Rouhani: desideri e paure di un Iran nuovo

Rouhani

Quella tra il 19 e il 20 maggio è stata una lunghissima notte in Iran. Prima le code interminabili ai seggi, con il termine delle votazioni prolungato fino a oltre la mezzanotte. Poi lo spoglio, lentissimo. I risultati ufficiali sono giunti solo all’alba: Hasan Rouhani, il presidente uscente, ha vinto. Nelle principali città del Paese subito tanti i giovani scesi nelle piazze con caroselli, canti, danze per festeggiare la vittoria alle elezioni presidenziali. Era un risultato previsto, ma non scontato. L’influenza del principale sfidante, Ebrahim Raisi era enorme.

Il presidente uscente, volto della moderazione, del dialogo con le potenze ostili, era attaccato da tutti i fronti. Un “amico dei nemici” per i conservatori, reo di aver negoziato un accordo sul nucleare troppo concessivo; un “uomo delle banche” per i riformisti, delusi dalle mancate riforme per le classi emarginate e per maggiori diritti sociali. Alla fine però la vittoria è stata netta: 57,1% dei voti per Rouhani, 38,3% per Raisi. È il segno delle nuove paure e desideri dei cittadini iraniani, un popolo giovane e ormai composto per la maggior parte da uomini e donne nati dopo gli eventi della Rivoluzione.

Per capire meglio le tendenze in atto, è utile guardare all’ultimo discorso tenuto da Rouhani prima del silenzio elettorale. Un discorso chiarificatore che ha toccato i punti caldi dell’attuale dibattito pubblico iraniano.

Qui il video da cui ho ricavato gli estratti principali.

Mashhad, l’ultimo appello al voto di Rouhani nella roccaforte dei conservatori

La voce è salda, carismatica. “Con la scelta sbagliata l’esito è la guerra, con la scelta giusta l’esito è la pace”. È con queste parole che Hasan Rouhani, a due giorni dalle elezioni, arringava un’enorme folla radunatasi allo stadio cittadino di Mashhad, seconda metropoli più grande dell’Iran.

Città santa per i fedeli sciiti di tutto il mondo, sede del santuario-mausoleo dell’Imam Reza, Mashhad è una roccaforte dei principalisti (osul-gerayan), il clero fedele ai principi guida della rivoluzione islamica, il fronte opposto a quello di Rouhani. Un luogo simbolico quindi per il suo ultimo discorso, un ultimo attacco sferrato all’avversario proprio nel cuore della sua città.

Ebrahim Raisi infatti da 6 mesi è a capo della fondazione pia che si occupa della gestione del santuario, l’Astan-e Qods-e Razavi. Si tratta del più importante ente economico dell’Iran, dotato di contatti diretti con l’esercito e con attività distribuite in tutti i settori: dall’estrazione di minerali ai servizi ospedalieri, dalla produzione industriale all’edilizia. Le sue entrate annue stimate intorno ai 210mld di dollari[1]. I suoi affari si estendono in tutto l’Iran e anche fuori dai suoi confini[2]. In particolare a Mashhad, da alcuni anni, questa fondazione porta avanti un progetto di rinnovo urbanistico con la costruzione di moderni complessi alberghieri e con l’ampliamento della zona sacra del santuario. In città il suo peso politico è impressionante: dai tempi della Rivoluzione a vincere le elezioni sono sempre stati i tradizionalisti conservatori, i più vicini agli interessi della fondazione pia.

Ma quest’anno in Iran qualcosa è cambiato. Rouhani ha strappato il 42%[3] dei voti della città, risultato insperato, specialmente se comparato a quello di Ahmadinejad 8 anni fa, che giunse primo con il 69,6% di voti. Qualcosa è in corso in Iran, e nel discorso tenuto da Rouhani a Mashhad possiamo trovare alcuni elementi chiave per comprendere questi fenomeni.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Rouhani e gli scenari futuri per l’Iran


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Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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