La sfida eurasiatica all’egemonia degli Stati Uniti

stati uniti

Questo articolo è il primo di una serie di contributi per approfondire il tema della sfida tra Stati Uniti e Cina per l’ordine mondiale. In seguito alle recenti dichiarazioni riguardo ad una possibile adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative – la cosiddetta nuova Via della Seta –, abbiamo deciso di dedicare una serie di articoli alle prospettive strategiche relative alla fase che stiamo vivendo e al possibile ruolo del nostro Paese, che merita un approfondimento di più ampio respiro. Questo primo articolo si propone di fare luce di come e perché la BRI rappresenti una sfida all’egemonia americana. Nei successivi si tenterà di capire come l’Italia possa essere un benchmark per gli equilibri geopolitici tra Washington e Pechino.


Sin dal 1945 il cuore pulsante della politica estera statunitense è stato preservare «un ordine internazionale aperto e stabile, basato sul libero movimento di beni, capitali e persone» basato su un «balance of power in favore della libertà». Queste iniziative, secondo lo storico Hal Brands, hanno costituito un «impegno bipartisan di lunga data» volto a sostenere «la leadership americana e preservare l’ordine internazionale liberale che il potere americano ha tradizionalmente promosso»[1]. Per chi vede queste continuità, al netto dei grandi cambiamenti che hanno fortemente messo alla prova la tenuta della Pax Americana, la natura e le radici dell’egemonia globale degli Stati Uniti si possono identificare nella lettura esplicita di Henry Kissinger:

«Geopoliticamente l’America è un’isola al largo del grande continente eurasiatico. Il predominio da parte di una sola potenza di una delle due sfere principali dell’Eurasia […] costituisce una buona definizione di pericolo strategico per gli Stati Uniti, guerra fredda o meno. Quel pericolo dovrebbe essere sventato anche se quella potenza non mostrasse intenzioni aggressive, poiché, se queste dovessero diventare tali in seguito, l’America si troverebbe con una capacità di resistenza efficace molto diminuita e un’incapacità crescente di condizionare gli avvenimenti»[2]

La geopolitica del secondo dopoguerra è rimasta fortemente ancorata a questa visione e più in generale all’eredità imperiale degli impegni globali degli Stati Uniti. Harry Truman agli esordi della guerra fredda aveva recuperato l’immagine del paese come grande erede «della Persia di Dario I, la Grecia di Alessandro, la Roma di Adriano, la Gran Bretagna vittoriana […] Nessuna nazione ha avuto le nostre responsabilità»[3]. Sorto sulle ceneri del vecchio ordine eurocentrico e consolidatosi su scala tri-continentale, l’impero americano aveva esteso i suoi dominia militari dall’Atlantico al Pacifico, giustificato strutture di sicurezza regionali per il contenimento del comunismo lungo il Rimland eurasiatico e vegliato infine su di un «sistema globale integrato […] orchestrato da Washington» grazie ad una supremazia navale impareggiabile[4]. Era lo zenit del «momento liberale», frutto degli sforzi dei «policymakers dell’Occidente sotto la tutela americana» di costruire l’ordine internazionale ad immagine e somiglianza della «modernità liberale», dei suoi principi e valori[5].

Nel passaggio precedente Kissinger sottintende che il mondo necessiti di un «poliziotto globale» che eserciti un ruolo di nucleo autoritativo e intervenga per governare o ripristinare l’equilibrio nel sistema dell’ordine mondiale – in economia, nella gestione dei flussi, dei global commons o nella governance politica – in cambio della sua riconosciuta leadership su base multilaterale. In breve, quella posizione che gli Stati Uniti hanno goduto, parafrasando Joseph Nye, quando le tre dimensioni del potere – economico, militare e soft – erano saldamente nelle mani di Washington. Quando il Leviatano Liberale era sinonimo di «egemone benevolo» e di «nazione indispensabile».

Dopo la fine della guerra fredda e dei rigidi schemi bipolari, la principale preoccupazione geopolitica era diventata la polverizzazione e la deconcentrazione del potere a causa dei processi di globalizzazione. In quella crescente «anarchia», gli Stati Uniti si assunsero pienamente oneri e responsabilità di sicurezza lungo un arco di crisi che copriva, grossolanamente, la fascia equatoriale. Prefigurando un ruolo simile a quello ricoperto dall’Impero britannico nel XIX secolo, un alto funzionario della Difesa sostenne che gli USA avrebbero dovuto agire per impedire la «decentralizzazione e l’anarchia» attraverso il mantenimento di una «bilancia del potere globale favorevole agli Stati Uniti e ai suoi alleati» e impedendo qualsiasi forma di «egemonia regionale». In quanto difensori del functioning core della globalizzazione, gli Stati Uniti avrebbero dovuto dedicarsi alla «esportazione della sicurezza» in quelle aree post-coloniali non pacificate[6]. La «teoria della stabilità egemonica», infatti, vede nel pluralismo di potere un rischio per l’equilibrio del sistema che, in assenza di un egemone, tende all’entropia inaugurando periodi di tensione e conflitto. Già nel 2006, in piena rivoluzione Bush Jr., il realista Stephen Walt pose la questione in termini chiari. Il problema degli Stati Uniti era di portare il «resto del mondo a salutare positivamente il [loro] primato», incoraggiando gli altri «Stati a vedere la loro posizione dominante come benevola» e convincendoli che la potenza statunitense fosse utilizzata «per il beneficio più ampio dell’umanità»[7].

All’indomani della violenta deregulation speculativa del 2008 e dell’unilateralismo fallimentare in Medio Oriente, quel postulato – l’egemone benevolo che interviene nella periferia imperiale per sedare i focolai di tensione – sembrò ormai privo di senso. Ciò nonostante, secondo lo storico Melvyn Leffler, gli interessi geopolitici dell’impero americano anche di fronte alla sovra-estensione e al declino relativo non sono venuti meno. «Quello che è cambiato è la percezione della minaccia e gli strumenti per raggiungere gli obiettivi», poiché più grande è il pericolo, maggiore è il rischio della passività, anche in un’epoca di austerity che può suggerire una maggiore accortezza strategica nel valutare «le fonti primarie della supremazia americana» e nel difendere le fondamenta economiche della sicurezza nazionale[8]. Il danno, quello irreparabile, al debito pubblico e alla reputazione internazionale sono chiaramente le più grandi cicatrici del «decennio perduto» degli Stati Uniti. Perso a rincorrere «sogni liberali» di un mondo ad immagine e somiglianza americana, perdendo di vista quelle «realtà internazionali» che compongono la scacchiera geopolitica di Eurasia[9]. Questa presunzione ha reso gli Stati Uniti equal among the equals, poiché come tutte le nazioni possiedono «interessi che non sempre combaciano con i suoi valori». Mentre gli ideali possono vacillare ma non svanire, le fondamenta del potere risentono costantemente degli smottamenti geopolitici. «È una tragedia, ma come tale va accettata»[10].

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: La tenuta della Pax Americana

Pagina 2: La percezione americana della Belt and Road Initiative


[1]National Security Strategy’ 2002; Hal Brands, America Grand Strategy in the Age of Trump, Brookings Institution Press, Washington D.C., 2018, cit. p. 53.

[2] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia (1994), Milano, Sperling & Kupfer, 1996, pp. 634-635 (corsivo mio).

[3] Citato in D. W. White, History and America Internationalism. The Formulation from the Past After World War II, in «Pacific Historical Review», 1989, n.2, pp. 145-172, part. P. 151.

[4] David Reynolds, “Power and Superpower: The Impact of Two World Wars on America’s International Role”, in ed. Warren Kimball, America Unbound. World War II and the Making of a Superpower, New York: St Martins, Palgrave Macmillan, 1992, pp. 22-36; Melvyn Leffler, The American Conception of National Security and the Beginnings of the Cold War, 1945-1948, «The American Historical Review», Vol. 89, No. 2 (aprile 1984), pp. 346-38; Robert Steel, Temptations of a Superpower, Cambridge (Mass.,), Harvard University Press, 1995, p. 55.

[5] Robert Latham, The Liberal Moment. Modernity, Security, and the Making of Postwar International Order, New York, Columbia University Press, 1997, p. 4.

[6] T. P. Barnett, The Pentagon’s New Map. War and Peace in the Twenty-First Century, New York, Putnam’s Sons, 2004, pp. 1-4, 5.

[7] S. M. Walt, Taming American Power. The Global Response to U.S. Primacy, New York, Norton, 2006, p. 26.

[8] Melvyn Leffler, Safeguarding American Capitalism: U.S. Foreign Policy and National Security, 1920-2015, Princeton, Princeton University Press, 2017, pp. 282, 316.

[9] Si veda John Mersheimer, The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities, Yale University Press, New Haven, 2018.

[10] Robert D. Kaplan, The Tragedy of U.S. Foreign Policy, «The National Interest», 1 agosto 2013.


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

One Comment on “La sfida eurasiatica all’egemonia degli Stati Uniti

  1. Pingback: Cos’è la Via della Seta. Perché USA e UE temono l’accordo Italia-Cina – L'Unità punto news