Serve un progetto per l’Europa

Europa

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Italia ed Europa

La transizione verso “l’indipendenza” è lo scoglio cruciale. Questa porterebbe ad una situazione nella quale le aspettative di un possibile (ma forse certo) default e di futura inflazione porterebbero i tassi interesse a livello proibitivi, con un crollo del mercato finanziario interno, che porterebbe con sé un crollo generalizzato del sistema bancario, un blocco del credito, perdite di ricchezza estesa alle famiglie e imprese. E, a catena, fallimenti di imprese. Personalmente ho calcolato che, con valori prudenziali, un’obbligazione decennale quotata a 100 potrebbe portarsi a 50. Le banche italiane possiedono il 30% del nostro debito pubblico e i loro attivi sono 4 volte il nostro PIL. Non c’è ingegneria possibile che possa salvarci, perché – se la banca centrale, tornata indipendente, provasse a sostenere i corsi – chi può farlo uscirebbe dai possessi obbligazionari prima che sia troppo tardi, e la banca centrale dovrebbe monetizzare l’intero debito pubblico, quel debito che forma il terzo mercato obbligazionario del mondo per dimensione. Non voglio fermarmi sull’intera sequenza, ma devo dire che chi auspica l’uscita dall’euro ha l’obbligo di dare una sequenza completa alternativa di eventi, non di elencarci i mali di come è stata concepita la valuta comune, ai quali posso aggiungere senza esitazione +1. Può darsi pure che ci convinca, ma deve passare da questo esercizio. Più che riconquistare leve di azione, è molto probabile che – in condizioni di blocco della domanda e caduta verticale delle entrate mentre incombono interventi per tamponare il crollo finanziario, assicurare i depositi e le spese per interessi e per il debito rimasto in euro –  lo Stato si ritroverebbe svuotato nelle sue capacità finanziarie. Difficilmente potrebbe gestire politiche di alcun che (e, temo, sarebbe tanto se fosse in grado di pagare le pensioni, pur se svalutate dall’inflazione). Ma vi è di più: il contagio internazionale verso altri paesi e l’intero comparto finanziario, le perdite provocate altrove, la paralisi che sorge quando nessun operatore si fida più di nessun altro e avviene una fuga gigantesca di capitali mondiali in cerca di rifugi sicuri (che metterebbe in crisi i paesi emergenti e quelli più deboli) sono passibili di provocare qualcosa di più profondo del disastro della Lehman. La disponibilità del cambio servirebbe a poco in una profonda depressione mondiale per la quale gli strumenti di intervento di paesi più solidi sono molto più ridotti di quelli esistenti nel 2008.

L’evento della rottura dell’euro è dolorosissimo. Non escludo possa avvenire da solo, ma mi chiedo perché invocarlo o farne un orizzonte programmatico. Forse, dopo una generazione, il paese si riprenderebbe, ma nel frattempo dovrebbe fronteggiare una disoccupazione di massa e sarebbe ancora più condizionato nella gestione della politica economica da una crisi fiscale e da un cordone sanitario della finanza che – se quel paese fosse il responsabile del disastro – nel frattempo gli si stringerebbe attorno.

Non è tempo di piccole patrie (soprattutto per la sinistra non è tempo di piccole patrie). Essa deve essere artefice di un progetto di rilancio, produttivo, sociale, occupazionale dell’Unione. E quindi, il banco di prova di ciascun partito democratico o socialista è quello di sollecitare il suo campo a un progetto comune che comporti un’uscita da una situazione di crisi endemica.

Non credo che il decentramento degli obbiettivi che l’Europa affida ai singoli Stati e realizza tramite essi sia la soluzione. È una soluzione subottimale rispetto a come quegli obbiettivi potrebbero essere raggiunti se trasferiti a un livello di responsabilità centrale. Il circolo è oggi vizioso, perché governare a furia di divieti (deficit, aiuti di stato, emissioni e quant’altro) ha effetto immediato, mentre governare per progetti è un processo complicatissimo e lento. Ma i divieti non funzionano se applicati indistintamente a un complesso differenziato di paesi. Sorge allora la necessità di trovare delle flessibilità con contrattazione continua, ma, nel momento in cui le flessibilità vengono concesse, occorre anche mettere altre regole per garantire che le flessibilità siano sotto controllo, per cui oggi il Patto di Stabilità (e Crescita) è incomprensibile, con regole automatiche legate perfino a interpretazioni econometriche (il deficit strutturale), e altre di apertura a interpretazioni meno vincolanti. Tutto questo va superato, facendo ritornare in campo la politica e l’azione discrezionale. Un bilancio europeo significativo, per esempio, che rendesse l’Unione Europea responsabile dei livelli di attività economica, eviterebbe di dover ricorrere a questi contorcimenti. Dovrebbe essere un bilancio, in aggiunta che possa andare in deficit emettendo debito europeo. Nulla vieterebbe di stabilire un tetto di debito, ma rendendo questo flessibile man mano che, in modo concordato e programmato per quote, i singoli paesi riducano il proprio debito sovrano.

Mentre accorre metter mano alla governance e al disegno istituzionale per impedire che le politiche soggiacciano alle regole automatiche occorre anche metter mano alla costituzione per impedire che la governance effettiva sia quella tracciata dalla Corte di Giustizia Europea. Questa oggi è al centro di un meccanismo efficientissimo di convergenza, per quanto perverso. In nome della costituzionalizzazione della libertà dei movimenti di persone, imprese, merci e capitali (che non esiste in nessuna singola costituzione europea) essa rende “giustizia” a quanti reclamano di essere danneggiati in questo loro diritto di libertà. Le sentenze hanno immediato valore in tutto il territorio e fanno premio sulle leggi nazionali. E, in tal modo, diventano veicolo potente di diffusione di un criterio di liberalizzazione che priva i singoli statti di leve di controllo e porta a una sbilanciamento tra ragioni del mercato e ragioni della politica. Non sarà facile correggere, ma questo è un fronte che la sinistra deve aprire, anche se di orizzonte non immediato, reclamando una nuova ridefinizione dei principi costituzionali nella quale il principio della libertà di movimento sia espunto dal rango costituzionale, come lo è in tutte le singole costituzioni. Un esempio: quando la Corte sentenziò che andasse rigettata, in nome della libertà di stabilimento, la pretesa dell’amministrazione fiscale della Gran Bretagna di far pagare il differenziale di imposte a una sua impresa che aveva trasferito due filiali in Irlanda per ragioni fiscali si aprì l’era della competizione fiscale selvaggia. La libertà di stabilimento è da allora il principio chiave che legittima tale competizione.

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Professore di Economia Internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Formatosi a Cambridge è tra i fondatori della “Scuola di Modena”. È stato anche parlamentare nella XIII Legislatura (1996-2001) e Presidente della Commissione Bicamerale su fisco e, successivamente, come autore del “Libro Bianco” redatto dalla Commissione che porta il suo nome (2007) ha contribuito all’attuale legislazione fiscale sulle imprese e sulla finanza. Suoi libri recenti sono "Regole, Stato, Uguaglianza", "Per una sinistra pensante" e "Ripensando il capitalismo".

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