“Il melodramma della nazione” di Carlotta Sorba
- 27 Giugno 2017

“Il melodramma della nazione” di Carlotta Sorba

Scritto da Stefano Poggi

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Il melodramma e la costruzione dell’identità nazionale

In piena dittatura fascista, Antonio Gramsci individuò nei suoi Quaderni la «malattia melodrammatica» come uno dei caratteri fondamentali del «nazionale-popolare» italiano[6]. La genesi di questo carattere sarebbe individuabile per Sorba proprio nel successo riscosso dal dispositivo narrativo melodrammatico nella prima metà del XIX secolo. In questo senso Il melodramma della nazione non è utile solo a comprendere i tratti della costruzione dell’identità nazionale italiana, ma anche e soprattutto a porre l’accento sulle modalità di popolarizzazione della stessa. Se infatti Alberto Banti nel suo fondamentale La nazione del Risorgimento aveva operato una prima importante verifica sulla costruzione dell’identità italiana[7], questa si era limitata ad un’analisi del pensiero e della produzione dei patrioti “letterati”. Né la partecipazione popolare a questa costruzione, né la sua ricezione negli strati più larghi della popolazione italiana erano stati presi in considerazione – anche per la natura “apripista” dell’opera. Il lavoro di Sorba – tramite lo studio di fonti non riconducibili al pensiero “alto” – si pone in questo senso come una prima breccia verso questi aspetti per ora trascurati, che rimangono passibili di un grande approfondimento in un’ottica tanto orizzontale (cioè dei tipi di ricezione a livello “microstorico” di comunità) quanto verticale (studiando cioè le modalità di produzione e ricezione della prima cultura di massa nella Penisola)[8].

Ma l’interpretazione di Sorba differisce da quella di Banti per un altro importante aspetto. Se entrambi i volumi in questione cercano – fondamentalmente – di dare una risposta al sorprendente successo della narrazione nazionale durante il Risorgimento, diverse sono le visioni sulla causa “profonda” di questa riuscita. Come abbiamo visto, per Sorba l’utilizzo della modalità del melodramma nelle narrazioni e nelle pratiche politiche sarebbe stato fondamentale nella popolarizzazione dell’ideale nazionale. Banti invece rintraccia la causa del successo del «discorso nazionale» nella sua natura di sostanziale riadattamento di discorsi preesistenti «opportunamente manipolati e rimontati»[9] – in particolare di quello cattolico. Sono queste due interpretazioni che rispecchiano un diverso approccio anche dal punto di vista metodologico (in particolare nella scelta delle fonti), ma che in un’ultima analisi non sono in contraddizione fra loro e possono completarsi vicendevolmente.

Infine Il melodramma della nazione ha un’ultima (ma non meno importante) valenza di stimolo, più legata alla contemporaneità: pone infatti l’accento sul ruolo della cultura di massa nella formazione delle identità collettive e della politicizzazione popolare. Ciò aiuta e spinge a considerare questo importante ambito della quotidianità contemporanea – utilizzando ancora una volta il Gramsci dei «Quaderni» (in questo caso senza alcuna responsabilità dell’autrice) – come una vera e propria «casamatta» da studiare e da espugnare, al pari degli altri centri di potere più “materiali” presenti nelle società avanzate. È questo un tema di riflessione che certo non può essere sviluppato in questa sede, ma che certifica una volta di più la fecondità (anche per una piena comprensione del presente) degli studi storici di matrice culturalista.


1 È interessante notare come nel medesimo “soggetto sociale” – emerso dai grandi cambiamenti urbanistici della Parigi post-rivoluzionaria – lo storico Maurizio Gribaudi abbia recentemente individuato il sorgere di una proposta politica autonoma da quella dominante e liberale. Cfr. Paris ville ouvrière. Une histoire occultée (1789-1848), Paris, La Découverte, 2015.

2 Si preferisce qua utilizzare il termine popolarizzazione (usato anche nel volume di Sorba) piuttosto che quello più usale (ma più ambiguo) di democratizzazione.

3 Il «lungo ‘48» fu preceduto in tal senso da un altro triennio altrettanto fugace: quello che seguì l’arrivo delle armate napoleoniche in Italia (1796-1799) e che segnò (per quanto molto limitatamente) un’apertura del dibattito politico oltre le tradizionali classi dirigenti.

4 La definizione si deve a Simonetta Soldani, Il lungo Quarantotto degli italiani in Storia della società italiana. Il movimento nazionale e il 1848, Milano, 1986.

5 Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Roma, manifestolibri, 1996.

6 Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Torino, Einaudi, 1953.

7 Alberto Banti, La nazione nel Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, 2000.

8 Simili direzioni di ricerca sono indicate nel recente studio di Enrico Francia sul ’48 italiano come premessa alla corretta interpretazione del movimento nazionale: «occorre delineare i diversi contesti nei quali si sviluppa questa estesa partecipazione [ai moti del ’48], e i canali utilizzati dalle élites politiche per entrare in contatto con le classi popolari urbane e rurali» (Enrico Francia, 1848. La rivoluzione del Risorgimento, Bologna, il mulino, 2012).

9 I cosiddetti «calchi». Ibid., pp 111 e sgg.


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Scritto da
Stefano Poggi

26 anni. Dottorando in storia all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Redattore di TRed e presidente dell'Associazione Fornaci Rosse di Vicenza. Su Twitter è @StePoggi.

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