“La società europea” di Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli
- 31 Marzo 2016

“La società europea” di Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli

Scritto da Andrea Pareschi

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Partendo dal percorso di crescita accidentato della cosiddetta “Europa sociale” attraverso i trattati, il capitolo sul Welfare State identifica i (presunti) tratti comuni di un “modello sociale europeo” – sistema di welfare non solo residuale, flexicurity, relazioni industriali istituzionalizzate con contrattazione collettiva – e riepiloga la classificazione dei sistemi di welfare, i cambiamenti e i ridimensionamenti dello Stato sociale negli ultimi decenni. Pur senza leggere l’integrazione europea come una minaccia ai compromessi sociali nazionali, si riconosce che nell’UE si ha un’asimmetria sostanziale tra politiche economiche (sempre più omogenee) e politiche sociali (lasciate ai singoli Stati membri), asimmetria che il rigore finanziario tramuta in circolo vizioso. La risposta è da rinvenirsi, oltre che in un ri-orientamento delle politiche sociali nazionali, nella “definizione di regole e standard sociali minimi” su disoccupazione, salari e redditi minimi, con adeguato monitoraggio e una procedura europea di infrazione.

Il capitolo sull’economia ricostruisce i successi del mercato comune nell’amplificare il boom degli anni Cinquanta e Sessanta, la stagflazione degli anni Settanta e il successivo approfondimento dell’integrazione economica, commentando moderatamente esiti positivi e perversi associati al prevalere del paradigma neoliberista. Riassume anche argomenti favorevoli e critici nei confronti dell’euro: qui prende posizione sostenendo che l’errore sia stato non mettere in comune anche la politica fiscale, spianando la via a squilibri crescenti e a competizione perversa tra Stati per attrarre investimenti esteri. La constatazione semplice ma cruciale è che con la crisi sono stati i Paesi membri a mantenere l’iniziativa, creando nuovi strumenti sia all’interno sia all’esterno del quadro comunitario, con le istituzioni sovranazionali lasciate ai margini. Le regole più stringenti adottate per volontà della Germania, invero anche per la salvaguardia delle banche tedesche, hanno esacerbato squilibri economici e acrimonie politiche, laddove invece “i conflitti d’interesse e la crisi di fiducia tra Paesi forti e Paesi deboli richiederebbero un governo autenticamente sovranazionale”. Sia la strategia di quantitative easing della BCE sia la leva finanziaria del Piano Juncker sono indicati con equilibrio come misure con aspetti positivi, e tuttavia insufficienti.

Si invocano quindi, attingendo da un report presentato dalla Commissione nel 2012: un coordinamento di tutte le politiche economiche e fiscali; un bilancio europeo fondato sul potere di imposizione, con possibilità di investimenti pubblici per ridurre gli squilibri strutturali; l’emissione di Eurobond e una parziale messa in comune del debito sovrano a fini antispeculativi; l’incentivazione di infrastrutture nei campi di energia e trasporti. Per legittimare tutto ciò, gli autori spingono per un aumento dei poteri fiscali, finanziari e di iniziativa legislativa del Parlamento europeo, da eleggersi in modo realmente paneuropeo. A livello istituzionale gli autori richiedono anche l’abolizione completa del veto nel Consiglio, proponendo l’uso di “maggioranze superqualificate”. Dovendo però fare i conti obtorto collo sia con la persistenza del metodo intergovernativo sia con la scarsa disponibilità degli Stati a revisioni dei trattati, identificano nelle “cooperazioni rafforzate” una soluzione pragmatica ed eventualmente estendibile. A questo proposito propongono di configurare un sottoinsieme del PE che rappresenti l’Eurozona, per invertire la sua corrente emarginazione dai processi decisionali.

Il principale pregio del libro sta nella sua natura di introduzione composita ad un ampio numero di tematiche, o di breviario comprensibile di storia sociale d’Europa, storia dell’integrazione europea, sistema politico e policies dell’UE. L’obiettivo di partenza sembra raggiunto: il lettore anche non troppo avvezzo a saggi politici troverà in queste pagine una solida base di riflessione che, senza rinunciare ad inquadramenti storici, riesce ad illuminare bene il contesto di più stretta attualità. La letteratura accademica cui si fa riferimento, inoltre, è adeguata e sfaccettata, il che consente di riprodurre una pluralità di valutazioni a proposito di molte problematiche europee.

I difetti sono il rovescio della medaglia delle qualità. Si avverte lo scarto tra i due tipi di sezioni -quello storico-sociale e quello politico incentrato sull’integrazione europea – ed è l’ambiziosa estensione dei temi trattati a far sì che, in un numero circoscritto di casi, le tesi rischino di apparire semplicistiche oppure non sufficientemente argomentate. Un esempio è il passaggio in cui si sostiene che “la forma statuale più adatta al nuovo contesto globale è rappresentata dalle unioni federali multietniche e multiculturali (a cominciare dall’egemone americano e da grandi potenze regionali come il Brasile, l’India, la Russia, la Germania, il Canada, l’Australia) e simili forme di integrazione economico-politica sovranazionale come l’Unione Europea”: un’asserzione la cui fondatezza è minata sia dalle differenze tra i casi citati sia dall’eccessivo determinismo.

Da ultimo, le proposte di riforma dell’Unione risentono a mio avviso di un problema di prospettiva. Evitano giustamente di fermarsi a qualche pallido suggerimento incrementale, ma non vorrebbero neppure essere visioni utopistiche; tuttavia finiscono comunque per proporre innovazioni radicali, senza peraltro delineare l’ombra di strategie in base a cui si potrebbe convogliare un consenso tra gli Stati membri, sulla base di un comune riconoscimento della loro auspicabilità o almeno di do ut des.

In definitiva, però, se il prezzo da pagare all’ampio respiro del libro è un insieme non amplissimo di sintomi di over-stretching, lo si paga volentieri. Si tratta infatti di un volume che lascia al lettore numerosi e diversificati spunti su cui ragionare, messi in luce con una sintesi tra rigore accademico e propositi divulgativi che risulta in genere ben calibrata.

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Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l'Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King's College London. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo, sul populismo, sulle discrepanze di opinione tra élite e cittadini, sulla teoria costruttivista.

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