Riflessioni sulla cultura politica

L’intervento che segue è stato pronunciato dall’autore al tavolo “Quale cultura politica?” nell’ambito dell’iniziativa “Think Left”, tenutasi a Roma sabato 9 maggio


La “cultura politica” di un partito è un organico sistema ideologico e concettuale, che esprime la morale, l’universo simbolico, rituale, valoriale e la visione del mondo e della vita di un corpo politico. Dai suoi gruppi dirigenti fino ai militanti di base, al punto da orientarne le scelte esistenziali e l’azione politica reale. Le culture politiche si originano e traggono nutrimento vitale dalla storia nazionale del paese dove sorgono: i partiti esistono finché sono in grado di esprimere la cultura politica di cui si fanno portatori; quando una tradizione si sfarina e si esaurisce, muore anche il partito che ne è espressione. Infatti, è sempre la storia nazionale di un paese a spiegare la cultura politica di un partito e mai il contrario. Una cultura politica è innanzitutto sempre di tipo nazionale. Questa poi si inserisce all’interno di macro filoni trans-nazionali, in cui però le determinate esperienze nazionali mantengono ognuna la propria specificità. L’internazionalismo proletario socialista, e comunista poi, ha rappresentato l’unico vero tentativo, a sinistra, di creare una cultura politica, e quindi un movimento, che superasse il carattere intrinsecamente e necessariamente nazionale di ogni cultura politica; la rottura della II Internazionale, nel 1914, con la spaccatura dei partiti socialisti europei sulla guerra e poi la sconfitta dell’idea trotzkista di “rivoluzione mondiale” o di “rivoluzione permanente”, contrapposta alla ben più solida e realistica formula di “socialismo in un solo paese”, è la dimostrazione della inevitabile e necessaria peculiarità nazionale di ogni cultura politica. Lo aveva colto perfettamente Gramsci all’inizio degli anni ’30 quando da un lato evidenziava come la contraddizione fondamentale della modernità capitalista stesse tutta nella dimensione cosmopolita dell’economia contrapposta a quella puramente nazionale della politica e dall’altro quando cercava di riadattare, con il passaggio dal materialismo storico alla filosofia della prassi, la dottrina marxista-leninista alla situazione concreta occidentale e specificatamente italiana, rileggendo tutta la storia nazionale a partire dalla incompiutezza del processo di unificazione risorgimentale. In epoca moderna, solo la rivoluzione neoconservatrice, a partire dalla riorganizzazione dell’economia mondiale da parte della presidenza Nixon, tra il ’71 (fine accordi di Bretton Woods) ed il ’73-’75 (due rapporti della Commissione Trilaterale) è riuscita ad imporre a livello mondiale, fin nel profondo del senso comune della maggioranza degli individui, non solo una cultura politica omogenea, ma una vera e propria egemonia, quella del neoliberalismo, che ha sfondato anche con violenza nel campo della sinistra, lo ha occupato, snaturato ed inquinato.

Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del socialismo reale hanno portato all’estinzione delle sinistre comuniste e all’abbandono definitivo del marxismo come retroterra culturale che orientasse l’iniziativa politica delle forze della sinistra occidentale. Anche i partiti socialdemocratici sono stati pesantemente condizionati dalla caduta rovinosa del comunismo e si sono spostati progressivamente verso destra, presi dalla fretta di recidere drasticamente qualsiasi tipo di collegamento con la storia del movimento operaio e della sinistra. Hanno finito per buttare via il bambino con l’acqua sporca. La stagione delle terze vie, dai democrats di Clinton, alla nueva via di Zapatero, dal nuovo centro di Schroder, al centrosinistra di Prodi e D’Alema, ma soprattutto al new labour di Blair e Giddens, ha rappresentato l’illusione che la sinistra potesse usare il mercato come leva per le riforme sociali, che la forza della finanza potesse liberare capitali da far spiovere, per magia, dall’alto verso il basso, e che il problema centrale non stesse più nella distribuzione più equa della ricchezza e nella lotta alla rendita, ma nel garantire ad ognuno pari opportunità e nel tutelare l’iniziativa privata e la libertà dell’impresa.

Questo ha prodotto una subalternità culturale, politica e psicologica al modello neoliberista che solo oggi, in parte, da forze minoritarie della piattaforma del socialismo europeo, viene compresa consapevolmente in modo autocritico. Meglio tardi che mai.

La sinistra, intesa come pensiero critico che punta a superare il paradigma dominante ed il sistema di produzione esistente, non esiste in natura; è un “dover essere”, che come è nato con la Rivoluzione Francese, può morire se non risponde più ad un’esigenza diffusa nella società. La vittoria devastante del neoliberismo e la crisi dello stato nazione hanno smorzato l’effettiva portata della mediazione del conflitto tra capitale e lavoro, leva delle forze di sinistra e hanno fatto prevalere nel senso comune una visione riformista-pragmatista della politica, che non è più produttrice di senso collettivo, ma amministrazione dell’esistente, all’interno delle linee generali date dalla struttura economica del turbo-capitalismo. Dalla fase calante dell’egemonia mercatista si rischia di non uscire a sinistra, con una risposta di popolo, ma con un lento disfacimento del senso comune neoliberale, che ci immergerà in uno stato di “crisi permanente”.

Il grande merito storico dell’Unione Sovietica e del movimento comunista internazionale è stato quello di aver costretto il capitalismo, dietro la minaccia dello “spettro del comunismo” e della rivoluzione bolscevica, ad autoriformarsi ed a dare vita al compromesso socialdemocratico che ha governato il mondo nel trentennio glorioso ’45-’75. Il comunismo ha accelerato il processo di globalizzazione mondiale, facendo avanzare l’umanità verso una società sempre più interrelata ed interconnessa, lungo la lenta direttrice che porta all’autocoscienza della comune umanità di tutte le genti e all’unificazione materiale e spirituale del genere umano. Il marxismo, nella sua prometeica ambizione di rovesciare il capitalismo e di sottoporre all’arma della critica radicale tutta la realtà, ha avuto come forza, capace di aggregare per quasi un secolo e mezzo, intorno ad un’impresa titanica di cambiamento del mondo e della storia dell’umanità, milioni di persone, un senso di liberazione delle masse, una teologia secolarizzata o una qualche aspirazione escatologica. Questa forza deriva al marxismo dall’apporto, nel pensiero e nella psicologica di Marx, del messianismo ebraico. L’idea fondamentale dell’ebraismo è la salvazione, quindi il presente non è che una manifestazione imperfetta della realtà liberata, salvata in senso teologico. Di qui la disorganicità rispetto al presente e la mancata conciliazione con la realtà dell’ebraismo, nonché la difficoltà di integrazione nella società degli ebrei. Il proletariato sarebbe, per Marx, l’incarnazione in cui si manifesta il destino di salvazione dell’umanità e la visione escatologica della storia del marxismo sarebbe implicitamente una svalutazione secolarizzata del presente.

Il comunismo è stato un’esperienza storicamente determinata che ha esplicitamente posto il tema di una rivoluzione anticapitalistica, guidata dalla classe operaia organizzata in un partito. E’ ormai alle nostre spalle. Una fase storica si è conclusa e la fase nuova impone una radicale innovazione di quella tradizione: delle sue origini, dei suoi sviluppi e dei suoi esiti. Abbiamo le macerie dietro e una sconfinata prateria di fronte a noi: ci sono tutte le condizioni storiche per iniziare ad elaborare una nuova cultura politica, che riannodi i fili spezzati delle vecchie tradizioni e linee di pensiero radicale, in una nuova fondamentale sintesi innovativa che doti le forze del cambiamento di un pensiero autonomo e potenzialmente egemonico con cui sfidare i padroni del mondo ed avanzare verso la prossima tappa dell’unificazione e liberazione del genere umano.

Io sono profondamente convinto che uno dei temi centrali in questo processo sia la riproposizione del rapporto tra politica e religione, tra la tradizione socialista e quella cristiana e cattolica in modo particolare. Pensiamo solo al grande riposizionamento della Chiesa di Francesco, che arriva a dire che questa economia, questo Capitalismo uccide, cioè è contro la persona umana. O ancora a tutta la grande tradizione del comunismo italiano, da Gramsci a Togliatti (pensiamo in particolare al discorso di Bergamo, 1963 e al carteggio fra Berlinguer e Monsignor Bettazzi). D’altronde, il socialismo ha fatto sue quelle idee di giustizia, bontà e solidarietà immesse nella storia dalla tradizione cristiana. Penso a qualcosa di assimilabile ad un nuovo Umanesimo, un nuovo umanismo, in cui la persona umana riacquisti centralità, con la sua dignità, la sua soggettività, non più asservita al razionalismo ultra secolarizzato e relativista del mercato. In principio est homo. Una nuova antropologia umana che non sia più schiacciata sull’individuo consumatore, sull’homo oeconomicus, sulle convenienze di mercato e sulla società degli individui, ma su una dimensione più umana dell’esistenza, in cui la persona si riappropria di tutta la sua umanità alienata dalla razionalità capitalistica. Il nostro campo è quello degli sfruttati e degli esclusi, di quelle vite di scarto di cui ha parlato il Papa. Il mondo del lavoro e dei diritti. Il nostro avversario non solo il grande Capitale finanziario, ma anche il principio di ragione assoluta e l’ultrasecolarizzazione delle nostre società.


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Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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