La “special liaison” Roma-Teheran: fra crisi e sviluppo

Teheran

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Il tornante della rivoluzione del 1979

Dopo la morte di Mattei, le relazioni tra i due paesi continuarono con il nuovo CEO di ENI Eugenio Cefis. Durante gli anni Sessanta alcuni eventi rafforzarono ulteriormente le relazioni fra i due paesi. Lo Shah visitò Roma nel 1964 incontrando il Presidente Gronchi, il primo ministro Moro e il ministro degli esteri Saragat. Importante da notare fu l’accordo nel 1970 firmato dai Ministri degli esteri dei due paesi Moro e Zahedi che impegnava l’Italia a favorire la crescita economica e commerciale dell’Iran e a sviluppare interessi comuni nella formazione di personale tecnico iraniano qualificato. Con l’Accordo del 1970 importanti compagnie italiane come GIE, Impregilo, SAE e Sauti ottennero commesse significative e cominciarono a lavorare in Iran.

Da non dimenticare è inoltre il legame culturale che esiste fra i due paesi fin dall’antichità. L’Italia sia con l’Istituto di Cultura Italiana, ISMEO, sia con numerose università, tra le quali il Politecnico di Torino, dagli anni Settanta si è impegnata nel restauro di edifici storici e nel recupero di siti archeologici di interesse internazionale. Ad esempio, il recupero della città di Persepolis interamente gestito da archeologi e tecnici italiani e il palazzo Ali Qapu ad Isfahan che fu completamente recuperato grazie all’intervento di aziende e maestranze italiane. Continuando nell’analisi delle relazioni italo iraniane: nel 1974 e 1978 ci furono due importanti visite di stato, rispettivamente del Presidente della Repubblica Leone e del Ministro degli Esteri Forlani. In questo periodo Teheran era il quarto fornitore di petrolio per l’Italia, numerosi accordi di sviluppo delle infrastrutture iraniane furono firmati da diverse società italiane: Snam, Italstrade, Saipem, Sadelmi, Ipisystem, Pirelli e Gruppo Bugnone. Si può affermare che i due paesi erano – e sono – fra loro complementari: l’Italia era – ed è – il ponte tra Oriente e Occidente e l’Iran era – ed è – il legame con il lontano Oriente (ricordiamo per inciso i rapporti fra Cina e Iran e i recentissimi sviluppi fra Cina e Italia e la proiezione verso Occidente della cosiddetta Nuova Via della Seta). Il 1978 e il 1979 sono due anni drammatici per Teheran e per Roma: da un lato l’assassinio di Aldo Moro che privò, fra l’altro, l’Italia di una figura chiave nel rapporto con Teheran e dall’altro la rivoluzione Khomenista che portò all’instaurazione della Repubblica Islamica, bloccarono le relazioni tra i due paesi e tra Iran ed Europa per circa un decennio.

Le relazioni fra i due paesi scontarono la più generale crisi di rapporti fra Europa ed Iran causata dalla guerra Iran-Iraq, dalla violazione dei diritti umani in Iran e dalle uccisioni di dissidenti iraniani all’estero avvenute in Europa e in Sud America.

Dal 1997, con l’elezione del riformista Khatami iniziò il cosiddetto “Dialogo Comprensivo”, caratterizzato da incontri annuali su temi quali terrorismo, diritti umani e non proliferazione nucleare. Su queste basi nel 1997 il Ministro degli Esteri Dini visitò Teheran e si incontrò con il suo omologo Kharranzi. Importante da sottolineare la visita del Primo Ministro Italiano Romano Prodi nel 1998, la prima visita ufficiale di un premier europeo dall’instaurazione del regime teocratico iraniano. Khatami e Prodi concordarono sull’importanza di ricominciare a dialogare politicamente e incrementare le relazioni commerciali ed economiche tra i due paesi. Da ricordare, in quell’occasione, le parole del vicepresidente iraniano Habibi sul ruolo fondamentale avuto dall’ENI di Mattei.

Le relazioni tra l’Italia e l’Iran ripartirono, numerosi accordi furono firmati, significativa fu l’apertura di una linea di credito di 400 milioni di dollari per il porto di Bandar Abbas. Nel marzo del 1999 Khatami ricambiò la visita di Prodi, visita che divenne simbolo importante della Special Liaison italo iraniana, fu la prima visita di un Capo di stato iraniano in Europa e fu significativamente scelta Roma. Sempre nello stesso anno fu firmato un protocollo di cooperazione e nel 2000 fu siglato un memorandum per la formazione di un gruppo di collaborazione parlamentare.

Passando alla questione spinosa del nucleare anche se l’Italia non fu membro E3 (Francia, Germania e Inghilterra), organo che si occupò della gestione nucleare, l’Italia cercò numerose volte di minimizzare le preoccupazioni che l’Iran avesse un programma nucleare militare segreto. L’esclusione limitò la possibilità italiana di influenzare le decisioni prese nei confronti dell’Iran, gli USA ebbero pochi ostacoli ad imporre la propria posizione a cui si allineò rapidamente l’E3. D’altro canto, Teheran spinse perché l’Italia facesse parte dell’E3, in quanto Roma era considerata da Teheran meno allineata alle posizioni dell’amministrazione Bush. Una delle ragioni che spinsero il Governo Berlusconi a non insistere troppo per entrare nell’E3 fu dovuta al timore di una nuova crisi transatlantica come quella sull’Iraq, allora non ancora superata. La non partecipazione italiana costò molto sia all’Italia, sia all’Iran mettendo in crisi anche le relazioni fra UE e Iran. Un ruolo attivo nell’E3 avrebbe rafforzato l’azione italiana all’interno dell’EU e avrebbe protetto con successo gli investimenti delle aziende nazionali in Iran. Per l’Iran l’assenza dell’Italia significò la mancanza di un paese europeo che giocasse il ruolo di “canale attivo” con gli altri paesi dell’E3 e dell’EU in generale. Questo ruolo richiedeva un paese di cui l’Iran potesse pienamente fidarsi e questo paese poteva essere solo l’Italia per i rapporti da sempre amichevoli e costruttivi.

Nel 2006 con l’elezione del conservatore Ahmadinejad (2005-2013) e la sua politica antioccidentale e le posizioni espresse sul nucleare l’ONU impose le sanzioni economiche all’Iran. Dal 2007 i Paesi europei adottarono anch’essi le sanzioni contro l’Iran, ivi compresa l’Italia, che giudicava inammissibile la proliferazione di armi nucleari voluta da Teheran. La tensione fra l’Iran e i Paesi occidentali raggiunse la massima tensione nel 2010 e nel 2012 quando l’Iran per bocca di Ahmadinejad minacciò l’Occidente dichiarando di voler proseguire nel programma di arricchimento dell’uranio (a fini militari ovviamente). Il Governo italiano cercò di mediare fra le varie posizioni tentando di trovare una via diplomatica alla crisi in atto. Purtroppo, l’azione italiana fallì per l’intransigenza di Washington e dei suoi più stretti alleati europei. Questa crisi causò all’Italia danni economici considerevoli, secondo i dati elaborati da SACE: dal 2006 ci fu una perdita di circa 15 miliardi di euro in esportazioni, nel periodo tra il 2014-2016 le esportazioni italiane ammontavano solo a circa 3 miliardi contro stime di 19 miliardi se non ci fossero state sanzioni.

Importante è da sottolineare come l’Italia anche durante le sanzioni abbia sempre cercato di ritagliarsi uno spazio di dialogo sia formale che informale con Teheran. Questo evidenzia come le relazioni economiche e commerciali con Teheran siano da sempre di fondamentale importanza per la bilancia commerciale italiana. Con le elezioni del 2013, che videro l’elezione del moderato Rouhani, immediatamente iniziò un programma per rivitalizzare i legami Roma-Teheran e nello stesso anno il ministro degli esteri italiano Bonino visitò l’Iran come primo leader europeo dall’inizio delle sanzioni. Con questa visita, il rilassarsi delle sanzioni e poi il grande traguardo del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) ratificato il 14 luglio 2015, l’Italia intraprese nuove e forti relazioni con Teheran. La ratifica quindi portò il riavvio di business già esistenti e la creazione di nuovi partenariati commerciali per entrambi i paesi: il JCPOA fu un vero e proprio turning point per l’Italia e l’Iran. Oggi, e a buon diritto, l’Italia è inserita nel nuovo E4, gruppo UE con il compito di agire nei rapporti con l’Iran e più in generale con tutto il Medio Oriente (sul caso yemenita ad esempio).

Nonostante i buoni rapporti fra Roma e Teheran, il ritiro degli USA dal JCPOA e la decisione del presidente Trump di imporre nuovamente sanzioni economiche hanno esposto le imprese italiane a rischi significativi. Il precedente Primo Ministro Gentiloni dichiarò “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia è con gli alleati europei per confermare gli impegni presi”. Tuttavia, come per altre società europee, le imprese italiane non sono facilmente disposte a mettere a repentaglio la loro presenza nel mercato statunitense, a rischio se continuano a lavorare con l’Iran. Mentre alcune aziende hanno scelto di rimanere, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Ansaldo e altre aziende hanno annunciato uno stop alle loro attività in Iran. In tal senso ENI ha dichiarato: “Non abbiamo presenza nel Paese” e il Gruppo Ventura ha affermato: “Ci aspettavamo di espanderci in Iran, costruire lì delle ferrovie. Non procediamo più”. Invitalia, l’Agenzia statale per lo sviluppo e gli investimenti che finanzia i progetti italiani in Iran, ha annunciato che: “Il progetto è in pausa” e che l’Agenzia è: “In attesa che il rapporto tra Stati Uniti, Europa e Iran sia chiarito”. La decisione del governo degli Stati Uniti di concedere una deroga petrolifera all’Italia probabilmente significherà poco in quanto sino ad ora non vi è alcun segnale che il Governo italiano intenda utilizzare questa possibilità.

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Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Genova. Successivamente ha ottenuto il Master in Modern Middle East Studies presso l'Università di Leiden. Attualmente frequenta il Master Double Degree in International Affairs presso l'Università di Bologna e la Johns Hopkins University sempre a Bologna.

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