“Ritorno a Reims” di Didier Eribon
- 21 Marzo 2018

“Ritorno a Reims” di Didier Eribon

Scritto da Jessy Simonini

8 minuti di lettura

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Didier Eribon intellettuale divergente

La trama del romanzo non si presenta come lineare, ma si costruisce, piuttosto, per poli tematici; il lavoro di introspezione e di scavo condotto da Eribon si apre, quindi, su una pluralità di questioni che non vengono affrontate seguendo uno schema cronologico preciso, ma, al contrario, sovrapponendo i piani temporali e geografici, la narrazione autobiografica e l’elaborazione teorica. Eribon costruisce, in questo modo, una sintesi originale fra l’introspezione- e lo scavo, quasi à rebours, nel proprio passato- e la riflessione critica, condotta utilizzando soprattutto gli strumenti teorici del filosofo e del sociologo, in dialogo con altre voci, da Fanon a Baldwin, passando, ad esempio, per Jean Genet.

Di questi poli tematici, ve ne sono in particolare due che mi sembra importante citare. Il primo, è quello in cui viene proposta una ricostruzione quasi «geologica», per riprendere il titolo di un libro di Magrelli[3], del rapporto con il proprio padre, analizzato anche attraverso un importante scritto di James Baldwin[4]. Un rapporto caratterizzato da una distanza profonda e incolmabile: il padre- e l’odio nei suoi confronti- è, infatti, uno dei motivi che spinge Eribon a lasciare il sobborgo di Reims, per allontanarsi da quell’uomo all’apparenza «stupido e violento», «omofobo» e, quindi, dal modello di vita da lui incarnato. In realtà, la morte del padre diventa, per l’autore, il punto di partenza di una ricerca delle radici familiari e di una riflessione più profonda sul politico, che emerge per esempio nel ricordare la vicinanza del padre- e di quasi tutti gli uomini della propria famiglia- al Partito Comunista Francese, percepito come il solo e unico difensore degli interessi della classe operaia. Lo scavo di Eribon ci consente così di entrare in una storia che è anche «corale» e che, partendo dall’esperienza singolare di un rapporto fra padre e figlio, può diventare esperienza collettiva, storia di una classe e di una generazione.

Il secondo nucleo tematico da evocare riguarda, invece, il rapporto dell’autore-protagonista con la cultura (in particolare con la filosofia) e con le istituzioni educative. Nel raccontare la propria storia, Eribon rivela così la propria natura di intellettuale divergente, lontano dalle dinamiche accademiche francesi e perfettamente conscio delle pratiche di riproduzione sociale su cui si regge tale sistema. La sua biografia è diversa, infatti, da quella della maggior parte degli intéllos della sua generazione. Niente classes prépas (delle quali il giovane Eribon, all’uscita del liceo, nemmeno è a conoscenza), niente concorso alla Normale della Rue d’Ulm, culla della classe intellettuale del Paese, niente concorso di agrégation in filosofia (concorso necessario per chi aspira ad una vita accademica in Francia) Un cursus diverso: un’esperienza di militanza in un gruppo trotzkista di provincia, un’università marginale, ancora fortemente conservatrice[5], e poi gli studi in fac alla Sorbona e una carriera come giornalista al Nouvel Observateur, giornale che, secondo Eribon, interpreta pienamente quella rivoluzione conservatrice che ha colpito buona parte degli intellettuali di sinistra in Francia a partire dagli anni ’80 e che descrive con lucidità nel saggio D’une révolution conservatrice: et des effets sur la gauche française (Léo Scherr, 2007).

All’impossibilità di un dialogo con il proprio padre, si accompagnano, per converso, numerosi dialoghi con la propria madre, che sembrano essere la traccia più forte del «ritorno» di un uomo cresciuto in un contesto operaio e popolare, nella provincia francese più profonda, ma scappato altrove per proseguire i propri studi. Studi che fissano Eribon in un chiaro lignaggio intellettuale e che lo avvicinano a Foucault (di cui ha realizzato un’essenziale biografia[6]) e, soprattutto, al sociologo Pierre Bourdieu, autore, tra l’altro, de La distinzione. Al mestiere di giornalista per il Nouvel Obs e, poi, per Libération, l’autore ha sempre affiancato quello di teorico, vicino alle posizioni del movimento gay americano, di cui è un importante critico, almeno nel contesto francese[7].

Le premesse del «romanzo critico» di Eribon si possono così riassumere riprendendo una felice formula di Adrienne Rich, un lavoro che è insieme «intimo e politico» e che, senza filtri né censure, cerca di ricomporre il personalissimo lessico famigliare dell’autore e, attraverso quest’ultimo, costruire l’autobiografia di una classe sociale. La riflessione sul singolo, sul proprio tracciato biografico, si colora così di un senso tutto nuovo, che è pienamente politico e che ci parla di rapporti di dominazione, di modelli familiari e di normatività. E che trasforma il discorso autobiografico in qualcosa di diverso: diventa soprattutto costruzione politica e strumento di lavoro culturale.

La famiglia di Didier Eribon negli anni ’50 e ’60 sembra essere una tipica famiglia operaia del nord-est della Francia, quel mondo di case di mattoni e cieli grigi che una certa filmografia ha cercato, più o meno con successo, di mettere in scena, descrivendo l’autunno di un modello di sviluppo e di crescita. Una famiglia comunista, che si vede rappresentata dal Pcf e dalle sue istanze, cosciente della propria appartenenza alla classe operaia e della differenza fra «noi» e loro, i ricchi, i borghesi di provincia. Una famiglia che a fatica può accettare, per pragmatismo, che il proprio figlio decida di compiere studi in filosofia e che, altrettanto a fatica, può accettarne l’omosessualità.

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Scritto da
Jessy Simonini

Si è laureato in Lettere a Bologna, tesi in storia medievale. Ora studia Letteratura medievale all’École Normale Supérieure di Parigi. Si occupa di teoria della letteratura medievale, ma spesso non può fare a meno di sconfinare nel contemporaneo- letteratura, cinema, teatro.

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