“La società europea” di Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli
- 31 Marzo 2016

“La società europea” di Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli

Recensione a: Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli, La società europea, il Mulino, Bologna 2015, pp. 352, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Pareschi

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Il volume, opera di due sociologi di lungo corso, nasce con un intento esplicito e attuale: contribuire ad una conoscenza consapevole di somiglianze e differenze, tratti e destini comuni dei popoli europei. Poiché nel lungo termine l’esito del progetto di integrazione europea dipenderà in primo luogo dal sostegno popolare, gli autori intendono partecipare alla formazione intellettuale e civile delle generazioni giovani e meno giovani.

Ne scaturisce un ambizioso compendio denso di contenuti a proposito dell’Europa e dell’Unione Europea che, in dodici capitoli tematici, mescola prospettive storiche e sociali di lunghissimo periodo a prospettive politiche contemporanee o di attualità. Corrispondendo alla prima ottica, i capitoli III-VII (a firma di Cavalli) sono dedicati a temi quali lingue, religioni, università, città e popolazione, per sintetizzare l’evoluzione dell’Europa e i suoi punti d’approdo. I capitoli I-II e VIII-XII (scritti da Martinelli) hanno natura più politica e si concentrano su: identità europea, nazionalismo, sistema politico comunitario, partiti e gruppi di pressione nell’UE, Welfare State, economia dell’UE, gestione della crisi.

L’introduzione delinea una storia dell’integrazione europea a partire dalle sue (parzialmente abusate) radici ideali: il manifesto di Ventotene e il discorso di Churchill a Zurigo. Commentando che il processo si è svolto per impulso delle élite, con coinvolgimento limitato e reazioni ambigue dell’opinione pubblica, e che oggi l’UE non sembra più potersi legittimare come “garante della pace”, si chiede se debba puntare a costruirsi come “nazione”. La risposta è affermativa: ma in senso diverso dai processi storici di nation-building, visto il carattere pervasivo delle appartenenze nazionali e di loro aspetti quali la lingua, e diverso dagli Stati Uniti, non potendo fondarsi su una “rottura” dei suoi cittadini con le loro precedenti identità nazionali. Peraltro, si sostiene, un nucleo comune esiste:

le diverse identità dei popoli europei coesistono con una comune identità europea che è il portato di una eredità storica (la filosofia greca, il diritto romano, la tradizione religiosa ebraico-cristiana, la civiltà rinascimentale), ma che si è cristallizzata con l’avvento della modernità in uno specifico nucleo valoriale e istituzionale organizzato intorno al rapporto dialettico tra razionalità e individualismo/soggettività, producendo fondamentali innovazioni scientifico-tecniche, economiche, politiche e culturali (il capitalismo di mercato, la liberaldemocrazia, lo stato nazionale, le grandi università di ricerca).

Apprezzabile è la conclusione per cui occorre un impegno nella politica simbolica attraverso l’uso di ethos ed epos europei: non in opposizione alle identità nazionali, bensì per ri-orientarle in senso inclusivo verso un’identità europea “non esclusiva” e in un certo senso più debole. D’altra parte, dividere nettamente autorità politica e nazione espone al rischio di rivendicazioni contrapposte, insolubili in quanto identitarie. Al nazionalismo vengono ricollegate due grandi contraddizioni dell’UE: il progetto di costruire una unione sovranazionale attraverso gli Stati nazionali, e il trasferimento di porzioni di sovranità senza trasferimento di lealtà da parte dei cittadini. Tratteggiare la storia del nazionalismo, dai tempi in cui fu utilizzato per dare un’identità alle masse investite dai rapidi cambiamenti della rivoluzione industriale, riflette la potenza di questa “ideologia dello Stato nazionale” – riemersa in tutta Europa per bocca di partiti “nazional-populisti” – che ci si era forse illusi di poter consegnare al passato senza un reale confronto.

A questo punto il volume intraprende la sua parentesi sociale. Il capitolo sulle lingue discute le somiglianze tra gli idiomi del continente, il variegato grado di plurilinguismo negli Stati membri, il carattere ancora fortemente nazionale dei mass media, le scarse possibilità di superare l’uguaglianza formale tra le 24 lingue ufficiali dell’UE. Quello sulle religioni ricorda il predominio del Cristianesimo (nelle sue varianti dipendenti dalle fratture Oriente/Occidente e Riforma/Controriforma), le guerre di religione, i moderni processi di secolarizzazione, la personalizzazione delle religiosità e, infine, le difficoltà connesse al prender piede di un pluralismo religioso a seguito delle migrazioni. Il capitolo sulle università ne rammenta nascita e diffusione nei secoli, per poi commentare il passaggio da università di élite a università di massa dopo il 1945, nonché i contemporanei processi di convergenza degli standard e di differenziazione strategica tra atenei. La sezione sulle città identifica il fenomeno urbano come particolarmente marcato e relativamente antico in Europa, arrivando a descrivere opportunità e problemi del protagonismo delle città nell’era delle difficoltà dello Stato. Il capitolo sulla popolazione nota come la società europea, nonostante differenze interne, sia storicamente all’avanguardia nell’affrontare una situazione di bassi tassi sia di natalità sia di mortalità, in cui la quota di popolazione giovane si riduce e quella di popolazione anziana è in costante crescita: i flussi di immigrazione, si conclude a buon diritto, hanno l’effetto positivo di riempire i vuoti demografici.

Qui si ritorna alla parte politica con un corso accelerato sul sistema politico europeo: approcci teorici all’integrazione, successione storica dei trattati, struttura e compiti delle istituzioni, tipi di atti legislativi, settori e procedure di policy-making. La sezione successiva completa il quadro di politics analizzando la debolezza sia dei gruppi del PE sia dei partiti trans-nazionali (“europartiti”); discute anche della proliferazione “pluralista” dei gruppi di interesse attivi a Bruxelles e dei fattori che rendono più influenti (ma non onnipotenti) i gruppi “economici” e, tra di loro, quelli imprenditoriali.

Partendo dal percorso di crescita accidentato della cosiddetta “Europa sociale” attraverso i trattati, il capitolo sul Welfare State identifica i (presunti) tratti comuni di un “modello sociale europeo” – sistema di welfare non solo residuale, flexicurity, relazioni industriali istituzionalizzate con contrattazione collettiva – e riepiloga la classificazione dei sistemi di welfare, i cambiamenti e i ridimensionamenti dello Stato sociale negli ultimi decenni. Pur senza leggere l’integrazione europea come una minaccia ai compromessi sociali nazionali, si riconosce che nell’UE si ha un’asimmetria sostanziale tra politiche economiche (sempre più omogenee) e politiche sociali (lasciate ai singoli Stati membri), asimmetria che il rigore finanziario tramuta in circolo vizioso. La risposta è da rinvenirsi, oltre che in un ri-orientamento delle politiche sociali nazionali, nella “definizione di regole e standard sociali minimi” su disoccupazione, salari e redditi minimi, con adeguato monitoraggio e una procedura europea di infrazione.

Il capitolo sull’economia ricostruisce i successi del mercato comune nell’amplificare il boom degli anni Cinquanta e Sessanta, la stagflazione degli anni Settanta e il successivo approfondimento dell’integrazione economica, commentando moderatamente esiti positivi e perversi associati al prevalere del paradigma neoliberista. Riassume anche argomenti favorevoli e critici nei confronti dell’euro: qui prende posizione sostenendo che l’errore sia stato non mettere in comune anche la politica fiscale, spianando la via a squilibri crescenti e a competizione perversa tra Stati per attrarre investimenti esteri. La constatazione semplice ma cruciale è che con la crisi sono stati i Paesi membri a mantenere l’iniziativa, creando nuovi strumenti sia all’interno sia all’esterno del quadro comunitario, con le istituzioni sovranazionali lasciate ai margini. Le regole più stringenti adottate per volontà della Germania, invero anche per la salvaguardia delle banche tedesche, hanno esacerbato squilibri economici e acrimonie politiche, laddove invece “i conflitti d’interesse e la crisi di fiducia tra Paesi forti e Paesi deboli richiederebbero un governo autenticamente sovranazionale”. Sia la strategia di quantitative easing della BCE sia la leva finanziaria del Piano Juncker sono indicati con equilibrio come misure con aspetti positivi, e tuttavia insufficienti.

Si invocano quindi, attingendo da un report presentato dalla Commissione nel 2012: un coordinamento di tutte le politiche economiche e fiscali; un bilancio europeo fondato sul potere di imposizione, con possibilità di investimenti pubblici per ridurre gli squilibri strutturali; l’emissione di Eurobond e una parziale messa in comune del debito sovrano a fini antispeculativi; l’incentivazione di infrastrutture nei campi di energia e trasporti. Per legittimare tutto ciò, gli autori spingono per un aumento dei poteri fiscali, finanziari e di iniziativa legislativa del Parlamento europeo, da eleggersi in modo realmente paneuropeo. A livello istituzionale gli autori richiedono anche l’abolizione completa del veto nel Consiglio, proponendo l’uso di “maggioranze superqualificate”. Dovendo però fare i conti obtorto collo sia con la persistenza del metodo intergovernativo sia con la scarsa disponibilità degli Stati a revisioni dei trattati, identificano nelle “cooperazioni rafforzate” una soluzione pragmatica ed eventualmente estendibile. A questo proposito propongono di configurare un sottoinsieme del PE che rappresenti l’Eurozona, per invertire la sua corrente emarginazione dai processi decisionali.

Il principale pregio del libro sta nella sua natura di introduzione composita ad un ampio numero di tematiche, o di breviario comprensibile di storia sociale d’Europa, storia dell’integrazione europea, sistema politico e policies dell’UE. L’obiettivo di partenza sembra raggiunto: il lettore anche non troppo avvezzo a saggi politici troverà in queste pagine una solida base di riflessione che, senza rinunciare ad inquadramenti storici, riesce ad illuminare bene il contesto di più stretta attualità. La letteratura accademica cui si fa riferimento, inoltre, è adeguata e sfaccettata, il che consente di riprodurre una pluralità di valutazioni a proposito di molte problematiche europee.

I difetti sono il rovescio della medaglia delle qualità. Si avverte lo scarto tra i due tipi di sezioni -quello storico-sociale e quello politico incentrato sull’integrazione europea – ed è l’ambiziosa estensione dei temi trattati a far sì che, in un numero circoscritto di casi, le tesi rischino di apparire semplicistiche oppure non sufficientemente argomentate. Un esempio è il passaggio in cui si sostiene che “la forma statuale più adatta al nuovo contesto globale è rappresentata dalle unioni federali multietniche e multiculturali (a cominciare dall’egemone americano e da grandi potenze regionali come il Brasile, l’India, la Russia, la Germania, il Canada, l’Australia) e simili forme di integrazione economico-politica sovranazionale come l’Unione Europea”: un’asserzione la cui fondatezza è minata sia dalle differenze tra i casi citati sia dall’eccessivo determinismo.

Da ultimo, le proposte di riforma dell’Unione risentono a mio avviso di un problema di prospettiva. Evitano giustamente di fermarsi a qualche pallido suggerimento incrementale, ma non vorrebbero neppure essere visioni utopistiche; tuttavia finiscono comunque per proporre innovazioni radicali, senza peraltro delineare l’ombra di strategie in base a cui si potrebbe convogliare un consenso tra gli Stati membri, sulla base di un comune riconoscimento della loro auspicabilità o almeno di do ut des.

In definitiva, però, se il prezzo da pagare all’ampio respiro del libro è un insieme non amplissimo di sintomi di over-stretching, lo si paga volentieri. Si tratta infatti di un volume che lascia al lettore numerosi e diversificati spunti su cui ragionare, messi in luce con una sintesi tra rigore accademico e propositi divulgativi che risulta in genere ben calibrata.

Scritto da
Andrea Pareschi

Policy officer responsabile delle politiche digitali nella Delegazione della Regione Emilia-Romagna presso l’UE. Professore a contratto di Sistema Politico Italiano all’Università di Bologna tra il 2020 e il 2022. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London.

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