“Il Sacro Romano Impero” di Peter H. Wilson
- 10 Aprile 2017

“Il Sacro Romano Impero” di Peter H. Wilson

Scritto da Emanuele Monaco

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Il Sacro Romano Impero

Agli occhi di studiosi moderni infatti, per i quali “Stato” implica una centralizzata, istituzionalizzata catena di comando che esercita il proprio potere su di un delimitato territorio nazionale, tutto ciò che venga prima del suo avvento poteva al massimo rappresentare un’informe e anacronistica impalcatura, un tentativo fallito sul percorso fatale che porta all’unitario stato-nazione. Sfuggendo a giudizi di valore e ad una pervasiva quanto popolare idea della storia come un lineare cammino verso la modernità, Wilson descrive invece l’impero come un’alternativa allo stato europeo vestfaliano, non come una palla al piede delle rivendicazioni di unità nazionale. Caratterizzato né da una certa catena di comando, né da una struttura piramidale, l’impero era un network di potentati, tenuti insieme dal consenso e da rapporti “clientelari”, non dalla coercizione, nella comune accettazione delle anomalie interne e delle diversità culturali. Tutto ciò mantenendo comunque capacità di riforma (come nell’istituzione del primo servizio postale commerciale europeo, o nell’uso generalizzato della stampa per i documenti imperiali già durante il regno di Carlo V). Questo network era costruito su di una struttura multicentrica. A differenza del potere esercitato, nei regni nazionali europei, da grandi centri come Londra e Parigi, l’impero aveva molti poli di concentrazione di potere politico e culturale, si pensi a Vienna, Praga, Anversa, Amburgo, Aquisgrana, Milano. Wilson descrive il controllo del territorio come “locale e differenziato”, non “universale e lineare”. Il ruolo dell’imperatore, di qui la forma inconsueta dell’elezione, era di tenere insieme e proteggere le ampie reti e le complicate gerarchie. Dopotutto parliamo di un’istituzione che ha superato più o meno indenne secoli di cambiamenti, scismi, riforme religiose, e soprattutto la catastrofe della guerra dei trent’anni. Un’istituzione che, se Napoleone non fosse intervenuto, forse sarebbe sopravvissuta per molta parte dell’Ottocento, almeno fino a che le forze “livellanti e omogeneizzanti” del nazionalismo e della rivoluzione industriale non la rendessero inadeguata (infatti troppe barriere doganali interne, diverse monete e una non integrata politica fiscale non consentivano all’impero di giocare un ruolo di primo piano nello scenario economico europeo, come invece sarà per lo stato unificato tedesco).

Di qui la decostruzione del secondo mito riguardo l’impero, cioè una supposta continuità nazionale tedesca, una tradizione “imperale” che lega Carlo Magno a Guglielmo I e addirittura ad Adolf Hitler. Il concetto di Reich “millenario”, come ideale e come parola, è sopravvissuto all’impero stesso, contaminato dal Kaiserreich Bismarkiano e soprattutto dal cosiddetto Drittes Reich nazista. Negli ultimi capitoli Wilson smentisce una tradizione di ricerca che lega realtà storiche e concettuali completamente sconnesse tra loro, addirittura contrapponendola ad un nuova teoria sulla “sopravvivenza” (“after-life” è il titolo dell’ultimo capitolo) dell’ideale imperiale che io ho trovato molto affascinante. Se da una parte la cultura delle libere città medievali vive ancora nei centri di Germania, Svizzera e Italia settentrionale, con le loro tradizioni, corporazioni e arti, con il loro culto dell’Heimat, parola tedesca difficilmente traducibile che include però in sé i concetti di città e patria, dall’altra, per l’autore, il sogno di Carlo Magno si realizza in un futuro modello non-nazionale dell’Europa unita.

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Scritto da
Emanuele Monaco

Classe 1990. Dottorando in storia contemporanea presso l’Università di Bologna. Dopo aver studiato presso l’Università Federico II di Napoli, l’Università di Bologna e la Paris I Sorbonne di Parigi, ha lavorato a Londra. Si occupa di storia europea, relazioni transatlantiche e storia di genere

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