“Segui il tuo demone” di Ivano Dionigi
- 21 Dicembre 2020

“Segui il tuo demone” di Ivano Dionigi

Recensione a: Ivano Dionigi, Segui il tuo demone. Quattro precetti più uno, Editori Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 136, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Matteo Panari

9 minuti di lettura

Se, per dirla con Mandel’štam, i classici «devono ancora essere», allora dovranno ancora essere le loro domande e le ricerche, che interrogano ed impegnano l’uomo. Inesauribile fonte, infaticabile persecutrice è la loro ars interrogandi che genera i «problemi vitali» e le «domande di senso», davanti ai quali Ludwig Wittgenstein e Ernst R. Curtius percepiscono l’impotenza del progresso scientifico. «Ognuno ha la sua cosa ardua da comprendere. La mia è l’immutata resistenza dei classici […]. È lo stupore per chi, ponendo le domande penultime e ultime, ha osato dare del tu alla vita […]» è la dichiarazione con cui Ivano Dionigi, il professore che venticinque secoli di classici ha innumerevoli volte attraversato e spiegato a generazioni di giovani studenti, apre queste sue nuove pagine. In Segui il tuo demone Ivano Dionigi interroga e ripercorre i classici ancora una volta perché essi hanno una nuova missione: parlare ai più giovani, ai ragazzi e alle ragazze che il professore ha incontrato in questi anni alla sua scrivania oppure nelle peregrinazioni per aule scolastiche e universitarie. In questi ragazzi, «nel dialogo disteso e ravvicinato: dai blasonati licei classici delle grandi città agli orgogliosi e resistenti istituti delle località più remote» il professore ha visto pochi entusiasmi e certezze, tanti timori e dubbi. Il loro professore è consapevole che l’indagine oggi è questa, che i classici siano in grado di svolgere la loro azione benefica soprattutto per loro. Questo libro nasce dalle domande e risposte che Davide, Laura, Ida, Samuel, Simona, Teresa, gli studenti con affetto richiamati e nominati nelle pagine del libro, hanno scambiato con il maestro, posto quasi in difficoltà a volte, come egli stesso ammette. Perché il professore ricerca sempre il dialogo con i suoi giovani, non importa se finiscono le ore del corso, i testi del monografico o i minuti di una conferenza. Il professore non smette mai di chiedere e farsi chiedere, di «unire i punti per non dire mezze verità».

 

Obbedisci al tempo

L’indagine, «l’ansia di verità», comincia dai precetti che Cicerone, ricapitolando tutta la saggezza classica, affida alle pagine dei Confini del bene e del male (3, 73): «obbedire al tempo», «seguire il tempo», «conoscere se stessi», «non eccedere». Alla maniera di Cicerone l’obbedienza al tempo è l’«adattare se stessi alle circostanze», per sopravvivere al potente di turno, su cui non si aveva scommesso, come nel caso dell’Arpinate. Alla maniera di Seneca è l’«adesione alla suprema ragione universale stoica». La sapienza classica prevede che l’uomo possa impadronirsi del tempo, perché egli stesso decida il momento opportuno per agire, il kairós, e il modo secondo cui vivere e morire. Vivere e morire, infatti, sono due azioni simultanee nel tempo. I classici permettono all’uomo di convivere con la morte, senza timore e senso di impotenza: «Ti sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, voglia o no, devi aver tempo» (La brevità della vita 8, 5). La condivisione contemporanea rapida e globale, di soli dati e non di saperi, ha fatto credere all’uomo di essere inscalfibile. Oggi, nel tempo dell’aggiornamento quotidiano del numero di morti e nel tempo della coabitazione forzata con la malattia e la sofferenza, i più avveduti si ricredono, i più stolti proseguono affaccendati. I classici non hanno paura di parlare della morte, di citarla. La morte, che sia un fenomeno naturale o contro natura, ci è sempre accanto, ma non per questo l’uomo è più debole, grazie a Seneca il quale «ci consegna una vera e propria ars moriendi». Quello che viviamo è «un corpo a corpo con la morte». Il vivere quotidiano è un costante morire. Così la penserà anche Agostino la cui lezione insegna che «il tempo di questa vita non è che una corsa verso la morte» (La città di Dio 13, 10). Ma alla liceale Teresa queste lezioni non bastano e, al pari dei suoi compagni, ha bisogno di conoscere l’intimo pensiero di chi in quel momento le sta parlando, il professore: «Ho dovuto confessare che per me la morte rappresentava il divorzio tra la vita e il suo significato». Ma nella reazione di Teresa «ho avvertito un moto di pietas per la mia resa, e forse anche il segnale di una condivisione». Ecco, in questa condivisione sta il rapporto tra il professore e i suoi giovani.

 

Segui il tuo demone

Con il secondo precetto Dionigi ci porta a volgere lo sguardo in noi stessi. Ha inizio l’indagine dell’interiorità. Si tratta di un esercizio in disuso e di uno sforzo notevole per i contemporanei, portati a tendere lo sguardo verso i profili dei social network, conoscere l’altro attraverso le raccolte di foto, osservare le facce alterate dalle app che omologano i racconti individuali iscritti in un volto. Rivolgendo gli occhi in se stesso, l’uomo può incontrare il suo demone, colui che può farlo camminare dritto e libero, poiché gli permette, per dirla con Socrate, «che la virtù non abbia padrone, e che responsabile della scelta del proprio tipo di vita sia ciascuno personalmente, e non la divinità che è esente da colpa» (Platone, Repubblica 617 e). Quindi il demone è responsabilità individuale, è il passo personale e consapevole, quando la notte diventa «polare di fredde tenebre e di stenti», come è divenuta per Max Weber e i suoi studenti. Rileggendo La scienza come professione e La politica come professione, Ivano Dionigi instaura un parallelo tra le macerie del 1918 e le macerie del nostro presente: Weber consiglia ad ognuno dei suoi sperduti e disorientati studenti di trovare e seguire «il demone che tiene i fili della sua vita»; Dionigi, contro le insicurezze e il senso di inadeguatezza condivisi alla sua scrivania dai suoi studenti, rivolge loro il consiglio di Rilke «Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé» (Lettere a un giovane poeta). La lezione delfica si presenta sempre come la più attuale e risolutiva: «conosci te stesso».

 

Conosci te stesso

Il professore continua il viaggio nell’interiorità, perché «una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall’uomo» (Apologia di Socrate 38 a). La ricerca socratica aveva lo scopo della consapevolezza dell’ignoranza, condizione inaccettabile per l’uomo contemporaneo, che ha l’arroganza di poter raggiungere tutto lo scibile ed oltre tramite un click. Quando i classici si interrogano, Cicerone coglie «l’elemento divino che è in noi» (Le discussioni di Tuscolo 1, 52) e Seneca «il limite e la precarietà della vita», «un vaso che va in pezzi a ogni scossa e a ogni urto» (La consolazione a Marcia 11, 3). Quando il cristianesimo rende fondamentale il dialogo tra Dio e l’uomo, Agostino decostruisce l’io classico, che diventa «diviso». Agostino rivolge lo sguardo al suo interno e scopre l’uomo: «mi rivolsi a me stesso e mi chiesi “Tu chi sei?” Risposi “Un uomo”» (Confessioni 10, 6, 9). Questo io è scoperto da Dio ed è il mezzo attraverso cui l’uomo e Dio si conoscono, dialogano, perché «il cristianesimo apre alla speranza nella dimensione di Dio». Attraverso la scoperta della risorsa della memoria, «misteriosa e immensa, […] eppure destinata alla fine», Agostino risponde alla sua domanda iniziale Chi sei tu?: «l’uomo è un essere che vive e che deve morire» (Confessioni 10, 17, 26). La ricerca interiore accompagna e affatica il passo del pensiero occidentale, di Montaigne, di Pascal, di Nietzsche, di France, di Mandel’štam, tanto da indurre l’uomo adulto ad interromperla per accasarsi nella dimensione della conoscenza, ovattata e rassicurante, delle cose note. Contro questo atteggiamento conservatore ed egoista dei padri si scagliano le domande nuove e accusatorie del «giovane Samuel, che echeggia quella di tanti suoi coetanei esclusi dall’ascolto, dallo studio, dal lavoro»: «Perché parlate sempre voi e per voi? Perché dimenticate il nostro punto di vista? Perché non ci guardate all’altezza degli occhi? Perché vi rivolgete a noi sempre con “dovete, dovete, dovete”?».

 

Non eccedere

Il professore spiega il quarto precetto ciceroniano: «la misura, il limite, la temperanza, l’equilibrio interiore, la lontananza dagli estremi e dagli eccessi come esercizio, ricerca e scelta dell’uomo dotato di scienza». In politica l’ordine del mondo è garantito dalla giustizia, alla cui base c’è, irrinunciabile, il concetto di uguaglianza, intesa come «uguaglianza dei diritti e dei doveri»: l’isonomia. Questo è il modello politico migliore, contrapposto al governo di uno solo e al governo di pochi. L’isonomia non solo è alla base dell’equilibrio politico, ma anche di quello del cosmo e della salute del corpo: le forze, i principi, gli elementi, le potenze devono essere in reciproco equilibrio e la loro concordia esclude la supremazia di uno sugli altri. Lo squilibrio degli elementi costitutivi ed opposti provoca la dissoluzione del corpo tanto in politica, quanto in fisica e in medicina. Nel mondo romano l’equilibrio trova riconoscibilità eterna grazie alla poesia di Orazio, che associa alla misura il concetto di «limite» e di «cosa giusta»: «Tutto ha una misura; vi sono infine limiti ben definiti / di qua e di là dai quali il giusto non può esistere» (Satire, 1, 1, 106 sg.). Ed è interessante notare che a Roma le maggiori scuole di pensiero si trovano concordi sul concetto del giusto mezzo. Se la misura è giusta grazie alla presenza di un limite o, all’inverso, in un rapporto di reciprocità continua, il limite è conseguenza della giusta misura, infrangerlo è sacrilego. Sacrileghi sono stati Giàsone ed Ulisse, perché i limiti non devono essere subiti come limitazioni all’intelletto umano, ma come patti, una difesa di colonne e di mura, perimetro di un mondo finito, dentro cui l’intelletto deve agire alla sua massima espressione. Ma i classici sono ribelli. Il professore mostra ai suoi giovani il ribelle che ha cercato di scardinare il sistema dall’interno: Lucrezio, «a Roma una sorta di errore anagrafico», «il poeta della ragione», che tenta di liberare l’uomo dalle catene della religione e della tradizione, rivoluzionando anche quella stessa lingua che lo tiene legato. Non c’è un limite, il mondo non è finito, chiuso ed unico: «Lucrezio sarà il primo a introdurre con frequenza martellante la parola infinitum. Infiniti, incalcolabili sono il tempo, lo spazio e l’universo, la materia, gli atomi, ovvero gli elementi primordiali che compongono l’universo. Infiniti gli stessi universi». Quando si decide di andare oltre, di rompere i limiti, sorge una responsabilità: dov’è il nuovo? Il novum sono le nuove domande che le ineluttabili rivoluzioni sociali e tecnologiche portano con sé. Se le rivoluzioni si risolvono nell’alzare il vento che sferza il volto e non il vento che incoraggia alle spalle, i nascituri si ridurranno a soli spettatori di queste cose nuove. Provocati a scegliere tra i due, il professore è rimasto deluso dalla scelta dei suoi giovani di eleggere a propria guida il sicuro e conservatore Seneca, e non l’imprevedibile e rivoluzionario Lucrezio. È una scelta indicativa del loro sentirsi ospiti e non padroni del mondo.

 

Conosci la natura

«Ma la saggezza degli antichi […] non sta all’opposto della logica dei nostri giorni che, più che alla lezione della storia, si affidano alle soluzioni della tecnica?» e «l’invito a contenere la ragione e non a trasgredire non suona come un’umiliazione della natura stessa dell’uomo?». Il professore prevede i dubbi del lettore contemporaneo perché sa che il lettore è vittima di «un duplice pregiudizio a lungo coltivato: l’assenza – se non addirittura la negazione – dell’interesse per la scienza da parte dell’antichità classica e la contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica». Cicerone, in quelle pagine dei Confini del bene e del male, aggiunge così un quinto precetto dopo i quattro (3, 73): «Nessuno può rendersi conto del valore di quei precetti – che pure è grandissimo – senza conoscere la scienza della natura». La natura è la prima indagine della filosofia, quella dei presocratici che «cercavano l’origine e l’essenza delle cose» in un «essere pieno e integro non prodotto dall’uomo e quindi non intaccato dalla tecnica». Nel V secolo a.C. il pensiero svolta e il tragediografo Antifonte scrive: «Grazie alla tecnica risultiamo vincitori là dove la natura sarebbe più forte di noi» (I frammenti dei tragici greci fr. 4 Snell). Nel IV secolo Aristotele lo riporta e nei Problemi meccanici afferma: «Quando dunque è necessario realizzare qualcosa che vada oltre i limiti posti dalla natura, la difficoltà crea imbarazzo ed è necessario fare ricorso ad una tecnica» (847 a). Gli Stoici, al contrario, fanno coincidere la natura con la «provvidenza, ovvero ragione universale che governa il tutto, principio divino cosmico», in conformità del quale l’uomo deve vivere con un atteggiamento «nel segno della sottomissione e della rinuncia». Quale contraddizione sarà per Nietzsche la pretesa degli Stoici pretendono che sia la natura ad essere «conforme alla Stoa» (Al di là del bene e del male). Per Nietzsche la natura è matrigna, come per Lucrezio: «la nostra terra, costellata di fenomeni avversi, è inospitale» (6, 387 sgg.). Leggendo forse da Lucrezio, lo stesso Leopardi, nel Dialogo della Natura e di un Islandese, rappresenta una Natura disinteressata alle sorti dell’uomo: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa tua?» . La natura va indagata e studiata: «“Cos’è il bene?” – “La conoscenza”: “E il male?” – “L’ignoranza”» (Seneca, Lettera 31, 6). L’uomo contemporaneo è affascinato dal mito Prometeo, lo elegge a suo idolo, perché da lui ha ricevuto la tecnica, per mezzo della quale è convinto di governare e piegare la natura. L’uomo deve, però, fare attenzione, perché senza la guida del pensiero politico diventerà egli stesso macchina. È necessario che il civis guidi il faber: «Le lezione dei classici è chiara: la tecnica non salva, invoca la necessità della politica». «Accanto a Prometeo sovrano io prevedo Socrate necessario, simbolo del pensiero umanistico, in una sorta di coabitazione» aveva detto il professore dal palco del Festival della Filosofia pochi mesi fa. Si tratta di una condivisione dell’uomo benefica, poiché «è il pensiero umanistico, è la filosofia, intesa come cura del pensiero dell’uomo e sull’uomo, la struttura dura, l’hardware che fa girare i programmi dei saperi specifici. Tutto il resto è software».

 

Ivano Dionigi ci dice che i classici sono «fuori posto», scomodi, perché terminata la lettura, tra l’uomo e il suo presente si crea un dissenso. Prima della lettura dei classici l’uomo primeggia nell’ars respondendi, sentiero in discesa, dopo la lettura dei classici l’uomo fatica a superare l’ars interrogandi, sentiero in salita: quale macchina interroga i tempi e quale social network indaga i perché della causa? È necessario il pensiero lungo, «la filosofia, richiamata dal cielo, quella che entra nelle case, negli ospedali, nelle fabbriche». Tra tutti gli uomini coloro che meritano maggiore attenzione oggi sono i giovani. Quelli di Ivano Dionigi ai suoi giovani, che non dovranno commettere gli errori dei padri, non sono insegnamenti paternalistici e regali concessioni, piccole briciole che cadono dal banchetto dei sapienti. Sono, come li avrebbe definiti Mandel’štam, gli «scarponi chiodati», forniti da chi vuole che colui, che gli camminerà davanti, avanzi a schiena dritta, libero dalle catene del presente, seguendo il suo demone in cerca delle risposte alle domande ultime: gigante sulle spalle di giganti.

Scritto da
Matteo Panari

Laureato in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica all’Università di Bologna. Insegna discipline letterarie presso le scuole superiori di Reggio Emilia, è membro di una Giunta comunale con deleghe ai servizi educativi.

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