Note su “Ripensare il capitalismo” di M. Mazzucato e M. Jacobs

Capitalismo

Note su: Mariana Mazzucato e Michael Jacobs, Ripensare il capitalismo, Laterza, Roma – Bari 2017, pp. 378, 24 euro (scheda libro).


«We used to make shit in this country, build shit. Now we just put our hand in the next guy’s pocket». È con questa frustrazione che Frank Sobotka, personaggio della seconda stagione di The Wire, traccia una sorta di parabola del capitalismo americano. Iniziare una recensione con questa citazione ha chiaramente un intento provocatorio, eppure le parole di Frank Sobotka non debbono essere così facilmente archiviate come pensieri superficiali o qualunquisti. Questo non solo perché The Wire è una serie TV che ha saputo cogliere elementi importantissimi della società americana (e non solo)[1], ma anche perché a 10 anni da una crisi che le economie avanzate non sono ancora riuscite a superare, appare chiaro come lo sviluppo che il capitalismo ha avuto negli ultimi decenni mostri debolezze strutturali.

In un certo senso, le stesse tematiche le ha affrontate Bernie Sanders nei primi anni Duemila quando faceva presente all’allora governatore della Fed, nonché paladino della deregulation e delle liberalizzazioni, Alan Greenspan che negli USA i casi di bancarotta erano aumentati del 23%, che gli investimenti privati stavano toccando i livelli più bassi degli ultimi 50 anni e che i guadagni degli amministratori delegati erano 500 volte maggiori di quelli dei lavoratori[2]. Molti di questi temi vengono affrontati dagli autori del volume Ripensare il capitalismo, a cura di Mariana Mazzucato e Michael Jacobs: l’idea alla base del loro lavoro è che gli insuccessi del capitalismo siano collegati a quelli della teoria economica e che, pertanto, sia necessario rivedere il pensiero economico dominante in modo che si possa tradurre in una nuova politica economica.

Le debolezze del capitalismo occidentale

Mazzucato e Jacobs elencano quelle che secondo loro sono le tre debolezze principali del capitalismo, che saranno i riferimenti di praticamente tutti i contributi offerti nei successivi capitoli dai vari autori del testo.

La prima di queste criticità è la crescita debole e instabile, che rappresenta il vero e proprio punto di partenza nella riflessione. Mazzucato e Jacobs riprendono proprio un discorso di Alan Greenspan, che in occasione della sua deposizione di fronte al Congresso fu costretto ad ammettere che l’idea per cui «l’interesse egoistico delle organizzazioni, in particolare le banche, fosse tale da renderle in grado di proteggere nel migliore dei modi i propri azionisti e il loro capitale» si era dimostrato tutt’altro che fondato. Ed è proprio da qui che si possono riprendere le parole di Bernie Sanders sull’aumento dei casi di bancarotta: Mazzucato e Jacobs mostrano infatti, citando Reinhart e Rogoff, che «da quando la quasi totalità dei paesi ha intrapreso la strada della liberalizzazione finanziaria, negli anni Settanta e Ottanta, la frequenza delle crisi bancarie è aumentata notevolmente […] per il capitalismo moderno, l’instabilità non è più l’eccezione, ma una caratteristica apparentemente strutturale». La crescita economica a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni non è infatti il frutto di un aumento delle capacità produttive e del reddito nazionale ma è invece legata all’aumento dell’indebitamento delle famiglie e delle imprese, che nel corso del tempo ha portato allo scoppio della crisi del 2008. Da allora, la disoccupazione è scesa a fatica in quasi tutti i paesi dell’Ocse e i salari reali, dove sono aumentati, hanno avuto una crescita modesta.

La seconda debolezza riguarda un tenore di vita stagnante da ormai 40 anni. Questo secondo problema è legato soprattutto al fatto che la produttività è cresciuta molto di più rispetto ai salari reali[3], unitamente al fatto che stipendi e salari rappresentano una quota minore del prodotto complessivo, mentre invece aumentano rendite ed eredità, e soprattutto che la distribuzione di questa quota ridotta è diventata più iniqua.

A tutto questo bisogna anche aggiungere l’aumento del lavoro atipico che nei paesi Ocse rappresenta circa la metà dei posti di lavoro che sono stati creati dagli anni Novanta e circa il 60% di quelli creati dopo la crisi del 2008.

La terza debolezza riguarda invece i cambiamenti climatici. Gli autori sostengono che «al ritmo di emissioni attuale, la terra va verso un incremento delle temperature medie globali di 3-4 gradi centigradi […] già al di sopra dei 2 gradi, ammonisce il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, ci possiamo aspettare un’incidenza molto più alta di eventi metereologici esterni». Un aumento che potrebbe portare, fra le altre cose, a un collasso delle reti infrastrutturali e dei servizi fondamentali, a un calo della produttività agricola e un peggioramento dei «livelli di salute e mortalità originato da episodi di caldo estremo e malattie».

In questo articolo verranno analizzati gli aspetti relativi alle prime due debolezze: da un lato si analizzeranno le problematiche che Stato e imprese hanno affrontato e affrontano nello stimolare l’innovazione, dall’altro si prenderanno in esame aspetti relativi alla disuguaglianza fra e dentro le imprese, riflettendo su due dimensioni fondamentali della crescita economica: innovazione ed inclusione.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le debolezze del capitalismo occidentale

Pagina 2: Stato e imprese innovative

Pagina 3: Superdirigenti e privatizzazioni: il neoliberismo delle corporation


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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