Sam Altman e “l’altro zio Sam”: l’ascesa di un protagonista dell’intelligenza artificiale. Intervista ad Angelica Migliorisi e Luca Salvioli
- 20 Maggio 2025

Sam Altman e “l’altro zio Sam”: l’ascesa di un protagonista dell’intelligenza artificiale. Intervista ad Angelica Migliorisi e Luca Salvioli

Scritto da Lorenzo Ciaffi

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Negli ultimi anni, Sam Altman è emerso come una delle figure più centrali nel dibattito sull’intelligenza artificiale. Fondatore e CEO di OpenAI, l’azienda che ha lanciato ChatGPT e che ha contribuito a portare l’intelligenza artificiale generativa al grande pubblico, Altman ha assunto un ruolo sempre più rilevante anche sul piano politico e geopolitico, presentandosi non solo come imprenditore, ma come figura strategica nell’ecosistema tecnologico statunitense e globale. 

Per comprendere meglio il suo profilo, il percorso che lo ha portato a ricoprire una posizione così influente, le tensioni interne a OpenAI e il significato geopolitico delle sue azioni, abbiamo intervistato Angelica Migliorisi e Luca Salvioli, giornalisti de Il Sole 24 Ore. I due autori hanno realizzato un podcast, intitolato L’altro zio Sam, poi trasformato in un libro. L’obiettivo è stato raccontare Altman attraverso una narrazione accessibile ma documentata, ricostruendo le fratture culturali e strategiche che attraversano oggi il mondo dell’IA.


Il vostro podcast L’altro zio Sam esplora in profondità la figura di Sam Altman. Cosa vi ha spinto a dedicare un’intera serie a questo personaggio e perché avete scelto questo titolo particolare per raccontare la sua storia?

Migliorisi/Salvioli: L’idea è nata nell’estate del 2024 nel momento in cui ci siamo accorti che Altman stava diventando un simbolo di un’intera fase dell’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale generativa, con il boom di ChatGPT, è diventata non solo un tema tecnico ma anche sociale, economico, politico. Altman rappresentava una figura chiave per affrontare tutto questo: era al centro della scena, ma anche protagonista di una narrazione che si prestava a essere raccontata. Nel novembre del 2023, tra l’altro, ci fu la sua improvvisa rimozione da CEO di OpenAI, episodio che ha dato ulteriore spessore narrativo al progetto. Il titolo, L’altro zio Sam, è nato da un’intuizione del nostro vicedirettore Daniele Bellasio. Volevamo evocare la figura iconica dello “zio Sam” come rappresentazione degli Stati Uniti, ma anche suggerire che Altman ne incarna oggi una versione alternativa: più tecnologica, più fluida, più globale. È un modo per riflettere sul fatto che con lui gli Stati Uniti hanno ritrovato centralità nella corsa all’intelligenza artificiale, proprio quando sembravano cedere il passo alla Cina.

 

Nel podcast descrivete Altman come perfettamente inserito nello “storytelling della Silicon Valley”. In che modo il suo percorso rappresenta – o forse sfida – il classico modello di successo nella Silicon Valley?

Migliorisi/Salvioli: Altman si inserisce molto bene nel racconto canonico della Silicon Valley. Ha frequentato Stanford senza però laurearsi, come molti altri grandi imprenditori tech, ed è stato presidente di Y Combinator, l’acceleratore di startup più influente al mondo. Si potrebbe dire che abbia percorso tutti i passaggi “giusti”, costruendo un network fortissimo che gli ha permesso di entrare nei circoli dell’innovazione e degli investimenti. Tuttavia, rispetto ad altri protagonisti, come Mark Zuckerberg o i fondatori di Google, il suo percorso è stato meno immediato. Non ha avuto una startup dirompente che lo ha proiettato subito nel pantheon dei grandi, ma ha costruito la sua influenza passo dopo passo, attraverso un lavoro costante e una visione strategica. Questo lo rende, per certi versi, più simile a Elon Musk: entrambi hanno una forte visione di lungo periodo e interessi trasversali – dalla fusione nucleare alla biotecnologia. Ma Altman si presenta con un profilo meno istrionico, più controllato e “politicamente corretto”.

 

Nel corso della vostra ricerca avete intervistato persone che hanno conosciuto o lavorato con Altman. Quali aspetti della sua personalità o della sua leadership vi hanno colpito maggiormente? 

Migliorisi/Salvioli: Le conversazioni con Marco Trombetti e Michele Casertano sono state illuminanti. Trombetti ci ha raccontato diversi episodi legati alla vita personale di Altman, ma anche al suo modo di muoversi all’interno della Silicon Valley. Per esempio, proprio durante i giorni in cui fu licenziato da OpenAI, Altman avrebbe dovuto partecipare a una regata organizzata da Trombetti: disdisse all’improvviso, senza spiegazioni. Solo dopo si capì che qualcosa di molto serio stava accadendo. Casertano, invece, ha insistito sulla sua capacità di esecuzione. Altman non è solo un visionario, ma anche un manager molto solido, capace di trasformare idee in progetti concreti e funzionanti. Questo è un tratto che molti imprenditori non possiedono. Inoltre, entrambi hanno sottolineato la sua attitudine al networking: conosce chiunque conti nella Silicon Valley, e sa muoversi con intelligenza nei diversi ambienti. Un’altra osservazione interessante di Trombetti è che Altman somiglia più a Giulio Cesare che a Warren Buffett. È un condottiero, non solo un investitore. Una figura che punta a lasciare un segno duraturo, e che sa usare il potere con consapevolezza.

 

L’allontanamento temporaneo di Altman da OpenAI ha avuto grande risonanza mediatica. Cosa ci dice questo episodio sulla cultura interna dell’azienda e sul carattere del suo fondatore? 

Migliorisi/Salvioli: Quell’episodio ha mostrato le contraddizioni profonde che attraversano OpenAI. All’origine c’era un conflitto tra due visioni: da un lato la ricerca pura, rappresentata da figure come Ilya Sutskever; dall’altro, l’approccio imprenditoriale e strategico di Altman. Il board ha tentato di difendere la visione originaria no-profit, ma lo ha fatto in modo improvvisato, con una comunicazione scarna e una decisione presa via videochiamata. La reazione dell’ecosistema – compreso il personale di OpenAI – è stata quasi unanime a favore di Altman, il che dimostra quanto la sua figura fosse centrale per la traiettoria dell’azienda. Ma rivela anche che il passaggio da laboratorio di ricerca a colosso industriale non è stato indolore, e ha lasciato ferite profonde.

 

Come interpretate il passaggio di OpenAI da laboratorio no-profit ad azienda con una valutazione superiore ai 150 miliardi di dollari? 

Migliorisi/Salvioli: È un passaggio necessario se si vuole che una tecnologia di questo tipo esca dal laboratorio e arrivi al mondo. Senza una trasformazione societaria, non si sarebbero potuti accettare investimenti come quelli di Microsoft. Altman ha capito che serviva un cambio di passo, anche se questo significava entrare nella logica del profitto. Tuttavia, c’è anche un elemento problematico: per “vendere” il prodotto al pubblico, l’IA generativa è stata modellata per essere più affabile, più vicina al linguaggio umano. In alcuni casi si è preferita l’efficacia alla trasparenza. Questo pone interrogativi etici profondi, perché parliamo di una tecnologia che sta diventando fonte di informazione e mediazione per milioni di persone.

 

Elon Musk ha avviato una causa legale contro OpenAI, accusandola di aver tradito la missione originaria no-profit. Come si è evoluto il rapporto tra Musk e Altman, e quali implicazioni ha avuto questo conflitto sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale? 

Migliorisi/Salvioli: Il rapporto tra Elon Musk e Sam Altman è emblematico delle tensioni che attraversano oggi l’industria tecnologica. Musk è stato tra i co-fondatori di OpenAI nel 2015, insieme a un gruppo ristretto che comprendeva anche Ilya Sutskever. In quel momento, l’obiettivo era chiaro: costruire un laboratorio di ricerca sull’IA orientato al “bene dell’umanità”, al riparo dalle logiche puramente commerciali. Le cose sono cambiate quando Musk ha proposto di inglobare OpenAI sotto l’ombrello di Tesla. Di fronte al rifiuto del board, ha abbandonato il progetto, aprendo una lunga stagione di accuse pubbliche. Nella biografia scritta da Walter Isaacson si racconta come Musk fosse preoccupato per il potere crescente dell’azienda e volesse riportarla sotto il suo controllo. Da allora, ha accusato OpenAI di aver “venduto l’anima al diavolo”. Tuttavia, è difficile ignorare il fatto che Musk, nel frattempo, abbia fondato la propria azienda di intelligenza artificiale, xAI, e che anche lui stia investendo massicciamente in questo settore. Senz’altro le sue preoccupazioni sono in parte sincere, ma anche profondamente intrecciate ai suoi interessi imprenditoriali. Il conflitto con Altman è dunque reale, ma è anche una competizione per il controllo narrativo dell’intelligenza artificiale.

 

La Silicon Valley sta vivendo un riposizionamento politico significativo, con figure come Musk e Thiel sempre più vicine al Partito Repubblicano. In questo contesto, che ruolo gioca Altman? Come si colloca nel rapporto tra tecnologia e potere politico negli Stati Uniti? 

Migliorisi/Salvioli: Altman si è dimostrato un imprenditore estremamente politico, capace di adattarsi al contesto pur mantenendo un profilo relativamente sobrio. In passato ha criticato pubblicamente Donald Trump, ma quando si è insediato di nuovo alla Casa Bianca, Altman è stato il primo a salire sul palco per parlare del nuovo piano di investimenti in infrastrutture per l’IA. È una mossa che non è passata inosservata, tanto che Elon Musk gliel’ha subito rinfacciata. Quello che emerge è un atteggiamento molto pragmatico: Altman ha compreso che per incidere davvero nel futuro dell’IA non basta sviluppare la tecnologia, bisogna anche costruire alleanze istituzionali, influenzare le scelte politiche, partecipare attivamente alla scrittura delle regole. Da questo punto di vista, si muove come un vero civil servant dell’intelligenza artificiale. In generale, la Silicon Valley si è spostata su posizioni più conservatrici, anche per una certa delusione verso le politiche del Partito Democratico, percepite come poco favorevoli all’innovazione. La deregolamentazione promessa dai Repubblicani attira gli imprenditori ma Altman sembra cercare un equilibrio: dialoga con tutti, ma senza schierarsi in modo netto. Una scelta che gli permette di mantenere una certa influenza, qualunque sia il colore dell’amministrazione.

 

Secondo voi, quale visione guida Altman nel lungo termine? Qual è il suo “long game”, sia a livello personale che strategico? 

Migliorisi/Salvioli: Tutti gli interlocutori che abbiamo intervistato concordano su un punto: Altman ha una visione di lungo periodo che va ben oltre il successo personale o aziendale. Il suo obiettivo dichiarato è quello di contribuire alla realizzazione dell’AGI – l’intelligenza artificiale generale – e di orientarne lo sviluppo verso finalità benefiche per l’umanità. Tuttavia, questa ambizione si accompagna a un’attenzione costante al potere. Non è un ricercatore disinteressato: è un imprenditore-politico, capace di dialogare con capi di Stato, fondi di investimento, media globali. La sua figura è strategica non solo per l’industria tech, ma per gli Stati Uniti stessi. In un momento in cui la Cina si afferma come potenza emergente anche nell’IA, Altman ha contribuito a riaffermare la centralità americana nel nuovo ordine tecnologico. Il paragone con Giulio Cesare, citato da Marco Trombetti, è eloquente. Altman si muove con l’intelligenza di chi sa costruire consenso e potere, ma con una direzione chiara: lasciare un’impronta storica, incidere sulla traiettoria dell’evoluzione tecnologica globale.

 

Nel podcast parlate della “centralità ritrovata” degli Stati Uniti nella rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Quali sono le implicazioni geopolitiche di questo processo? E quale spazio resta per l’Europa? 

Migliorisi/Salvioli: Con il lancio di ChatGPT e il successo mediatico e commerciale di OpenAI, gli Stati Uniti sono tornati al centro dell’innovazione globale. Per anni si era parlato di un possibile sorpasso cinese, soprattutto grazie ai progressi nel machine learning, nell’hardware e nelle applicazioni militari. Altman, con OpenAI, ha rimesso la Silicon Valley sulla mappa, mostrando che l’Occidente ha ancora un vantaggio competitivo. Negli ultimi mesi, tuttavia, la Cina ha risposto con progetti come DeepSeek, e ha dimostrato di poter essere protagonista anche nell’IA generativa. Inoltre, le infrastrutture hardware restano in gran parte asiatiche, con Taiwan come punto nevralgico. Quindi, il primato americano non è scontato: è una posizione di forza, ma non definitiva. Per quanto riguarda l’Europa, la situazione è più complessa. Esistono realtà promettenti, come Mistral in Francia, e iniziative pubbliche di investimento. Ma manca ancora una strategia comune e coordinata. L’Europa potrebbe puntare su un’intelligenza artificiale più integrata nei contesti industriali, meno consumer-oriented e più legata alla produttività. Tuttavia, per avere un ruolo significativo, serve una visione a lungo termine, e soprattutto risorse.

 

Avete trasformato il podcast in un libro. Cosa aggiunge il formato cartaceo all’esperienza analitica e narrativa del podcast? E ci potete anticipare qualcosa sul prossimo progetto dedicato a Elon Musk? 

Migliorisi/Salvioli: Il libro L’altro Zio Sam, pubblicato da Il Sole 24 Ore, è stato costruito a partire dal podcast, ma con alcuni aggiornamenti e approfondimenti. La prefazione di Daniele Bellasio e la nostra conclusione finale servono a contestualizzare meglio l’evoluzione recente di Altman e di OpenAI. Si tratta quindi di un’estensione del racconto audio, pensata per chi vuole avere una visione più organica. Diverso sarà il progetto su Elon Musk, che è già in lavorazione. Il podcast – intitolato Elon. Uno, nessuno, cento Musk – ha avuto una durata molto lunga e continua ad aggiornarsi quasi ogni mese, per via della sua attualità frenetica. Il libro, invece, sarà più focalizzato sulla sua visione politica ed economica, con uno sguardo sistemico sul ruolo che Musk intende giocare nel futuro delle tecnologie strategiche. Cercheremo di raccontare non solo il personaggio, ma l’ideologia che lo muove, le contraddizioni che lo attraversano e le implicazioni globali delle sue scelte.

Scritto da
Lorenzo Ciaffi

Studente del Master in Affari Internazionali alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies in collaborazione con l’Università di Bologna, nonché allievo del Collegio Superiore. I suoi interessi si concentrano sulle relazioni transatlantiche, la sicurezza internazionale e la filosofia politica. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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