Un esito imprevisto: Regno Unito ed Europa dopo le elezioni
- 10 Giugno 2017

Un esito imprevisto: Regno Unito ed Europa dopo le elezioni

Scritto da Andrea Pareschi

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Il Regno Unito e Jeremy Corbyn

Dal canto suo, Corbyn non ha vinto, ma la sua proposta di cambiamento è viva e vegeta, molto più credibile ora che in passato. La performance estremamente convincente del partito è ancora più notevole se si considera che la sua traiettoria, sotto la guida di Corbyn, era stata preoccupante nonostante gli aumenti delle iscrizioni. Dopo la sua imprevista elezione, Corbyn aveva ricevuto critiche per l’impreparazione nella leadership e per il ruolo defilato nella campagna per il Remain: i contrasti duri e continuativi con la parte centrista del partito lo avevano costretto a subire una mozione di sfiducia interna, sottoscritta da oltre l’80% del gruppo parlamentare laburista, e a vincere una nuova elezione. Anche le elezioni locali tenutesi appena il mese scorso avevano comportato una dura sconfitta. Che l’uomo che era stato un “ribelle” dell’ala sinistra potesse ricompattare un partito reso diviso dalla sua stessa presenza, ristabilire il legame ormai incrinato con il tradizionale elettorato laburista di estrazione operaia e convincere un’opinione pubblica che in larga parte non sembrava condividerne le idee economiche e culturali, non appariva probabile.

La campagna elettorale ha fatto la differenza. È difficile valutare l’impatto personale dei leader, ma la freddezza e la vaghezza mostrate da May sono state contrapposte da diversi commentatori alla franchezza e alla coerenza di Corbyn: mentre il leader laburista ha figurato assai meglio nelle interviste che hanno punteggiato la campagna, il pregiudizio nei suoi confronti si è affievolito. Secondo dati YouGov, ad una domanda su chi reputassero il migliore primo ministro i britannici rispondevano in favore di May con scarti di 30 punti percentuali per tutto il 2016, e ancora a metà aprile il differenziale era addirittura di 39 punti (54% contro 15%): in un solo mese e mezzo, la differenza si è assottigliata fino a 13 punti. Similmente, ad un altro quesito sul fatto che May stesse facendo “bene” o “male”, un differenziale che fino ad aprile non era mai sceso sotto i 15 punti diventava di soli 9 a fine maggio e di -5 a inizio giugno; per Corbyn, il cui differenziale a fine maggio era ancora di -28 punti (30% contro 58%), a inizio giugno la valutazione negativa si riduceva a -2 punti (42% contro 44%).

Un’altra chiave di lettura è considerare le questioni ritenute più importanti dall’elettorato, perché una parte ormai sostanziale dei cittadini delle democrazie occidentali vota tenendo conto della competenza dei partiti oltre che delle loro posizioni. Secondo le rilevazioni Ipsos MORI di maggio 2017, il sistema sanitario (NHS) ha affiancato la questione europea come tematica più “sentita” dall’elettorato: l’immigrazione, centrale nelle elezioni del 2015 e nel referendum del 2016, ha avuto un ruolo secondario, al apri di economia e istruzione. Se l’elezione si fosse giocata solamente sulla Brexit, il vantaggio dei conservatori in termini di reputazione sarebbe stato difficile da compensare: nonostante siano state le divisioni interne ai conservatori a portare al referendum, ancora a maggio 2017 l’opinione pubblica riteneva molto più affidabili in materia i Tories (36%) dei laburisti (17%). In altri ambiti il Labour ha nettamente guadagnato terreno in campagna elettorale: nella gestione del sistema sanitario, che tradizionalmente li vede preferiti, il loro vantaggio è passato da soli 7 punti percentuali a fine aprile a ben 16 a fine maggio.

Da ultimo, il programma laburista è stato bene accolto. È vero, è rimasto vago sulla Brexit, pur impegnandosi a garantire i diritti dei cittadini comunitari nel Regno Unito e auspicando di mantenere la partecipazione al mercato comune. Ha rigettato “falsi obiettivi” sulla quantità di immigrati desiderati, anche se ipotizzando criteri di regolamentazione, e ha difeso l’accoglienza di rifugiati in accordo con il diritto internazionale: un’impostazione di principio in difesa dei diritti umani mantenuta in politica estera, dove peraltro Corbyn è saggiamente venuto a patti con il partito impegnandosi al rinnovo dei dispositivi di deterrenza nucleare. In termini economici, soprattutto, si è trattato di un programma solidamente socialdemocratico: una banca nazionale per investimenti di lungo termine, finanziamenti al sistema sanitario, abolizione delle tasse universitarie e ripristino di sussidi a studenti bisognosi, più la nazionalizzazione di ferrovie, poste e (nel lungo periodo) energia. Non solo: lo sforzo di prevedere in modo relativamente preciso coperture per le misure proposte – principalmente agendo attraverso la tassazione sui redditi alti e l’imposta sulle società – e l’impegno a raggiungere il pareggio nella spesa corrente hanno pagato, rispetto alla scarsa attenzione riservata alle coperture economiche dal programma dei conservatori, finito nel mirino pure per l’ormai famigerata dementia tax.

Occorrerà tempo per comprendere fra quali elettori il messaggi laburista ha fatto breccia: fino a che punto, ad esempio, l’impennata dei consensi del Labour si debba a ex-sostenitori nuovamente attratti dopo anni di distanza, oppure a una maggiore affluenza al voto tra i giovanissimi, che i primi dati sembrano peraltro confermare. Se così fosse, il vantaggio di rimanere all’opposizione senza dover affrontare i duri negoziati sulla Brexit, unitamente ad un neonato consenso presso un elettorato giovane che nel Regno Unito è generalmente distaccato dalla politica più che nel resto dell’Europa occidentale, offrirebbero ai laburisti una solida base di speranza impensabile fino a poche settimane fa.


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Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Professore a contratto all’Università di Bologna. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l’ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London. I suoi studi si concentrano su: processo di integrazione europea, euroscetticismo, populismo, discrepanze di opinione tra élite e cittadini, politica britannica e Brexit.

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