rapporti umani tra le persone dei debitori e dei creditori. Ma arriva al punto di evocare episodi che, con ogni evidenza, possono trovare spiegazione solo al di fuori della sfera delle relazioni economiche: come quello della donna, rea di aver comprato “a credito” da un negozio, che finisce impiccata per furto. (Graeber trascura di considerare che la severità quasi ridicola delle leggi penali del tempo trovava un temperamento formidabile nel giudizio da parte delle giurie popolari: alla previsione della pena di morte per gran parte dei reati corrispondeva un tasso di assoluzioni vicino all’80%. L’episodio fa pensare più ad un complotto ai danni della vittima che alla violenza intrinseca dell’economia di mercato).

Nonostante alcuni passaggi discutibili, tuttavia, il libro resta un’opera capace di insegnare e far riflettere. Un’opera, soprattutto, colma di idee e punti di vista stimolanti, che sorprende per la sua capacità di mettere in discussione anche gli assunti più scontati. Un motivo sufficiente, questo, per leggere qualunque libro, fosse anche meno piacevole di questa originalissima storia del debito e del denaro.


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Andrea Carapellucci, torinese, ha 29 anni. Avvocato e dottore di ricerca in diritto amministrativo, lavora presso la Banca d'Italia. Ha collaborato con le testate Termometro Politico e You Trend.

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