Note su “Sessualità e nazionalismo” di George L. Mosse
- 21 Dicembre 2018

Note su “Sessualità e nazionalismo” di George L. Mosse

Scritto da Carlotta Centonze

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Rispettabilità, estetica e bellezza

Partendo dalla sua esperienza personale, di ebreo e omosessuale, Mosse sviluppa una ricerca storico-antropologica volta a ricostruire una sorta di “controstoria”: quella di coloro che sono ai margini o al di fuori della società. Per farlo, egli focalizza l’attenzione sul legame tra nazionalismo e rispettabilità e sul ruolo che hanno avuto nel definire e controllare la sessualità.

La scelta della sessualità come aspetto particolare dell’insieme delle convenzioni sociali è dovuta sia al fatto che essa determina la nozione morale di rispettabilità, sia perché contribuisce a formare la sensibilità estetica. Si collegano, dunque, nella sfera delle norme sessuali, due punti focali della tesi di Sessualità e nazionalismo: rispettabilità ed estetica.

Inoltre, come chiarisce sin dall’introduzione del volume in questione, «le convenzioni sociali che accettiamo per vere, le abitudini, la morale e i comportamenti sessuali che regolano la vita in Europa fin dal sorgere della società moderna hanno una storia nella quale il nazionalismo ha svolto un ruolo cruciale». In questo senso, riprendendo il concetto foucaultiano di governamentalità, Mosse analizza i comportamenti privati e la sessualità (che con l’affermarsi della società di massa diventano sempre più l’oggetto della politica), come lo specchio di tali snodi storici, fondamentali per individuare le linee guida del processo di creazione delle norme sessuali della società contemporanea, da lui considerate un prodotto dello sviluppo storico e non leggi universali.

Nei primi quattro capitoli, Mosse affronta il tema della costruzione degli ideali di virilità, femminilità e amicizia, per poi analizzare negli ultimi tre la messa in atto dell’ideale, e la sua estrema concretizzazione nella guerra, nel razzismo e nel fascismo.

Lo studio di Mosse si concentra in particolare sul caso della Germania, dove il nazionalsocialismo porta all’estremo il tentativo di dirigere e controllare la sessualità, e sul caso dell’Inghilterra. Pur avendo in comune la matrice protestante e di conseguenza un patrimonio morale condiviso, Mosse chiarisce la distinzione tra l’Inghilterra unita e potente di inizio Ottocento e la Germania in lotta per l’unità, mettendo in luce il diverso grado di penetrazione del nazionalismo, che ebbe un ruolo di gran lunga maggiore in Germania.

Diversamente dalle nazioni cattoliche, dove è raro riscontrare un modello maschile sfumato di omoerotismo, e dove esiste una certa elasticità morale in riferimento alla sessualità (la Chiesa Cattolica, nonostante un irrigidimento contro gli attacchi alla famiglia e al matrimonio a partire dalla seconda metà del XIX, mantenne sempre un atteggiamento più tollerante), in Inghilterra e in Germania l’inflessibilità protestante aveva una lunga tradizione alle spalle quando pietismo ed evangelismo si manifestarono.

In questi due paesi, infatti, il trionfo delle classi medie e l’affermazione del pietismo in Germania[1] e dell’evangelicalismo in Inghilterra[2] hanno accelerato il consolidamento dell’ideale di rispettabilità, come controllo delle passioni, funzionale all’attività economica del ceto medio e in contrapposizione con l’indolenza delle classi inferiori da un lato e la dissolutezza dell’aristocrazia dall’altro.

Nel XIX secolo, l’ideale di rispettabilità, che risponde alla necessità di stabilità e ordine nella modernità industrializzata e caotica, si allea indissolubilmente all’ideale di nazione (divenuto secondo Mosse principio onnicomprensivo a partire dalla Rivoluzione Francese), che a sua volta fa sua la mentalità borghese, diffondendola in tutte le altre classi sociali.

Il controllo sulla sessualità operato da tali ideali si è concretizzato nella rigida separazione tra normale e anormale, che considera l’eccitazione sessuale di qualsiasi tipo indegna e asociale. Gli stereotipi nazionali, per i quali la virilità significa necessariamente libertà dalle passioni sessuali e sublimazione della sensualità nella guida della nazione, coincidono così perfettamente con quello della classe media.

Entrambi contribuiscono alla costruzione di un preciso modello estetico, che fa corrispondere l’ideale di virilità alla bellezza classica, come fu descritta nel 1774 da J.J. Winckelmann nella sua Storia dell’arte antica, simbolo della mascolinità, della nazione e della gioventù, che incarna la serenità d’animo e l’assenza di passione e sensualità.

Il ritorno all’ideale greco è incoraggiato e abbracciato dal nazionalismo, che intende in questo modo dare un carattere di eternità e immutabilità alla propria dottrina. Anche in riferimento al ruolo dell’estetica Mosse sottolinea una differenza sostanziale tra i due casi analizzati: in Inghilterra, infatti, l’aspetto estetico ebbe minore importanza, e solamente con la prima guerra mondiale la bellezza maschile entrò a far parte dello stereotipo nazionale inglese. Nel caso tedesco, esemplare in tal senso fu il cinema di Leni Riefenstahl, che esaltava tanto l’ordine delle masse durante i raduni nazisti quanto la bellezza eroica degli atleti e dei soldati tedeschi[3].

In contrapposizione a questo ideale virile, l’anormalità risulta evidente da un punto di vista estetico: gli “anormali” erano descritti come deformi, fiacchi, malaticci e tendenti all’esaurimento nervoso. La medicalizzazione di questi fenomeni e le teorie delle nuove discipline come la frenologia, la sessuologia, la fisiognomica confermano l’idea secondo la quale la deformità fisica caratterizza l’estraneo (omosessuale, ebreo, nero ecc.), facendo sì che la valutazione estetica del paziente si inserisca nel discorso scientifico, contribuendo a creare un confine netto tra comportamenti ritenuti normali e anormali, e rafforzando di conseguenza gli stereotipi sessuali.

La perversione sessuale, espressa in termini di masturbazione, omosessualità, lesbismo, rappresenta nell’opinione comune l’eccesso sessuale e la confusione dei sessi, e viene considerata tanto una minaccia per la divisione sessuale del lavoro alla base della vita economica borghese, dunque per la rispettabilità, quanto un fattore di potenziale degenerazione che mette inevitabilmente a rischio la sopravvivenza della nazione.

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[1] Mosse fa riferimento, parlando di pietismo e evangelicalismo, al risveglio protestante del XVIII sec., e al suo impatto sulla storia della rispettabilità (p. 4). Il pietismo è un movimento di riforma religiosa formatosi in seno al protestantesimo a partire dal XVII sec., che accentua gli elementi soggettivi, non razionali, dell’esperienza religiosa, l’impegno per una fede operante nella società, con una parallela polemica contro il dogmatismo teologico, le sistemazioni scolastiche, le istituzioni ecclesiastiche che cristallizzavano le confessioni riformate. http://www.treccani.it/pietismo/

[2] L’evangelicalismo, invece, è un complesso moto di rinnovamento che riguarda la vita religiosa inglese tra XVIII e XIX sec., articolandosi in diverse sette e gruppi che fanno capo al metodismo: rappresenta, nel suo insieme, l’esigenza di una religione interiore, che si esprima soprattutto nelle opere buone, necessarie per la salvezza, e in una scrupolosa accettazione dei precetti di umiltà, di povertà e di serena laboriosità e solidarietà, prescritti dal Vangelo. http://www.treccani.it/evangelicalismo/

[3] Significativi i due principali film della Riefenstahl: Il trionfo della volontà (Triumph des Willens) (1934) e Olympia (Olympia 1. Teil – Fest der Völker e Olympia 2. Teil – Fest der Schönheit) (1938).


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Scritto da
Carlotta Centonze

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università di Bologna, si interessa di tematiche legate al diritto islamico, al diritto della migrazione, alle relazioni esterne dell’UE e ai gender studies. Scrive di cinema per diverse riviste online.

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