La Russia nello scenario geopolitico globale
- 19 Settembre 2018

La Russia nello scenario geopolitico globale

Scritto da Giacomo Centanaro

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Così l’America ha ritrovato il suo nemico ideale

Uno dei colpi più recenti inferto alla posizione internazionale russa è stato l’ingresso del Montenegro nella NATO, avvenuto nell’aprile 2017 a seguito di una partnership durata dieci anni, e visto da Mosca come un’indebita intromissione in una propria isola di influenza, e da una parte consistente dell’opinione pubblica montenegrina come una pericolosa compromissione dei rapporti con la Russia. La vexata quaestio dello sconfinamento in aree sensibili e di dubbia pertinenza atlantica si è riproposta tra questo luglio e agosto, quando si sono susseguite alcune importanti dichiarazioni. A pochi giorni di distanza dall’annuncio del Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg in cui si spianava il campo da eventuali dubbi riguardo a una futura adesione della Georgia all’Alleanza atlantica, il presidente Vladimir Putin, interrogato da Fox News sulle conseguenze di un’espansione della Nato in Ucraina e Georgia, ha definito l’ipotesi come una diretta minaccia alla sicurezza della Russia.

Due settimane dopo (il 1° agosto) ha preso il via su territorio e con personale georgiano l’esercitazione NATO “Noble Partner 2018”, questo quando nelle provincie filorusse, dichiaratesi indipendenti ma essenzialmente vassalle di Mosca, dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud sono presenti forze armate russe. Il governo della Federazione è tornato a farsi sentire, con il primo ministro Dmitrij Medvedev che, dicendosi stupito dalla miopia degli alleati atlantici, ha dichiarato al giornale russo Kommersant che fare entrare la Georgia all’interno della sfera NATO potrebbe provocare un “orribile conflitto”, aggiungendo che ogni tentativo di modificare lo status quo nella regione, specialmente in riferimento alle due enclave filorusse porterebbe con sé conseguenze estremamente gravi.

Un invito a non essere sorpresi dalle reazioni russe arriva da Stephen Walt su Foreign Policy. In un articolo mirato a svelare alcuni aspetti del funzionamento della NATO e a evidenziarne le criticità, spinge a guardare alla situazione attraverso la prospettiva russa, anche alla luce delle promesse di George H. W. Bush a Gorbacev di non espandere “un pollice più a est” l’Alleanza dopo la riunificazione delle due Germanie. Da parte russa, quindi, le politiche aggressive costituiscono una necessità difensiva davanti a un tentativo di circondare militarmente Mosca.

Da parte americana, invece, eventi come la guerra in Georgia nel 2008 e l’invasione della Crimea nel 2014 hanno rappresentato l’improvviso risveglio del gigante addormentato e il ritorno sulla scena di un antagonista a lungo scomparso, che aveva lasciato gli USA soli a contendere l’Olimpo delle grandi potenze. La prima ha dato ai neo-cons di Bush il pretesto per alzare la tensione tra i due paesi, mentre la seconda ha bruscamente sancito la fine della politica del “reset” di Obama. Il tentativo di avere nella Russia di Putin un interlocutore disponibile e stabile per portare a termine l’agenda di politica internazionale democratica ha fallito e la Russia ha dato una dura risposta all’intromissione degli USA nelle rivolte di Euromaidan in Ucraina. Nel 2016 Dario Fabbri in un articolo pubblicato su Limes, “Così l’America ha ritrovato il suo nemico ideale”, svelava come la Russia putiniana (autoritaria, militarista e sfacciata nel manifestare le proprie ambizioni) costituisca il nemico perfetto. E anche a seguito degli scandali per le ingerenze nelle passate elezioni presidenziali gli effetti si vedono: un sondaggio condotto da NBC News lo scorso luglio ha rilevato che il 68 per cento degli americani vede la Russia come un nemico, con picchi di allarmismo nell’elettorato democratico. Fabbri però nell’articolo scrive che è soprattutto nello Stato profondo che il sentimento russofobo è radicato, in quegli apparati che sono i “custodi dei propositi di lungo periodo della superpotenza”.

Tornando alla prospettiva russa, leggendo la sezione dedicata alla politica estera del sito della Missione diplomatica permanente della Federazione Russa nell’Unione Europea la posizione del Cremlino appare ancora più chiara. Si rileva la consapevolezza dell’andamento del sistema internazionale verso un nuovo ordine multipolare e del fatto che la Russia costituisca uno di questi poli. È poi resa manifesta l’azione russa per consolidare il suo ruolo e “migliorare la situazione globale, rafforzando la sicurezza e la stabilità, stabilendo condizioni esterne favorevoli per la crescita interna del Paese, affinchè sia garantita una crescita economica sostenibile e una più alta qualità della vita per i cittadini russi.” Riguardo alla crisi ucraina si legge come questa sia stata “la conseguenza di una politica mirata a rafforzare la sicurezza di uno a scapito dell’altro, ossia ciò che è stato perseguito dagli Stati occidentali per oltre un quarto di secolo, mirando a espandere le aree sotto il loro controllo geopolitico […] L’attuale svolta negativa negli affari globali non è una nostra scelta”.

Ma in un’analisi per il Carnegie Moscow Center, Mikhail Korostikov, giornalista del Kommersant, ridimensiona l’effettività della posizione muscolare che Mosca andrebbe cercando nelle relazioni internazionali. In ultima analisi non ci sarebbe alcun credibile pericolo di invasione da parte dei vicini, ciò che l’élite russa teme è il controllo e l’influenza economica estera che potrebbero intaccare il suo potere. Per questo il Cremlino vuole dimostrare di essere ancora un peso massimo e di possedere la capacità attrattiva per formare un proprio blocco commerciale (l’Unione economica euroasiatica), dare il via e gestire un conflitto (Ucraina) e diventare un attore fondamentale in una guerra per l’egemonia regionale (Siria). A questa postura aggressiva, scrive Korostikov, fa fronte una realtà ben diversa: il budget del governo russo, 233 miliardi di dollari nel 2016, è sensibilmente inferiore a quello di 3.300 miliardi degli Stati Uniti e di 6.400 miliardi di euro dell’Unione Europea. La stessa situazione si ritrova nei budget militari: nel 2016, secondo il Stockholm International Peace Research Institute, gli Stati Uniti hanno investito 611 miliardi di dollari nelle forze armate, secondo l’Agenzia europea per la difesa le nazioni dell’UE nel 2015 hanno investito 199 miliardi di euro mentre la Russia si è “limitata” a 69 miliardi di dollari. L’offensiva russa si declina anche con attacchi informatici a obiettivi mirati e interferenze nei processi politici di numerosi paesi occidentali, i cui effetti fanno più notizia che danni. Korostikov conclude mettendo in evidenza come le azioni e il comportamento della Russia siano specchio di una strategia di sopravvivenza e non di sviluppo, che non aiuta a creare un’immagine positiva di un paese o ad attrarre investimenti ma che, anzi, nel lungo termine rischia di risultare prevedibile e dannosa.

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Scritto da
Giacomo Centanaro

Laureato in Scienze Politiche – Studi internazionali alla Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze. Laureando alla magistrale in Relazioni Internazionali dell’Università di Firenze. Ha completato il Corso Executive Affari Strategici alla LUISS School of Government, tenuto in collaborazione con il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). Ha completato un periodo di studio all’Université Paris 1 Pantheon-Sorbonne. Alumno della Scuola di Politiche (SdP).

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