Il ruolo dell’Italia: a confronto con Romano Prodi e Lucio Caracciolo

Italia

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Classi dirigenti e sfera pubblica

Da un lato il problema riguarda le classi dirigenti. Oggi si parla molto della contrapposizione tra “élite” e “popolo”. Questa contrapposizione esprime  in parte, nei paesi occidentali, il disagio di parti della società nei confronti delle contraddizioni e dai mutamenti generati dalla forma della globalizzazione che abbiamo conosciuto finora, e dalla sua stessa crisi: disuguaglianze, squilibri tra territori, tra centri e aree interne, sviluppo asimmetrico. Ma, paradossalmente, se si volesse davvero costruire un modello economico e sociale diverso, in grado di risolvere almeno in parte le contraddizioni che hanno generato questa crisi di legittimità, il punto di partenza sarebbero proprio le classi dirigenti. Non a caso al tema delle “élite” abbiamo dedicato il quarto numero della rivista. Occorre guardare alla loro composizione, alla loro cultura complessiva, alle occasioni di rinnovamento. Le classi dirigenti possono ancora fare la differenza.

La capacità di costruire una progettualità condivisa fa, del resto, la differenza nelle possibilità di un territorio di avere successo. Ma questo non basta. Non è solo questione di buona amministrazione. Perché questa progettualità sia davvero efficace in un tempo come quello in cui viviamo deve proiettarsi su una scala più vasta, almeno nazionale, se non europea. Tematiche come reti, infrastrutture, portualità, filiere, trasferimento tecnologico – che affrontiamo nel settimo numero e in quelli precedenti – richiedono oggi una progettualità che non può essere separata da una visione, da un lettura dei processi in corso su scala globale e da un’interpretazione del ruolo che in essi vogliamo giocare.

L’impressione è che in Italia, non da oggi, manchino i meccanismi e i presupposti attraverso cui quell’interpretazione di cui parlavo possa formarsi in modo coerente e organico. Questo nonostante le potenzialità che il Paese tuttora conserva. Le cause sono tante: la contrapposizione tra poteri diversi e opposti, l’inesistenza di quella base di fiducia tra soggetti e istituzioni diverse necessaria per cooperare al raggiungimento di uno scopo comune, il conflitto e la non cooperazione tra i diversi pezzi della classe dirigente, la mancanza di basi culturali condivise al suo interno. Tutto questo contribuisce a impedire che si formi quell’agenda comune di cui dicevamo.

E impedisce anche una discussione pubblica ampia e informata su di essa. Impedisce che esista una sfera pubblica nella quale si possa parlare seriamente dei problemi. Perché la democrazia si trova oggi così in difficoltà, sia nel confronto con modelli esterni non democratici, sia per la spinte interne che la deformano? Forse anche perché, in una società che abbiamo dato per scontato essere “liquida”, mancano i meccanismi che rendano possibile una partecipazione e un dibattito consapevoli della complessità delle cose. Quando si parla di complessità, troppo spesso questa parola finisce per diventare un alibi per sancire un divorzio tra tecnica e semplificazione. E patologie come le fake news o le echo-chamber, forse vanno viste in relazione a questa fragilità dello spazio pubblico. Le nostre democrazie dovrebbero forse trovare il modo di ricomporre di nuovo dimensione orizzontale e verticale, di ridiventare – per così dire – “vertebrate”.

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Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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