Il ruolo dell’Italia: a confronto con Romano Prodi e Lucio Caracciolo

Italia

Pagina 3 – Torna all’inizio

Una strategia europea per l’Italia

Questo è necessario per il nostro Paese e lo è anche in una prospettiva europea. Se, come crediamo convintamente, va mantenuto un orizzonte europeo, dobbiamo interrogarci su come questa prospettiva possa essere ripensata e declinata con realismo nel mondo in cui viviamo oggi. Un tempo in Italia l’europeismo era come l’aria, un presupposto che poteva essere dato quasi per scontato. Oggi, come ci rivela anche l’articolo di Ilvo Diamanti ed Elisa Lello sull’ultimo numero di Limes, l’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, quantomeno nei paesi del Sud Europa, è molto più disilluso e distaccato che in passato. Siamo del resto di fronte ad una realtà europea dove non solo prevale da tempo il metodo intergovernativo, ma dove si consolidano schieramenti di Paesi uniti, almeno in parte, da interessi comune e visioni divergenti dell’Unione. Intorno alla Germania, fulcro imprescindibile nel bene e nel male, e alla Francia, si disegnano variabili geografie e geometrie: da Visegrad all’Europa “anseatica” fino ai paesi mediterranei che vanno in ordine sparso.

Tenere l’Europa come orizzonte è necessario se, pur guardando come dobbiamo fare al Mediterraneo, non vogliamo precipitare in “caoslandia”, per usare le categorie di Limes. Ma proprio per questo bisogna attrezzarsi per vivere nell’Europa così com’è, cercando al tempo stesso di costruire le condizioni perché possa diventare qualcosa di diverso, qualcosa di più coerente con la nostra cultura economica e politica. Questo va fatto anche con proposte concrete. Un ottimo esempio è il piano presentato da Prodi a inizio 2018 per l’investimento in infrastrutture sociali, che cercava di intervenire su una questione cruciale, quella dell’insufficienza degli investimenti, problema che coinvolge tutta l’Europa, l’Italia ma anche la stessa Germania. Un altro dibattito molto interessante è quello sui “giganti europei” su cui si sofferma Alessandro Aresu in questo numero di Limes.

Ma anche per esprimere posizioni e proposte circostanziate in sede europea, occorre essere consapevoli di quali siano le nostre priorità come Paese, sapere qual è la base a partire dalla quale ragionare. In passato l’Italia ha pensato talvolta che l’adesione all’Unione europea potesse risolvere tutti i propri problemi. Che sciogliesse tutti i nodi irrisolti che la sua complessa storia le aveva consegnato in eredità. Non è così. Paesi come la Germania e la Francia si sono avvicinati all’esperienza europea avendo un’idea molto precisa di quali fossero le priorità e i limiti del proprio sistema-paese e attrezzandosi di conseguenza. Ad esempio inviando personale adeguato e preparato in Europa. Facendo sì che ciò che veniva deciso in sede europea fosse coerente o comunque compatibile con queste priorità. L’integrazione europea non sostituisce, ma anzi presuppone un’idea precisa di cosa sia importante per noi. È un lavoro complesso, lungo, laborioso, tutto il contrario del metodo dei  “pugni sul tavolo”. Un lavoro che richiede uno sforzo collettivo.

Nel numero 7 di Pandora cerchiamo, in quest’ottica, di analizzare alcuni dei temi che pensiamo sia fondamentale porre. Un veloce riepilogo: la questione del vincolo esterno, il funzionamento della “macchina degli interessi”, il tema delle culture politiche, la questione meridionale, il problema delle aree interne, la debolezza dell’amministrazione e della burocrazia statale, la questione dell’intervento pubblico, i punti di forza e fragilità del sistema produttivo, il problema energetico, il sistema bancario, le infrastrutture, la portualità e le sfide poste dal progetto della via della Seta.

È un vasto catalogo di argomenti, peraltro incompleto, e che andrebbe almeno integrato facendo riferimento ai temi che abbiamo trattato nei numeri precedenti, come il quinto e il sesto, dedicati alla quarta rivoluzione industriale e alla politica industriale o nel numero speciale dedicato al mondo della cooperazione, attore di grande importanza, spesso non tenuto nella debita considerazione, dell’economia italiana.

Vi sono poi le questioni dell’occupazione e del futuro dei giovani, del trasferimento tecnologico, della ricerca e dell’università, della demografia e del ruolo della criminalità organizzata. Questo dà l’idea della vastità del lavoro che si volesse fare un vero tentativo di riportare l’Italia meno al di sotto dalle sue grandi potenzialità, date dalla sua posizione geopolitica, ma anche da molti altri fattori culturali, sociali ecc.

Servirebbe insomma “una strategia per l’Italia”. Quanto vediamo oggi intorno a noi dovrebbe indurci al pessimismo sulla prospettiva che ciò avvenga. Noi crediamo invece che occorra parlarne sempre di più, che si debbano porre con insistenza questi temi, che abbiamo il compito di provare a costruire un dibattito pubblico diverso e gli spazi perché questo dibattito abbia luogo. Chissà che il futuro non possa riservarci delle sorprese.

Torna all’inizio


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

Comments are closed.