Serve un progetto per l’Europa

Europa

Pagina 3 – Torna all’inizio

Il ritorno in campo della politica: un progetto per l’Europa

I problemi globali impongono alla sinistra di pensare in termini di soluzioni globali e di un ritorno in campo della politica. Essa deve immaginare un progetto per l’Europa, che finora non è stata in grado di mettere in campo. Un progetto europeo, che includa la capacità di affrontare il problema dell’emergenza (per mettere in sicurezza l’euro) e, allo stesso tempo, indichi i passi e le impostazioni per una svolta a U nella conduzione dell’economia. Nel primo ambito vi è, innanzi tutto, il tema di una qualche mutualizzazione del debito, soft o hard che sia (i piani abbondano), della creazione di un centro di spesa (già citato) che consenta una politica fiscale in parallelo a quella monetaria, la trasformazione della BCE de iure (oltre che de facto) come prestatore di ultima istanza. Va completata, poi, la regolazione finanziaria, a partire dall’europeizzazione dell’assicurazione dei depositi e dalla correzione del bail in prevedendo anche nazionalizzazioni di tipo europeo.

Al secondo ambito – delle politiche – al primo posto per la sinistra vi è una battaglia culturale per riprendere in mano l’obiettivo della piena occupazione. Questa non è il risultato della flessibilizzazione dei mercati del lavoro, ma della gestione della domanda che tenga sotto pressione la capacità produttiva, ne induca l’allargamento e cambi le aspettative. Sono, appunto, le aspettative l’elemento cruciale per una ripresa su larga scala degli investimenti. Ma queste, per scommettere sulla crescita, hanno bisogno prima di tutto di una fiducia nell’assetto istituzionale e di una percezione a livello imprenditoriale che la politica economica è guidata dalla stella polare di mantenere dinamica la domanda e la produzione. In Europa entrambi questi elementi mancano, mentre negli Usa è valsa sempre la convenzione – chiunque abbia governato, repubblicani o democratici – che la disoccupazione non dovesse cadere sotto certi limiti e che dalla depressione occorresse sempre uscire tempestivamente; il Washington consensus è valso soprattutto in Europa più che a Washington. Mi chiedo se l’Europa non dovrebbe replicare, a livello di conduzione macroeconomica, il mix di politiche fiscali espansive e monetarie restrittive, che a Reagan e successori ha funzionato per 10 anni, nel senso che le politiche espansive creano un deficit per l’area nel suo complesso e contribuiscono alla domanda mondiale  (bisogna pretendere che in primis la Germania riequilibri i suoi conti correnti) e quelle monetarie ne creano il finanziamento, rendendo il tutto sostenibile per un certo numero di anni. Il vantaggio dell’euro come valuta internazionale potrebbe esser questo, C’è un problema di riequilibrio mondiale in parallelo. Chi gestisce i deficit di bilancio esterno nel mondo se tutti mirano al surplus? Sempre gli Stati Uniti con conseguenze che alla lunga creano instabilità?

Un capitolo importante, oltre quello dell’occupazione, è anche la riconquista della sovranità fiscale. Non è accettabile, come già accennato, la corsa al ribasso, nella regolazione e nella incidenza fiscale. Occorre por fine a una concorrenza che porta i paesi a strapparsi l’un l’altro le basi imponibili e attrarre le sedi delle multinazionali, fatta a suon di detassazioni e di concessioni a queste ultime di varie prerogative, non ultimo di far transitare i profitti nei paradisi fiscali. Por fine a questo richiede una tassazione effettivamente europea con basi imponibili consolidate delle multinazionali, dalle quali ciascun paese prenda la sua parte di tassazione secondo indici di effettiva presenza nel suo territorio riflessa da quote di occupazione, capitale fisico e vendite (la così detta Common Consolidated Tax Base).

Da ultimo, ma non ultimo, vi è il capitolo delle politiche sociali. La sinistra deve pretendere che sia obbiettivo prioritario quello di rendere la vita dignitosa per tutti i suoi cittadini, Ci vuole innanzi tutto un diritto del lavoro europeo su cui bisogna lavorare per ridare forza ai sindacati. E poi un minimo salariale, che ovviamente non può non essere differenziato per paesi (ad esempio il 60% del salario medio). E, ancora, l’istituzione di un reddito minimo, anch’esso differenziato, e da discutere politicamente. Ci vuole un impegno per il sostegno scolastico nei territori di disagio.

Non entro, per ragioni di spazio nelle politiche industriali e per l’ambiente europee e anche in quelle di regolazione finanziaria, finalizzata quest’ultima ad assicurare, oltre la stabilità, che la raccolta degli intermediari vada a sostenere gli investimenti e l’innovazione.

Tutto ciò, – qualcuno si potrà chiedere – che realismo ha? Quanto è pensabile che l’ Europa si riformi? Ritengo che qualcosa sia in movimento sotto la spinta degli eventi e dell’evidenza, se non altro del montare di un sentimento contrario all’Europa. Faccio una contro domanda: quanto è realistico che l’Unione Europea programmaticamente si sciolga o che l’Italia possa pensare di tornare da sola? Temo che questa prospettiva non lo sia affatto. E, per quanto il quadro di azioni e indirizzi su cui mi sono soffermato abbia poca possibilità di far breccia nell’immediato, è bene che un progetto europeo sia in campo, elaborato nei singoli dettagli e nell’ispirazione. Ed è bene che traduca principi che sono gli stessi che una forza politica (di sinistra) adotta a livello nazionale. Finora non è stato così. Quel progetto non si è visto e, soprattutto, non ha avuto le forze politiche e una spinta di massa che lo avessero sostenuto e fatto marciare con determinazione e lucidità. E’ una battaglia da intraprendere e le idee ne devono essere parte integrante. Quant’era realistica la posizione di chi sognava un completo dominio del mercato 30 o 40 anni fa? In più, non esiste solo il “tutto o niente”, perché tanti obbiettivi intermedi e tappe di avvicinamento possono essere raggiunti. Non dobbiamo pensare, poi, che sia così semplice disincagliare le nazioni europee, pur facendo finta di trascurare tutto ciò che può succedere dal dissolvimento. Un lavoro di tessitura sotterraneo le ha rese molto interconnesse, pensiamo alle reti, alla politica e disposizioni ambientali, alla politica agricola e alle politiche alimentari, a quelle delle piattaforme informatiche, all’energia, agli oleodotti e gasdotti. Smontare tutto questo e demandare i singoli obiettivi a livello nazionale, vuol dire condannarli a perseguimenti inefficienti. E non è così semplice farlo, basti pensare quanto sia complicata l’uscita di un singolo Stato, la Gran Bretagna.

C’è una Europa da ricostruire e lo si deve fare con una visione di lungo periodo, organica, dentro una battaglia politica che non è persa in partenza. La sinistra deve capire che le sue sorti sono legate a filo doppio con quelle dell’Europa. Se l’Europa deperisce, anche la sinistra si dissolve.

Torna all’inizio


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Professore di Economia Internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Formatosi a Cambridge è tra i fondatori della “Scuola di Modena”. È stato anche parlamentare nella XIII Legislatura (1996-2001) e Presidente della Commissione Bicamerale su fisco e, successivamente, come autore del “Libro Bianco” redatto dalla Commissione che porta il suo nome (2007) ha contribuito all’attuale legislazione fiscale sulle imprese e sulla finanza. Suoi libri recenti sono "Regole, Stato, Uguaglianza", "Per una sinistra pensante" e "Ripensando il capitalismo".

One Comment on “Serve un progetto per l’Europa

  1. Pingback: Futuro dell’Europa. Dossier |