Recensione a: Brian Merchant, Sangue nelle macchine. Le origini della ribellione contro la tecnologia, traduzione di Daniele A. Gewurz, Einaudi, Torino 2025, pp. XX – 538, 34 euro (scheda libro)
Scritto da Paolo Missiroli
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Nell’autunno del 1811, proprio mentre i primi luddisti cominciavano a stabilire una strategia di lotta politica, apparve in cielo quella che divenne nota in seguito come Grande Cometa. Rimase alta al centro del firmamento, ben visibile in tutto l’emisfero settentrionale nonché – in modo meno spettacolare – in quello meridionale per circa 260 giorni, risultando una delle più durature nella lunga storia delle relazioni tra gli esseri umani e questi speciali corpi celesti. Esiste tutta una letteratura relativa alle modalità con cui i vari sistemi sociali allora presenti selezionarono questo evento: se in Cina essa fu vista come un auspicio fausto al successo della setta Buagadao contro la dinastia Qing, il capo del popolo nativo-americano Shawnee, Tecumseh, la riteneva un segno favorevole al suo sforzo di unificare finalmente le tribù di nativi contro i bianchi. In Europa, essa fu inizialmente chiamata “cometa imperiale” – apparendo nel pieno del dominio, apparentemente inarrestabile, di Napoleone Bonaparte – per divenire poi, a posteriori, il segno che preannunciava “ogni sorta di orrori” e addirittura “la fine del mondo”, come dichiarato dal Pierre protagonista di Guerra e pace. Noi non sappiamo come questa distinzione fausto/infausto relativamente alla Grande Cometa si sia trasformata in Cina e in Nord America dopo la sconfitta di chi l’aveva immaginata come segno di vittoria: è fuori discussione, tuttavia, che solo la posizione e la forma dell’osservatore possono conferire un senso determinato a un simile evento e che, allo stesso tempo, è inevitabile fare i conti con un’eccezionalità simile. Senza dubbio ciò valse allora per innumerevoli esperienze individuali (la nascita di un bambino, l’inizio di un amore, la morte di una persona cara) e collettive (essa fu nota per anni come “Cometa del vino”, per le magiche – e molto profittevoli per i mercanti del dono di Bacco – proprietà che quest’ultima avrebbe avuto sulla vendemmia).
La storia, tragica ed eroica, che Brian Merchant racconta in Sangue nelle macchine (Einaudi 2025) prende avvio all’ombra proprio della Grande Cometa e si conclude poco dopo il suo abbandono. È l’epopea dei luddisti: anche per loro la Cometa fu un segno ambiguo, inizialmente di speranza (nella possibilità di ristabilire una qualche forma di normalità nella propria vita) e poi, dopo la sconfitta, di sventura. Non deve stupire il parallelismo tra la cometa immaginata da Napoleone e dai luddisti: prima speranza, poi anticipazione del disastro. Come spiega Merchant e come vedremo – dopo aver sognato anche noi un poco sul corpo celeste – il luddismo è un movimento compiutamente moderno, che guarda alla Rivoluzione francese e ai suoi figli come a un’ispirazione. Allo stesso modo dei giacobini – questa la lezione di Merchant – i luddisti fallirono allora, ma i segni delle loro lotte hanno pesato nei secoli e oggi godono, non a caso, di una rinnovata attualità.
Sangue nelle macchine non è propriamente un saggio, ma il racconto di una vicenda: quella dei luddisti, ovvero delle masse operaie e artigiane che nel breve spazio di tempo che va dal 1811 al febbraio 1813 tentarono di fermare l’imposizione delle macchine come strumento di ricatto e violenza nei confronti del lavoro salariato, attraverso l’uso di una violenza diffusa contro i macchinari e, in misura minore, contro la borghesia proprietaria. Per lunghi passi il lavoro assume uno stile narrativo (che l’ottima traduzione di Daniele Gewurz restituisce in toto) e riporta una molteplicità di punti di vista. Merchant divide quindi il libro in una miriade di brevissimi capitoli – riuscendo peraltro nella quasi impossibile impresa di rendere leggibilissimo un volume che supera le cinquecento pagine – ognuno legato a un punto di vista. In questo modo, la sua storia ha come protagonisti capi luddisti come George Mellor e imprenditori ostili a questi ultimi come William Horsfall, ma anche scrittori come Lord Byron, politici come il principe reggente (futuro Giorgio IV d’Inghilterra) nonché tassisti come Douglass Schifter, a cui Merchant dedica particolare attenzione in un’ultima parte dedicata al presente. Questa la struttura fondamentale del libro e il suo stile: passiamo ora a esaminare, come sempre senza la pretesa di esaurirle, alcune delle tesi più significative in esso contenute.
Innanzitutto, Merchant parte da una constatazione: “luddista” è, oggigiorno, un insulto. Quando si accusa qualcuno di luddismo, in generale, se ne vuole sottolineare l’arretratezza. Luddismo è sinonimo di primitivismo: i seguaci di Ned Ludd (figura mitica, probabilmente mai esistita) erano, secondo questo senso comune – che a buon diritto Merchant considera, con rarissime eccezioni, dominante – un gruppo di squilibrati retrogradi che, odiando le macchine in quanto tali, le distruggevano. Il principale merito di Sangue nelle macchine è proprio di mostrare la capziosità di questa narrazione. Vediamo la tesi riassunta sul finire del libro: «I luddisti non erano regressisti. Consideravano la tecnologia non come una forza ambigua, che si sarebbe svelata nel futuro, ma come un meccanismo che si dispiega “al presente” e che si può accettare o rifiutare di conseguenza. I luddisti valutarono appieno le implicazioni del possibile impatto di una specifica tecnologia sulle loro vite e risposero con decisione. E chiarirono la fonte dello sfruttamento: non le macchine in sé, ma la classe proprietaria delle fabbriche» (p. 398).
Merchant mostra qui una lucidità che spesso manca a chi riflette sulla tecnologia. Egli ribalta, in un certo senso, l’accusa comune fatta ai luddisti: essi non avevano alcuna mitologia del “buon tempo andato” – essendo peraltro tutti artigiani e operai, al massimo supportati sporadicamente da lavoratori agricoli – ma analizzavano piuttosto gli effetti della tecnologia all’interno dei rapporti di forza storicamente determinati nel Regno Unito del loro tempo. Colpire le macchine non significava affatto colpire la capacità umana di inventare il nuovo, di migliorare la propria vita mediante lo sviluppo tecnico. I luddisti non erano Theodore Kaczynski (noto con il soprannome di Unabomber), non pensavano che la tecnologia fosse un sistema autonomo che riduceva automaticamente spazi di libertà: pensavano, sperimentandolo quotidianamente, che una forma storica di tecnologia, nelle mani di quelli che allora si potevano chiamare senza paura padroni, avrebbe fatto loro perdere i mezzi per sopravvivere. Sono i non-luddisti che, ritenendola sempre progressiva, hanno una visione mitologica della tecnologia, non i seguaci di Ludd. Da questo punto di vista, Merchant considera tale movimento attualissimo e struttura tutto il suo lavoro sul parallelismo tra il 1811-1813 e l’attuale congiuntura: non saranno i robot o la cosiddetta intelligenza artificiale a rubare il lavoro, ma il loro uso capitalistico. L’intero pensiero di Raniero Panzieri, che qui è possibile citare solo cursoriamente, non si allontana nella sua essenza da questa tesi, aggiungendo però una clausola che vale sia per i primi telai semi-automatici di inizio Ottocento che per l’intelligenza artificiale odierna: la forma stessa di queste tecnologie è condizionata dai rapporti di forza entro cui esse si sviluppano. I luddisti avevano colto cioè questa semplice verità: la tecnologia non è un sistema autonomo, ma, come un fiume, irriga o sommerge a seconda del suo uso determinato, venendo da quest’ultimo trasformata. Distruggere le macchine, dunque, non è un’operazione accademica, un trattato reazionario di filosofia della tecnica: è un atto politico, parte di una strategia precisa e chiarissima, che serviva a disarticolare rapporti di forza determinati. Si può opporsi a tale scelta politica, evidentemente, per ragioni moralistiche o perché si rifiuta tout court la violenza: capirà tuttavia il lettore sensibile al sangue che la sua critica – legittima – si colloca su un piano ben diverso da quello di chi, capziosamente, accusa i luddisti di primitivismo.
Va sottolineato come per Merchant – che riprende su questo le tesi del grande storico britannico Edward Palmer Thompson (p. 399) – il luddismo sia all’origine della proverbiale unità/identità di classe del proletariato inglese, sradicata forse solo e in ogni caso non in toto da Margaret Thatcher. Come il mostro di Frankenstein, la cui autrice Mary Shelley portava (nascondendolo) il cognome di uno dei più grandi alleati dei luddisti, William Godwin, essi hanno l’intelligenza del momento e ricercano una vita buona, ma hanno anche la capacità organizzativa e la disciplina quasi militare che sarà caratteristica delle lotte del proletariato in tutto il globo per i due secoli a venire. I loro attacchi alle fabbriche avvengono a passo di marcia; i loro agguati sono puntuali, diretti a obiettivi precisi; le loro strutture organizzative difficilmente penetrabili. Non vi è nulla di più lontano dalle jacqueries della Francia medievale, a cui spesso i luddisti sono assimilati, con la sola scusa della comune propensione alla distruzione e del riferimento a un capo mitico (Jacques Bonhomme – Ned Ludd). Nella Francia del XIV secolo le masse contadine non hanno obiettivi precisi e nessuna organizzazione (raccogliendo semplicemente membri di villaggio in villaggio), ma travolgono come un’onda qualsiasi cosa gli si pari davanti, alzando sempre di più la posta in gioco (fino a richiedere la distruzione di tutti i signori) e vengono completamente annientati in qualche scontro campale. I luddisti hanno un programma preciso (lo sviluppo tecnologico non deve in alcun modo ridurre la quantità di lavoro disponibile per la povera gente né il suo salario), che per anni provano – prima di organizzarsi militarmente – a portare nel Parlamento di Londra; sono armati e organizzati in squadre; hanno un complesso codice comunicativo, che rende difficilissimo infiltrarsi tra i loro ranghi; una rete di coperture nella popolazione comune; possiedono capacità di tenuta, nomi falsi e una mitologia rivoluzionaria che cementifica le loro relazioni (si ricordi solo la mazza che si portano dietro per distruggere le macchine); sono in prevalenza giovani – come sempre i movimenti rivoluzionari – e sono in grado di gestire sconfitte militari senza disperdersi immediatamente. Non ha quindi senso, storicamente e politicamente, trattarli come contadini spaventati dalla tecnologia: essi erano classe operaia fino al midollo, proletariato ai primi passi della propria organizzazione – dunque della propria esistenza politica. Immiseriti dallo sviluppo tecnologico usato capitalisticamente, essi non ne fecero astrazione, non ne cercarono l’essenza atemporale, ma lo identificarono come arma in mano alla controparte, che cercarono di disarmare. Nessuno spadaccino odia la spada dell’avversario, ma nondimeno prova a sottrargliela. Sotto la luce bianco-giallastra della Grande Cometa non spirava l’antico mondo rurale inglese, ma emetteva i primi vagiti la classe operaia inglese.
Merchant nota che, se il lettore cercasse su Google la definizione di luddista, troverebbe sostanzialmente la definizione sopra riportata di un gruppo di idioti anti-tecnologici amanti della povertà medievale. A suo avviso, questa ricostruzione interessata, che è davvero senso comune e che in fondo lo ha spinto a scrivere il libro, ha precise origini politico-sociali. L’accusa ai luddisti di non comprendere la centralità del progresso tecnologico veniva loro rivolta, infatti, già ai tempi della Grande Cometa, con alcune differenze rispetto all’oggi. Se, allora, l’argomento fondamentale attraverso cui il parlamento si rifiutava di regolamentare lo sviluppo tecnologico era quello, classico, della necessità di mantenere libero il mercato (Adam Smith viene citato esplicitamente nei dibattiti parlamentari riportati da Merchant), oggi semplicemente si ritiene la tecnologia una sorta di monstrum metafisico, generalmente astratto, dotato di vita propria. Il luddismo, come tutta una serie di lotte contemporanee che mettono in discussione questa forma di sviluppo tecnologico (giacché non vi è lo sviluppo tecnologico in generale, senza determinazioni concrete), si contrappone come è evidente a entrambe queste posture arrendevoli. Esso, non solo a parole ma mediante il sangue che ha versato, ha dimostrato che la forma concreta che la tecnologia assume è sempre l’esito del movimento contraddittorio (questo sì inarrestabile) e non di uno sviluppo organico che sarebbe interno a un pezzo “autonomo” di società (il complesso tecnico-industriale intorno a cui delirava un Kaczynski). Nulla come il brindisi che gli imprenditori e le élite fanno dopo l’uccisione di alcuni capi luddisti mostra, per Merchant, questa morfogenesi conflittuale della tecnica: «Che i produttori e i macchinari dello Yorkshire non vengano mai interrotti!». Proprio perché la contraddittorietà della società capitalistica non è accidentale, ma ne rappresenta la forma precipua, quel brindisi non può essere definitivo, riproducendo sempre le proprie condizioni (appunto, l’uso capitalistico delle macchine). È sempre possibile che il processo produttivo sia interrotto e una determinata forma tecnologica bloccata. Il luddismo, anche nelle sue forme contemporanee, è in fondo per Merchant semplicemente una forma di critica: esso rappresenta un “no” pronunciato a fronte di alcune tecnologie e alcune modalità di dominio. Che questo no si trasformi, sconfitto, in quel brindisi o in qualcos’altro è costitutivamente contingente. Come verrà sognata la prossima Cometa (che illuminerà i cieli notturni tra meno di quarant’anni) dipende in ultima istanza, come nel 1811, da quella cosa che Merchant, riprendendo l’espressione di Karl Marx, chiama «lotta di classe».