Alle origini delle riforme economiche cinesi. Intervista a Isabella Weber

Isabella Weber

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Tra economia occidentale e via cinese allo sviluppo

Pensi che la lunga memoria storica e la consolidata cultura cinesi abbiano giocato un ruolo nel successo della riforma economica? Diresti, come molti suggeriscono, che il Confucianesimo ebbe una funzione nel processo di riforma?

Isabella Weber: Penso che le pratiche di riforma economica che emersero attraverso l’interazione tra la sperimentazione ai margini e le ricerche empiriche si siano in parte basate sulla riproposizione di pratiche pre-rivoluzionarie. In questo senso, le istituzioni governative e concezioni tradizionali furono importanti. Per quanto riguarda il più ampio dibattito sul revival del Confucianesimo in Cina, io penso che sia importante chiedersi perché un tale dibattito sia in corso proprio adesso. E io penso che ci siano ragioni profonde, nel senso che ci troviamo in un momento in cui i più di 200 anni di esclusivo dominio economico, politico e culturale occidentale che seguirono alla rivoluzione industriale stanno giungendo al termine, e gli effetti si vedono in molti campi. In Cina questo ha creato un nuovo senso di orgoglio dovuto al fatto che la Cina non è più un paese subordinato colonizzato ed arretrato. Questo pone la questione di cosa sia questa civiltà, quale sia la sua origine e come gestire le relazioni fra questa civiltà e l’Occidente. Io penso che questo sia l’ampio contesto storico da cui scaturisce la discussione sul ruolo del Confucianesimo. Queste discussioni sono poi usate in modo politico e prendono spesso la forma di propaganda, ma c’è anche un interesse genuino tra gli studiosi che tentano di trovare un senso all’eredità confuciana. Una questione differente è capire se è possibile analizzare il percorso della Cina, diciamo nel XX secolo, come risultato della tradizione confuciana. Ci sono molti dibattiti intorno a questa questione, ma io personalmente preferisco pensare che sarebbe assurdo non riconoscere la tradizione millenaria cinese dell’organizzazione statale, della burocrazia, della filosofia della matematica, dei lavori enciclopedici e così via, e che sarebbe ugualmente fuorviante vedere il XX secolo come una reazione alla tradizione.

Potresti darci un esempio del processo di mediazione tra le idee economiche occidentali e il socialismo cinese? Come si articolava l’idea di una possibile mediazione tra il socialismo e la graduale apertura del mercato? Come fu tradotto questo in politiche concrete?

Isabella Weber: Io penso che qui ci siano due domande. La prima riguarda il come le economie occidentali divennero rilevanti in Cina negli ultimi anni ’70, mentre la seconda concerne come le idee occidentali furono integrate nel discorso riformistico. Nel contesto della Cina socialista, perché preoccuparsi delle economie capitaliste e borghesi? In questo contesto fu decisiva l’idea di usare lo sviluppo capitalista come possibile fonte di lezioni. Questa decisione derivava dalla nozione ortodossa del Marxismo dello sviluppo economico attraverso fasi. Il fatto che la Cina era stata in grado di saltare la fase dello sviluppo capitalista, spostandosi da una società feudale dominata dalle potenze imperialistiche straniere direttamente al socialismo, significava che la Cina aveva la capacità di imparare dalle tecniche di gestione capitalista, usandole per progredire nella storia. Questa idea del prendere lezione dall’Occidente presenta diverse problematicità, ma fu sicuramente un elemento discorsivo importante alla fine degli anni ‘70 e agli inizi degli anni ‘80. Come risultato, la Cina iniziò ad esplorare ogni sorta di dottrina economica straniera, da Milton Friedman al Marxismo Occidentale.

La seconda questione riguarda i modi diversi in cui le economie occidentali furono usate dalla Cina. C’era un gruppo di studiosi che erano ispirati dagli émigré dell’Europa orientale, che ho menzionato prima, i quali vennero inviati in Cina dalla Banca Mondiale. Coloro che in Cina erano fortemente influenzati da questo tipo di teorie economiche consideravano l’economia di mercato come modello di riferimento. Così posero domande come: come possiamo stabilire dei prezzi di equilibrio in modo che, semplificando, una volta che abbiamo identificato tale equilibrio, possiamo lasciare al mercato fare il suo lavoro? Questo significava adottare in maniera non critica, e in un certo senso naïve, l’economia neoclassica occidentale. Dall’altra parte gli economisti che cercarono di contribuire alla riforma economica aiutando a progettare, analizzare e interpretare soluzioni sperimentali erano allo stesso modo estremamente interessati a tutte le forme delle economie occidentali e alle tecniche di ricerca delle scienze sociali. Ma loro vedevano queste più come strumenti affrontare problemi concreti e per risolvere le sfide poste dalle sperimentazioni economiche, piuttosto che come un paradigma che avrebbe fornito dei modelli di riferimento basati su una teoria astratta. Questi due gruppi di economisti intrapresero un dibattito serrato negli anni ‘80 non intorno all’opportunità o meno di lanciare una riforma economica della Cina, ma sul come lanciarla. Il primo gruppo propose un pacchetto di riforme che sarebbe stato simile a una terapia shock (“shock therapy”). Il secondo gruppo oppose fortemente tale riforma non graduale sostenendo che sarebbe stata una mossa pericolosa che avrebbe minato il successo del programma di riforma stesso.

Questa è una storia degli anni ‘80, ma credo che abbia ancora rilevanza oggi. Quando si dice che le riforme cinesi non sono state completate, si presume che queste siano incomplete rispetto ad un modello di riferimento, che tipicamente è basato sull’idealtipo del capitalismo occidentale. Invece, se consideriamo le riforme come un processo dinamico, aperto e continuo, possiamo capire che si tratta di un processo dotato di una direzione, ma che non può mai dirsi veramente completo. Per esempio, per quanto riguarda questioni come la riforma del settore finanziario, direi che questo confronto è ancora in corso, e lo stesso si può dire per la questione della riforma delle imprese di stato, dove il dibattito è se modellare le imprese di stato secondo il modello delle società capitaliste quotate nei mercati azionari privati oppure se si dovrebbe pensare a un nuovo tipo di impresa che si ispira ad alcune caratteristiche del modello capitalista delle multinazionali quotate, ma che evolve in maniera sperimentale verso un nuovo modello di impresa.

Diresti che la mediazione tra l’agenda neoliberale e il socialismo cinese si è rivelato un successo? Come e perché?

Isabella Weber: Come ho già accennato nella mia risposta precedente, la lotta per le riforme neoliberali non è ancora finita. Un aspetto importante della guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina è forzare la Cina ad aprire settori della propria economia che finora sono stati protetti all’accesso straniero. Il continuo dibattito sul se la Cina sia o meno un’economia di mercato, basato sugli standard del WTO e dell’UE – che si potrebbero definire neoliberali – dimostra chiaramente che la governance economica cinese non si è completamente neoliberalizzata. Da questo punto di vista, la Cina presenta una sfida al sistema neoliberale prevalente della governance globale. D’altra parte, chiedersi se la Cina rappresenti un’alternativa socialista al modello prevalente è una questione completamente diversa. Mi colpisce che nonostante il termine socialismo stia sperimentando un certo ritorno in occidente, c’è poco consenso su cosa significhi socialismo nel XXI secolo, e ho paura che il sistema cinese attuale non colmi questo vuoto.

Dall’altra parte, non c’è dubbio sul fatto che la Cina sia stata capace di creare un insieme di istituzioni diverse da quelle del Washington Consensus che si sono rivelate superiori nel creare crescita economica. Da questo punto di vista, il paragone con la Russia è sorprendente. La Russia ha adottato le prescrizioni neoliberali della terapia shock. Secondo il database di Piketty, nel 2015 il 99% dei redditi inferiori pro capite russi era più basso rispetto al 1990 in dollari reali. A confronto, il 99% dei redditi inferiori pro capite cinesi è aumentato di più del quadruplo nello stesso periodo. Come ho affermato nel mio capitolo del SAGE Handbook of Neoliberalism (2018) la Cina ha completamente abbracciato la competizione di mercato con tutti i problemi sociali che comporta, inclusi alti livelli di ineguaglianza, ma ha allontanato la terapia shock come vorrebbe la forma pura di neoliberalizzazione. Riuscire a evitare la terapia shock è stato essenziale per il raggiungimento dei livelli di crescita che abbiamo visto degli ultimi decenni.

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Raffaele Danna ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna. Arianna Papalia è laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma e in Scienze internazionali - inidirizzo China and Global studies - presso l'Università degli Studi di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Attualmente vive, studia e lavora a Pechino. Ha collaborato con una casa editrice e con numerose riviste online.

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