“Romanzo di uno scandalo. La Banca Romana tra finzione e realtà” di Clotilde Bertoni
- 15 Maggio 2018

“Romanzo di uno scandalo. La Banca Romana tra finzione e realtà” di Clotilde Bertoni

Scritto da Jaka Makuc

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La Banca Romana e la crisi del “parlamentarismo”

Clotilde Bertoni incentra l’analisi della reazione della stampa e dell’opinione pubblica su un tema centrale per l’imminente Novecento: il discredito generale gettato sul “parlamentarismo”.

La diffusa omertà e i maldestri tentativi di insabbiare lo scandalo da parte della classe politica alimentano infatti lo scontento per le logiche parlamentari, che vengono ora accusate di essere all’origine della corruzione dello Stato. Il Parlamento viene quindi sfavorito con vantaggio della monarchia, che proprio in questo periodo conosce ampio consenso. Se si considera per giunta che la crisi della Banca Romana sarà l’arena in cui si consumerà il violento scontro tra Crispi e Giolitti, giocato tutto tra accuse pubbliche e acquiescenze di convenienza, ma entrambi abilissimi nel mortificare l’aula parlamentare a favore di una politica spregiudicata, si comprende come il “parlamentarismo” resti travolto dallo scandalo ben più della Banca Romana stessa.

E non è infatti un caso che sarà proprio l’ennesima umiliazione inferta da Crispi al Parlamento a segnare, nei fatti, la conclusione della vicenda della Banca Romana: la chiusura delle Camere e il silenziamento autoritario delle opposizioni.

La crisi della Banca Romana segna dunque uno smacco non tanto per la finanza, quanto per la politica e, segnatamente, per il “parlamentarismo”. Questa interpretazione, che più volte viene rimarcata nel corso del saggio, allude evidentemente alle esasperazioni che si svilupperanno nel corso del Novecento (“l’aula sorda e grigia” è citata espressamente).

Unica presenza positiva in questo scandalo sospeso «tra finzione e realtà» pare essere la pervicace opposizione della Sinistra Estrema, incarnata da uomini come Felice Cavallotti, Napoleone Colajanni e Matteo Renato Imbriani. Ancora legati sentimentalmente all’epopea risorgimentale, l’idealità della loro reazione al malaffare sconfina sovente in afflati di eroismo, che vengono però mortificati dal cinismo della politica giolittiana o dall’autoritarismo crispino. L’astrattezza che talvolta caratterizza l’opposizione contribuisce tuttavia a elevarla appunto al ruolo di autentico eroe da romanzo, a maggior ragione se raffrontata con la prosaicità dimostrata dai personaggi coinvolti nello scandalo. In questa appassionata rivendicazione della nobiltà dell’azione politica, Clotilde Bertoni ritrova uno spiraglio di luce all’interno dell’evento e un antesignano ideale della lotta partigiana (pp. 224-225).

È significativo che anche la raccolta conclusiva dei testi ispirati più o meno direttamente alla vicenda prediliga la dimensione più propriamente politica della storia, lasciando indietro quella finanziaria (p. 233). È in questa sezione del saggio che predomina lo spirito di critica letteraria, tutto teso a mettere in evidenza i peculiari intrecci narrativi impiegati dai vari romanzieri (da Zola a De Roberto, passando per Socci e Pirandello) per descrivere la torbidezza che offusca i rapporti tra mondo politico e sfera finanziaria. Ma tutti i “romanzi parlamentari” presi in considerazione sono accomunati da una assolutizzazione quasi romantica dell’uomo onesto che combatte in solitudine la propria battaglia ideale, ispirato da «quelle mitologie epiche come si è visto mai tramontate interamente, divenute espressione, anziché di valori collettivi, di una grandiosità fine a se stessa, unico antidoto al dissolvimento di ogni valore» (p. 362).

Il potere dello scandalo riposa proprio nella sua capacità di coinvolgere l’intera collettività, obbligandola a prendere posizione sulla vita pubblica e rinsaldando così il consorzio sociale. La crisi della Banca Romana, così come prospettata da Clotilde Bertoni, consente quindi di ripensare l’epoca attuale innanzitutto nella sua dimensione politica: non più in termini di cliché da romanzo, dove predomina lo scontro inesauribile e solitario tra grandi protagonisti, ma attraverso il recupero di una conflittualità fondata sulla diversità di idee e capace di appassionare (perché no, anche “scandalosamente”) una comunità nella sua interezza.

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[1] Nel volume è pubblicato, per la prima volta e integralmente, un verbale rimasto segreto contenente la testimonianza di Ferdinando Montalto (p. 160).


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Scritto da
Jaka Makuc

Studente di Filosofia presso l’Università di Pavia e alunno dell’Almo Collegio Borromeo. Allo studio della filosofia, accompagna l’interesse per l’ermeneutica biblica, la teoria del pensiero rivoluzionario e la storia del socialismo italiano con particolare riferimento all’opera di Giacomo Matteotti.

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