Rischi e opportunità del salario minimo

Salario minimo Italia

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E l’Italia?

L’Italia si colloca in una posizione intermedia fra la Francia e i paesi Scandinavi: ne consegue quindi che l’adozione del salario minimo deve essere ben ponderata. Da un lato i sindacati sono più forti di quelli francesi e il lavoro a basso salario ha un’incidenza più contenuta; ad un primo sguardo si potrebbe dire che l’Italia non avrebbe bisogno di un salario minimo e che sarebbe sufficiente estendere i livelli salariali dei contratti collettivi a quei lavoratori che ad ora non sono coperti dalla contrattazione. Sarebbe però una decisione affrettata. Questo perché, nonostante non siano stati presentati dati al riguardo, è ragionevole pensare che la membership sindacale mostri cifre molto più basse per il terziario e fra gli individui più giovani. Per l’Italia quindi, a differenza che per la Francia e per i paesi Scandinavi, potrebbe essere opportuno perseguire un duplice obiettivo: ripensare e rilanciare il ruolo del sindacato e tagliare la coda bassa della distribuzione salariale.

Potrebbe quindi essere utile pensare alla creazione di organi deputati alla supervisione della contrattazione e della fissazione del livello del salario minimo in cui rientrino sia esponenti delle parti sociali che del governo. Il coinvolgimento dei sindacati potrebbe essere un elemento cruciale per raggiungere il duplice obiettivo menzionato in precedenza. Precondizione fondamentale per poter pensare un’adozione del salario minimo in Italia sarebbe comunque quella di fissarlo ad un livello più vicino possibile a quello del salario mediano, al fine di scongiurare il rischio di un aumento dell’incidenza del lavoro a basso salario. In questo senso un salario minimo di circa 10 euro l’ora potrebbe rappresentare un buon punto di riferimento. Non bisogna infine dimenticare che il salario minimo ha un ruolo molto importante nell’impedire, o quantomeno puntellare, processi di “avoidance istituzionale”, che sono molto diffusi nei settori a basso salario dove i sindacati sono meno forti, in cui i datori di lavori sfruttano le aree grigie della legislazione per ridurre il costo del lavoro.

L’introduzione di un salario minimo legale potrebbe essere, in definitiva, utile ma non si tratta di una decisione che possa essere presa con leggerezza. È fondamentale che lo Stato si incarichi di supervisionare la contrattazione e che i sindacati vengano seriamente coinvolti sia nel processo decisionale che porterebbe alla creazione di un salario minimo legale, che al monitoraggio di tale istituto. In questo modo si potrebbero gettare le basi per una riorganizzazione del sindacato, magari incentivandolo ad aumentare la membership oltre ai confini del settore manifatturiero, e di conseguenza scongiurare un “collasso” dei contratti collettivi.

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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