“Il melodramma della nazione” di Carlotta Sorba
- 27 Giugno 2017

“Il melodramma della nazione” di Carlotta Sorba

Scritto da Stefano Poggi

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Il melodramma come narrazione dell’Italia oppressa

L’analisi della storica approda a questo punto in Italia, dove l’irruzione del romanzo storico si manifestò in un contesto in cui permanevano forti nessi fra campo artistico e politico. Fra gli anni ’20 e ’30 dell’Ottocento si sviluppò nella Penisola un inedito «flusso di narrazione storica», legandosi ad un’amplificazione emotiva tipicamente melodrammatica. Auspicato dalle riflessioni dei pensatori democratici, questo «flusso» è individuabile tanto nel romanzo di scuola manzoniana quanto in quello di ispirazione foscoliana. Sorba definisce questo complesso narrativo come un «sottofondo prepolitico» al movimento patriottico, diffuso in ogni settore del nazionalismo italiano – democratico, liberale o moderato che fosse. La narrazione melodrammatica della storia nazionale che emerse venne declinata in innumerevoli forme, ma rispettando sempre i medesimi elementi: intrecci semplici e prevedibili, colpi di scena, conflitto irriducibile fra bene e male, vittoria inevitabile del bene. L’emancipazione della patria oppressa passava inevitabilmente per l’autoriconoscimento della propria condizione di servaggio prima celata dall’oppressore, necessaria premessa alla (altrettanto inevitabile) vittoria.

Verso la fine del quarto decennio dell’Ottocento questa produzione brulicante aveva costituito un repertorio ampio e consolidato, ma che si limitava a coinvolgere il pubblico ristretto ed elitario della cospirazione in cui si trovava confinato il fronte patriottico. Nondimeno, si trattava di un discorso politico «almeno virtualmente aperto ad una comunicazione allargata» e ad una più larga popolarizzazione[2]. Questa avvenne infine nel cosiddetto «lungo ‘48» (1846-1849), periodo durante il quale i confini dell’opinione pubblica si ampliarono fino a comprendere strati sociali prima esclusi[3]. Il dispositivo melodrammatico venne quindi declinato nei mezzi forniti dalla nuova cultura mediatica: per esempio in alcune popolari collane di libri patriottici sospinte da motivazioni al contempo pedagogico-patriottiche e più banalmente commerciali. Ma anche la pratica politica venne coinvolta pesantemente da una teatralizzazione massiccia, da subito percepita (e presto rinnegata) dagli stessi protagonisti. Così i patrioti si trasformarono in cavalieri medievali, con l’utilizzo di veri e propri costumi teatrali. Esempio massimo di questa trasformazione melodrammatica della pratica politica furono le feste cittadine che puntellarono i territori “liberati” durante il «lungo ‘48»[4]. Erano queste occasioni unitarie, che coinvolgevano nell’organizzazione e nella diffusione tutti i diversi settori patriottici, e che vedevano la partecipazione di grandi masse all’interno di un canone unanimista. Tutte queste pratiche politiche vengono lette da Sorba con gli occhiali dell’antropologo scozzese Victor Turner: come cioè dei «rituali di coesione» che servivano a formare il soggetto politico nazionale (o, usando la fortunata definizione di Benedict Anderson, la «comunità immaginata»[5]). In gioco quindi non sarebbe stata una manifestazione “simbolica” della nazione, quanto piuttosto la sua vera e propria costruzione. Tutte queste modalità – dall’apparenza spontanea, ma guidate e promosse dagli organizzatori patriottici – ebbero poi un’evidente funzione di incanalamento del potenziale esplosivo dell’emotività risorgimentale.

Nell’estate del 1848 – con l’indebolirsi del fronte italiano e la crescente frattura fra democratici e moderati – l’entusiasmo patriottico scemò e con esso anche questo tipo di pratiche politiche. La melodramatizzazione della politica italiana subì così una battuta d’arresto, acuita in seguito dalla chiusura degli spazi di libertà negli anni ‘50. Al tempo stesso questo modulo di narrazione aveva però varcato i (futuri) confini nazionali, nutrendo l’indignazione internazionale per la situazione italiana. Solo con l’Unità – raggiunta finalmente fra il 1861 e il 1871 – si assistette ad un riutilizzo pedagogico delle stesse modalità narrative. L’avvento della Sinistra liberale al potere – composta anche da ex garibaldini e mazziniani come il Presidente del Consiglio Francesco Crispi – ridiede spazio alla melodrammatizzazione del discorso nazionale, adoperata in questo ambito in un primo tentativo di nazionalizzazione delle masse italiane (secondo il noto motto dazegliano sulla necessità di «fare gli italiani»). Il romanzo Cuore di Edmondo de Amicis prima (1886) e l’avvento del cinema muto poi permisero di estendere ulteriormente il pubblico di questa narrazione melodrammatica – perpetuandola poi fino ai giorni nostri.

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Scritto da
Stefano Poggi

26 anni. Dottorando in storia all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Redattore di TRed e presidente dell'Associazione Fornaci Rosse di Vicenza. Su Twitter è @StePoggi.

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