“Ritorno a Reims” di Didier Eribon

Didier Eribon

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Distanza e subalternità

Ritorno a Reims ci parla, come già evocato, soprattutto di distanza. In primo luogo, la distanza spaziale fra l’autore e la propria famiglia, la scelta di allontanarsi per non tornare mai più e per farla finita[8] con «il mondo di prima», con il sobborgo di Reims e i suoi alloggi popolari, lontanissimi, in tutti sensi, da ogni centro[9]. E quindi, la distanza fra l’autore – oramai cresciuto – e la propria classe sociale di origine. Una distanza che genera una dissonanza costitutiva: se Eribon si sente empaticamente solidale con la classe sociale in cui è nato e cresciuto, allo stesso modo egli si sente estraneo, sempre più lontano da quel mondo e da quell’universo, tanto da provare una vera e propria «vergogna di classe» che lo spinge a negare e nascondere le proprie origini popolari. Per ripensarsi, e trovare una nuova narrazione di sé, della propria storia, da proporre agli altri oltre che a se stesso. Per vivere, ad esempio, la propria omosessualità fuori dallo spazio ostile della provincia, ma a Parigi, che già negli anni ’70 è un centro della subcultura gay e che rappresenta l’approdo per molti omosessuali fuggiti da un contesto a loro sfavorevole.

La distanza geografica tra Parigi e Reims è così, prima di tutto, una distanza di classe. E ritornare nei sobborghi di Reims è ritornare ad un universo con il quale Eribon deve fare i conti: quello, per esempio, degli operai che votano Le Pen. Eribon in questo modo analizza anche come è cambiata la sensibilità dell’elettorato popolare, che negli ultimi due o tre decenni ha pressoché totalmente cessato di riconoscersi nel Partito Comunista Francese, quasi del tutto annientato, almeno elettoralmente, se si escludono le roccaforti in quel che resta della cosiddetta banlieue rouge a nord di Parigi. Come è accaduto ai genitori di Eribon, che per molti anni hanno identificato il Pcf come il partito della classe operaia, salvo poi spostarsi a destra, così molti operai si sono avvicinati alla destra, nelle sue molteplici sigle, e anche al Front National di Jean-Marie Le Pen ed eredi. Del resto proprio nelle aree del paese che sono state più colpite dalla crisi economica e dalla de-industrializzazione, il Front ha ottenuto i suoi risultati migliori: nel dipartimento di Reims, per esempio, la Le Pen ha sfiorato il 30% al primo turno nel 2017, raccogliendo un elettorato popolare spaventato dal fenomeno migratorio e vittima degli effetti della globalizzazione. Molti hanno ancora in mente l’immagine di Marine Le Pen che viene accolta, durante la campagna delle presidenziali, dagli applausi di alcuni operai davanti ai cancelli di una fabbrica in crisi e di una campagna elettorale caratterizzata da discorsi contro gli effetti della globalizzazione e del liberismo.

In questa prospettiva, leggere Ritorno a Reims può anche fornire un’utile chiave di lettura per comprendere alcune delle dinamiche che si sono manifestate nelle ultime elezioni francesi, ma che già da molti anni sono note, come mostra per esempio Nonna Mayer in molti dei suoi lavori di ricerca. Dinamiche che, oggi, ci sembrano chiare: la vittoria di Mitteerand, nel 1981, ha segnato forse uno spartiacque essenziale e l’inizio di quella «rivoluzione conservatrice» che ha attraversato la classe politica e intellettuale della sinistra francese. Una sinistra che, contestualmente alla marginalizzazione dei comunisti, è stata egemonizzata dalla visione liberista e si è attestata su posizioni sempre più centriste – ma in alcuni casi anche più chiaramente conservatrici- perdendo i consensi fra le classi popolari e aumentandoli fra gli strati della borghesia urbana. Questo fenomeno, che riguarda anche altre democrazie europee, ha, però, in Francia, radici forse più profonde, che risalgono già agli anni della presidenza Mitterand- anni nei quali è iniziata la lenta ma significativa crescita del lepenismo.

Ma il voto al Front National sembra essere, almeno per i familiari di Eribon, non un voto di appartenenza che corrisponde a un ripiegamento su posizioni identitarie o neofasciste, quanto piuttosto un «segnale» di dégagisme lanciato alle forze politiche tradizionali, a una destra e una sinistra che, alla prova dei fatti, «sono la stessa cosa», come emerge in uno dei tanti dialoghi fra l’autore e la propria madre.

In conclusione, la duplice polarità fra riflessione ed emozione evocata da Annie Ernaux si sostanzia, per Eribon, in un’autobiografia critica che cerca di aprire al politico l’esperienza personale, costruendo, di fatto, un genere tutto nuovo. Un saggio autobiografico che, fra passione e ideologia, ci fornisce nuove categorie di analisi sociale e politica e nuovi spunti per pensare i rapporti di dominazione e di subalternità, anche fuori dal contesto francese. E che testimonia la straordinaria sensibilità dell’autore nel leggere, alla luce della propria storia, i cambiamenti della società che lo circonda, rendendo la propria singolare esperienza la chiave per costruire un discorso corale e critico, oltre che uno strumento possibile per la pratica politica.

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[1] Nel romanzo Camere separate, dello stesso Tondelli, benché in forme molto diverse (e per certi versi opposte), riemerge- tra l’altro- il tema del ritorno a casa.

[2] Tale definizione di Un Weekend Postmoderno di Pier Vittorio Tondelli si può attribuire al critico Fulvio Panzeri, autore di un saggio contenuto nell’edizione Bompiani del Weekend: Fulvio Panzeri, «Appunti per un romanzo critico», in Pier Vittorio Tondelli, Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta, Bompiani, Milano, 1990.

[3] Valerio Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi, Torino, 2014.

[4] James Baldwin, Notes of a Native Son, Penguin Books, Londra, 1995 [1964].

[5] E dove autori come Foucault o Derrida non erano in programma. Eribon ricorda, ad esempio, di aver citato, in un’occasione, Simone de Beauvoir, provocando la reazione di uno dei suoi docenti di filosofia, scandalizzato da una filosofa che avrebbe «mancato di rispetto alla propria madre».

[6] Didier Eribon, Michel Foucault, Flammarion, Parigi, 2011.

[7] Didier Eribon, Réflexions sur la question gay, Fayard, Parigi, 2009.

[8] Édouard Louis, En finir avec Eddy Bellegueule, Seuil, Paris, 2014.

[9] Per il sociologo Luciano Gallino, del resto, la misura della marginalità è proprio la distanza fra un punto e i centri dove si prendono le decisioni.


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Si è laureato in Lettere a Bologna, tesi in storia medievale. Ora studia Letteratura medievale all’École Normale Supérieure di Parigi. Si occupa di teoria della letteratura medievale, ma spesso non può fare a meno di sconfinare nel contemporaneo- letteratura, cinema, teatro.

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