“La democrazia e i suoi limiti” di Sabino Cassese
- 02 Aprile 2017

“La democrazia e i suoi limiti” di Sabino Cassese

Scritto da Luca Timponelli

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La visione di Cassese

La visione di cui Cassese si fa portavoce, come il lettore avrà avuto modo di vedere, è fortemente elitista e, più che ricollocare la sovranità popolare all’interno di un contesto più vasto, sembra restringerla entro ambiti molto angusti (certamente in linea con quanto effettivamente accaduto negli ultimi decenni). Il pensiero di Cassese fonde insieme un conservatorismo di antica data, improntato alla ricerca del “governo misto” come regime ottimale e una concezione ordoliberale dei rapporti tra Stato e operatori economici. L’atteggiamento che lui qualifica come realista, mirante a smorzare quanto il lessico della democrazia pure non può cessare di promettere, è in realtà profondamente ripiegato nella difesa dell’esistente. Non possono mancare le perplessità. Quanto ampia può essere la scelta fra alternative, che per Cassese è il fondamento della legittimazione democratica, se la decisione sul “bene comune” di lungo periodo è esplicitamente sottratta al dibattito democratico? Non è in questa riduzione di alternative praticabili, e non in una hỳbris per cui troppo si vuole, da ricercarsi il disincanto verso la democrazia che colpisce sempre più persone, confinandole nell’astensione e nell’apatia o spingendole a cercare rifugio nel populismo? Quanto rappresenta il vincolo esterno una forma di horizontal accountability di un popolo davanti agli altri e non piuttosto un’autolimitazione dei poteri pubblici di fronte alla presunta efficienza dei mercati? Quanto i programmi politici possono tradursi in realtà con una pubblica amministrazione in cui diventa egemone l’elemento privatistico, invocato a correggere la (presunta) fisiologica manchevolezza della politica? Quanto l’ordine internazionale può dirsi democratico in assenza di quelle forme di sovranità al cui interno soltanto la democrazia moderna ha potuto sbocciare e di un esplicito consenso sulle proprie istituzioni, come fu il caso delle costituzioni nazionali redatte da una Costituente eletta, e dalla cui volontà la stessa giustizia costituzionale – così cara a Cassese – trae legittimazione? È davvero sufficiente l’ascolto della società civile o di una comunità epistemica internazionale perché si possa parlare di legittimazione democratica delle organizzazioni internazionali? Una sensibilità del genere si può trovare anche in un dispotismo illuminato.

Sarebbe infine auspicabile un confronto serio con una concezione diversa di democrazia, quale quella proposta da Hans Kelsen, e con il suo correlato economico, il keynesismo. Tale modello, che ha reso per la prima volta le masse protagoniste della vita politica dei paesi occidentali e che ha permesso sviluppo, welfare, occupazione e benessere diffuso, oltre che un reale pluralismo di  modelli di società incarnati dai diversi partiti (e una notevole educazione della classe politica, che Cassese stesso rimpiange), non può essere dismesso come “retorica parlamentarista”, specie quando si difende un’alternativa che può vantare un bilancio ben più misero sul piano delle classi dirigenti, del coinvolgimento delle masse e dei traguardi sociali raggiunti. Una scelta del genere, specie in un testo rivolto a un vasto pubblico, e dunque potenzialmente responsabile della formazione del senso comune dei cittadini, appare fortemente connotata dal punto di vista ideologico. Il paradigma che Cassese descrive e difende, per quanto certamente molto vicino a quanto effettivamente la democrazia è diventata negli ultimi decenni, non è l’unico, né il più desiderabile per chi da un sistema in cui lo Stato si sottomette volontariamente al mercato non ha avuto nulla da guadagnare.


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Scritto da
Luca Timponelli

Classe 1991. Ha studiato filosofia presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È ora dottorando in filosofia politica presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (Torino, Genova, Pavia, Vercelli).

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