“Sessantotto. Due generazioni” di Francesca Socrate
- 30 Marzo 2020

“Sessantotto. Due generazioni” di Francesca Socrate

Recensione a: Francesca Socrate, Sessantotto. Due generazioni, Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 288, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Andreas Iacarella

6 minuti di lettura

A distanza di ormai più di cinquant’anni dal 1968, la storiografia ha prodotto una mole notevolissima di analisi e approfondimenti, rispetto ai quali sembrava difficile poter proporre elementi nuovi. Eppure, il testo di Francesca Socrate, Sessantotto. Due generazioni, si pone in una posizione fortemente innovativa, sia dal punto di vista della metodologia adottata, che per le tesi proposte. Il saggio è frutto di numerosi anni di ricerca, durante i quali l’autrice si è dedicata con enorme impegno alla raccolta di testimonianze orali dei protagonisti dell’epoca[1]. Analizzando in modo complessivo il Sessantotto italiano, gli eventi topici di quel periodo sono richiamati nel testo solo dalla viva voce dei protagonisti: ciò che è fatto oggetto privilegiato di indagine è, dunque, la narrazione autobiografica che su quel movimento è stata sviluppata dai suoi partecipanti.

In effetti il Sessantotto è stato da sempre oggetto di applicazione della storia orale, perché caratterizzato da un «protagonismo collettivo» che offre un «terreno privilegiato per l’analisi della dialettica tra storia e storie»[2], tra eventi di grande portata e vissuto dei singoli[3]. Rispetto agli studi precedenti, quello di Socrate introduce novità anche dal punto di vista metodologico. Per leggere all’interno della memoria autobiografica dei protagonisti intervistati, la storica ricorre ai metodi della linguistica computazionale e testuale. Sottopone dunque le parole (moltissime, più di 37.000, per più di 840.000 occorrenze) delle interviste all’analisi di un software che permette di esaminare il tipo di lessico adottato, l’uso dei tempi verbali, la frequenza dei vocaboli, dando in questo modo la possibilità di gettare una luce nuova sulle strategie narrative adottate dai protagonisti e rivelando attraverso le scelte grammaticali e sintattiche un significato della narrazione.

Come recita in modo chiaro il sottotitolo, lo snodo di partenza del testo è l’aver distinto, all’interno di quella che è divenuta nota come “generazione del ‘68”, due distinte generazioni sociali con differenti caratteri e retroterra. Prima di tutto la differenza è anagrafica: la prima è la generazione dei nati negli anni 1938-1945, la seconda quella del periodo 1946-1951. Questa piccola distanza temporale porta però a diversità profonde fra «i colti e politicizzati fratelli maggiori e i più ingenui e inconsapevoli fratelli minori, fra chi scriveva i documenti (…) e prevaleva nelle assemblee generali, e chi si muoveva imponendo il suo effimero potere studentesco, fra chi aveva portato nel movimento le eresie coraggiose degli anni ’60 e con esse però anche un modo tradizionale di pensare la politica, e chi invece cercava una politica che non fosse più una “ragione superiore e separata dai bisogni degli individui”» (p.178). Nella seconda generazione, sostiene Socrate, emerge già con più nettezza una scarsa introiezione dell’habitus sociale borghese e una più aperta adesione alle nuove culture giovanili, come una diminuita partecipazione alle strutture classiche dell’azione politica[4]. Negli scontri di piazza che emergeranno nel corso degli anni Sessanta, soprattutto a partire dal ’67 con le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, si paleserà la presenza di questa “seconda generazione”, caratterizzata da nuove forme di socialità, nomadismo politico e una “mitologia della guerriglia” che rompevano con la morale politica dei fratelli maggiori (p.38).

Attraverso l’analisi delle numerose interviste raccolte dall’autrice, emergono così due narrazioni nettamente distinte: quella della prima generazione, che privilegia la terza persona e l’uso dell’indicativo presente e del passato prossimo; quella della seconda, prevalentemente in prima persona, che adotta come tempo verbale anche l’imperfetto. Evidentemente l’autobiografia della prima generazione vuole assumere una distanza, che è rivelatrice di un ruolo del quale queste persone, tra le quali figurano diversi intellettuali, sentono come proprio, ovvero quello degli interpreti, dei commentatori attenti. L’imperfetto adottato dalla seconda generazione, nota Socrate, serve invece alla costruzione di uno «sfondo identitario su cui si muove la loro esperienza nel movimento», racconta di usi e abitudini, ripetuti e costanti, che connotano dal punto di vista emotivo e culturale. Una prima persona, la loro, caratterizzata dal ripetersi di espressioni come «non capivo» e «mi piaceva», sintomatiche di un racconto che traccia un’adesione spontanea al movimento, scarsamente mediata da una solida cultura politica. Come racconta un protagonista: «Io ero lì, ero sempre lì, ero fisso lì. Ma non ci capivo niente! Cioè la cosa impressionante che io queste cose all’inizio era tutta una cosa emotiva, capito?» (p.67). Anche le letture di questa seconda generazione rivelano come nella formazione culturale più che la teoria politica fosse prioritaria la letteratura (pp.62-65).

Quello ricostruito da Socrate è dunque un Sessantotto italiano quasi sconosciuto, non articolato nei soliti eventi noti, nei ritratti in bianco e nero pacificati e schiacciati «sull’autorappresentazione e sulla rappresentazione di allora» (p.XI). Come scrive giustamente l’autrice, uno «sguardo capace di trovare la giusta distanza e di storicizzare il ’68 è forse quello rivolto al terreno concreto della sua materia antropologica, delle persone che lo hanno “fatto”» (p.XIV). Questa è certamente una delle proposte storiografiche di maggiore rilievo del libro, che va a problematizzare una lunga tradizione di studi che ha tentato di leggere i movimenti, in particolare giovanili, con gli stessi strumenti della storia politica. Mentre il carattere fondante dell’evento “movimento” non può essere rintracciato, questo emerge dalla ricostruzione di Socrate, sul terreno delle idee, degli spunti teorici. Indubbiamente il Sessantotto era portatore di un certo discorso politico: il rifiuto dell’idea di rappresentanza, il rifiuto della delega, l’attacco al principio di autorità (p.166). Ma sviluppare l’analisi a partire dall’individuazione di questi snodi rischia di mettere in ombra quella che è la dimensione esistenziale, di vissuto, che caratterizza in modo specifico esperienze di questo tipo.

Particolarmente interessante in quest’ottica lo spazio dedicato dall’autrice a ricostruire la partecipazione femminile al Sessantotto. In quell’anno c’è una vera esplosione della presenza di giovani donne nelle piazze e nelle occupazioni, sebbene queste raramente abbiano rivestito posizioni di leader. Ma l’ingresso nel movimento ha la «qualità di una scelta di vita», che precede l’affermazione in Italia del femminismo della seconda ondata, che sarà immediatamente successiva, e comincia a far emergere questioni fondamentali: una nuova libertà sociale e relazionale, la ribellione ai divieti familiari, la possibilità di esprimere una soggettività che nelle famiglie di estrazione borghese, soprattutto per le donne, era stata fino a quel momento fortemente limitata. Come ricorda una protagonista dell’epoca, sui muri della Normale campeggiava una scritta: «Voglio essere orfano» (p.113). È in questi vissuti, spesso anche dolorosi, di separazione da figure genitoriali che non si dimostravano capaci di accettare questa nuova libertà delle giovani figlie, che i principi teorici del Sessantotto si rivestono di un vissuto che gli dà profondità e spessore. Queste esperienze di donne, che precedono anche l’adesione alle pratiche di autocoscienza che esploderanno a ridosso del ’68, incarnano perfettamente il senso di quanto Adrienne Rich ha inteso scrivendo che «le donne hanno sempre compreso la lotta contro la libera e fluttuante astrazione anche quando erano intimidite dalle idee astratte» (Cit. p.94).

Questo saggio di Socrate è dunque prezioso anche perché rivela l’importanza di indagare, nell’approcciare i movimenti giovanili, la dimensione dei rapporti. In effetti, questo è un carattere comune a praticamente tutti i movimenti giovanili del Novecento, dai capelloni[5], al ’68, al ’77[6], per arrivare ai punk[7] e ai raver[8]. Quello che i giovani cercano nell’adesione a questi fenomeni è in gran parte la «possibilità di costruire rapporti alternativi» (p.172). Un testimone racconta: «Dentro l’università. Era diventato casa nostra e si facevano i turni. (…) Si faceva politica, si parlava del movimento (…) e poi… e poi si mangiava, si beveva, si faceva l’amore regolarmente come tutte le persone libere fanno sulla faccia della terra. Ci siamo riappropriati della nostra vita» (p.172). Proprio su questo aspetto, nota Socrate, il movimento non riuscì a portare a compimento il passaggio definitivo: «poter esprimere ciascuno il proprio vissuto contro le generalizzazioni con cui la politica aveva fino ad allora tenuto alla larga la dimensione della soggettività, poter essere nella storia con la propria storia» (p.157).

Nella memoria dei testimoni, il fallimento del Sessantotto è spesso addossato a quelle figure di leader che «non erano interessati alle persone» (p.152) e che portarono al riemerge della politica nelle sue vecchie vesti. Questa costruzione manichea, che separa un prima festoso e felice, da un dopo caratterizzato da perdita e regressione, rischia però di rinnovare una visione stereotipizzata e non contraddittoria del Sessantotto. Con profonda intelligenza, l’autrice invita invece a considerare come «le parole d’ordine e le istanze più innovative abbiano seguito un percorso accidentato, contraddetto da logiche politiche di tipo tradizionale e da tentativi più o meno riusciti di egemonia da parte di gruppi politici preesistenti» (p.178). La vittoria di una certa rappresentazione culturale rivela implicitamente il risultato dell’incontro tra le due generazioni: «nell’intreccio fra le due esperienze, quando vuole restituire (…) l’essenza del ’68, la memoria trasceglie infatti quella che più si avvicina alle attese e al vissuto della seconda generazione» (pp.178-179).

Il testo di Socrate è dunque rilevante per una molteplicità di aspetti. Con gli strumenti della storia orale e della linguistica, sembra realizzare pienamente quello che dovrebbe essere il fine di ogni indagine storiografica: restituire al passato il proprio presente. L’autrice conduce alla riscoperta di un «mondo che abbiamo perduto»: oltre gli stereotipi, la memoria possessiva dei protagonisti, la narrazione culturale dominante, viene restituito un Sessantotto a tratti contraddittorio, certamente irrisolto, ma indiscutibilmente vissuto.


[1] I primi frutti di questa ricerca sono apparsi in: F. Socrate, “Classici e romantici. Le generazioni del ’68 nel racconto di sé: un’analisi linguistica”, in P. Capuzzo et alii (a cura di), Pensare la contemporaneità. Studi di storia per Mariuccia Salvati, Viella, Roma 2011; Ead., “Maschile e femminile: memorie del ‘68”, in F. Bartolini, B. Bonomo, F. Socrate (a cura di), Lo spazio della storia. Studi per Vittorio Vidotto, Laterza, Roma-Bari 2013.

[2] B. Bonomo, Voci della memoria. L’uso delle fonti orali nella storia, Carocci, Roma 2013, p.134

[3] Si vedano gli ormai classici: R. Fraser, D. Bertaux, B. Eynon, 1968. A student generation in revolt. An international oral history, Pantheon, New York 1988; L. Passerini (1988), Autoritratto di gruppo, Giunti, Firenze 2008.

[4] Questo è reso evidente dal notevole calo, ricostruito da Socrate con molta attenzione, del numero degli iscritti alle organizzazioni politiche giovanili.

[5] Si veda ad esempio: S. Mayer (a cura di), Lettere dei capelloni italiani, Longanesi, Milano 1968.

[6] Si veda, per le testimonianze: Care compagne, cari compagni. Lettere a Lotta Continua, Edizioni Cooperativa giornalisti Lotta Continua, Roma 1978. Per il periodo leggermente precedente si veda anche: Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei Circoli Proletari Giovanili di Milano, Squilibri, Milano 1977.

[7] Per un’analisi accurata del fenomeno punk, vedi: B. De Sario, Resistenze innaturali. Attivismo radicale nell’Italia degli anni ’80, Agenzia X, Milano 2009.

[8] Una narrazione significativa in questo senso emerge in: V. Santoni, Muro di casse, Laterza, Roma-Bari 2015.

Scritto da
Andreas Iacarella

Laureato in Scienze storiche presso la Sapienza di Roma con una tesi di antropologia delle scritture personali, i suoi attuali interessi di ricerca investono soprattutto la storia della psichiatria nel secondo Ottocento italiano. Si è inoltre occupato di storia dei movimenti giovanili nell’Italia degli anni ’70, dando alle stampe la monografia “Indiani metropolitani. Politica, cultura e rivoluzione nel ’77” (Red Star Press 2018).

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