Sharing economy, innovazione e tecnologia: quale cultura politica per evitarne gli eccessi?

Le critiche che vengono mosse alla sharing economy sono almeno tre. La prima vuole che la sharing economy abbia molto poco della condivisione, la seconda è che – per come è configurata – è che è orientata al profitto, la terza è che è in mano a piattaforme come AirBnB che guadagnano da ogni transazione e vanno a ingrossare i propri profitti.

Queste critiche sono fondate. Pandora e le ha già affrontate in un bell’articolo di Nicola Melloni. Il problema, però, è che ormai queste piattaforme fanno parte del sistema. Ne sono diventate infrastrutture e assolvono a bisogni che non sono tanto di mercato, quanto sociali in senso stretto.

Probabilmente esagero a immaginare Internet e società in termini di struttural-funzionalismo, tuttavia i numeri che certificano il successo di AirBnB e il suo status di infrastruttura del turismo mondiale sono pazzeschi. A settembre 2015, il servizio di affitto di posti letto era presente in 57.000 città, 150 paesi con 17 milioni di utenti che hanno prenotato una notte durante l’estate di quest’anno da uno dei 640.000 host generando una media di ricavi per host di circa 7.000 dollari l’anno.

Questi numeri certificano due cose: la prima è che – piaccia o non piaccia – AirBnB fa parte del sistema. La seconda è che la piattaforma funziona per tutti. Come ogni sito di e-commerce, infatti, AirBnB permette ad ogni utente di trovare quello di cui ha bisogno. Non è altro che l’applicazione in pratica della teoria della coda lunga, vista la quantità e la differente escursione di prezzo che c’è tra i vari appartamenti-stanze che AirBnB mette a disposizione.

Il fatto che questo sistema aggiri le leggi vigenti è stato reso evidente da un’inchiesta del Corriere Fiorentino che ha posto – una volta per tutte – il problema degli host che non pagano la tassa di soggiorno a Firenze, danneggiando le casse del Comune.

A questa sfida, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, non si è sottratto. In fondo, l’interesse della città è attirare più turisti possibile e incassare la tassa di soggiorno (circa un euro a notte) mentre gli host di AirBnB hanno interesse a continuare ad affittare letti, stanze o appartamenti come se niente fosse.

E’ l’approccio di Dario Nardella quello giusto o dobbiamo sperare in una regolamentazione più rigida del fenomeno? Come scrive Nicola Melloni, la sharing economy ha dei lati oscuri. Ma, come ricorda Evgeny Morozov, l’evoluzione della sharing economy ha reso la crisi economica più sopportabile per qualcuno, nel breve periodo anche se (e in questo ha perfettamente ragione) non sarà questa forma di economia della condivisione for profit a salvare l’economia.

In tutto questo, il decisore politico che deve fare? Una lotta senza quartiere – elettoralmente molto rischiosa – per impedire che i cittadini mettano in affitto le stanze o gli appartamenti di loro proprietà che – per un motivo o per l’altro – sono vuoti o cercare un compromesso?

La sfida della politica in un mondo complesso

Settembre 2014, conosco una ragazza che lavora nel mio coworking. Lavora in una startup tedesca e ha un contratto di stage e si occupa di customer care. Nel giro di pochi giorni, lavorando più di 10 ore al giorno, comincia ad occuparsi (anche) di recupero crediti. Poche settimane dopo, l’azienda lascia il coworking e si trova un appartamento che usa come un ufficio da qualche parte a Milano. Qualche mese dopo la mia amica tornava in Sicilia per mancanza di lavoro.

Questa parabola è decisamente molto comune tra i millennials italiani che orbitano intorno a Milano e – a quanto pare – è abbastanza comune a tutti i millennials occidentali che si affacciano al mondo del lavoro. Alcuni di loro non vengono pagati neanche in contanti ma vengono stipendiati in quote societarie nella speranza che la startup venga acquisita da qualche altra grande azienda permettendo di monetizzare il proprio lavoro.

Questo ecosistema che si sta affermando senza che la politica faccia granché in Italia (né in un senso, né nell’altro) per regolamentare il mondo delle startup. E’ vero che a livello regionale esistono delle iniziative e che a livello normativo si sono fatti dei passi per sostenere le startup ma quasi nessuno (sindacati inclusi) si occupa di come si lavora all’interno di quelle aziende. E, generalmente, ci si lavora male in quanto si è precari e in quanto – a volte – le strutture non sono poi così adeguate.

Non solo: a quanto pare sembra che quando intervenga, la politica commetta degli errori. Se è vero quello che riporta “The Economist” la nuova regolamentazione europea sulla neutralità della rete che prevede – per le teleconferenze e la chirurgia a distanza – delle corsie preferenziali per il traffico Internet, ha talmente tanti buchi da poter essere facilmente aggirata tanto dai regolatori nazionali quanto dalle società di Tlc andando a danneggiare le piccole imprese digitali a vantaggio, magari di quelle più grandi.

Non solo, ad aggiungere complessità c’è anche il fatto che parte del personale politico oggi lavora in grandi aziende della tecnologia. Emblematico è il caso di Diego Ciulli, già Consigliere regionale in Toscana che adesso ha un ruolo chiave in Google Italia, occupandosi di Politiche pubbliche per il motore di ricerca mentre collabora anche con la Fondazione Italiani Europei.

Non sto criticando Diego Ciulli che sta facendo molto affinché anche in Italia si parli di economia digitale in modo più serio e strutturato: sto mettendo in evidenza che ci stiamo muovendo in un mondo molto delicato e complesso.

Tanto per tornare all’inizio di questo articolo, l’argomento secondo cui AirBnB favorirebbe la gentrification delle città è retoricamente valido. Lo è un po’ meno dal punto di vista empirico. Anzi, sembrerebbe vero il contrario. Analizzando il quartiere di Villanova, a Cagliari, Maurizio Memoli, Alberto Pisano e Matteo Puttilli mettono in evidenza come gli affittacamere siano esplosi, in quel quartiere, solo dopo che si erano verificati fenomeni di gentrificazione in quel contesto urbano.

E’ evidente: parlare di innovazione è molto complicato. Ma se è vero che viviamo nell’epoca della complessità, dobbiamo riconoscerla anche se, d’istinto, ci sembra che questa complessità non sia altro che una scusa per far arricchire ulteriormente chi è già ricco.

Quale cultura politica per il futuro?

La sinistra può permettersi il lusso di contrastare in una dinamica di lotta di classe fenomeni come Uber e AirBnB? Uber è, in fondo, una questione a parte: è un servizio di autonoleggio con conducente di lusso. Costa più di un taxi. Ma la sua declinazione “pop”, al pari di AirBnB, serve come faceva notare Morozov, ad alleviare momentaneamente la crisi economica in alcune famiglie, permettendo, grazie alla competizione dei prezzi, di allargare la fruizione del turismo (e del trasporto) anche ai ceti a basso reddito.

Alla complessità di questa questione deve rispondere una politica saggia che si renda conto di come il mondo dell’innovazione non funzioni soddisfacendo solo necessità di mercato ma assolvendo – anche – funzioni sociali nel senso più lato del termine, come mettere in contatto viaggiatori low-cost e esponenti della classe media che hanno necessità di arrotondare.

In tutto questo, probabilmente, il ruolo dell’intellettuale (più propriamente, forse, degli studiosi di discipline umanistiche e sociali) non deve essere tanto quello di dare giudizi di valore su una realtà che è così complessa e rapida, nella sua evoluzione, che quasi sempre coglie politici e regolatori alla sprovvista, ma quello di fornire strumenti che indirizzino il decisore politico verso l’interesse generale, nominalmente, quello dei soggetti più deboli in campo. E per raggiungere questo obiettivo, quello che serve sono analisi che abbiano un riferimento empirico nei dati e nelle cifre che interessano i fenomeni dell’innovazione e non solo.

Certo, accanto a questa fredda analisi quantitativa ne va fatta anche una qualitativa ma se non partiamo da un’analisi che – soprattutto nella fase di raccolta dati – deve dimenticarsi dei propri occhiali ideologici, corriamo il rischio di avvitarci in un dibattito autoreferenziale che difficilmente è utile al progresso del Paese.

Tanto per restare sul terreno dell’innovazione, si fa un gran parlare di smart-city, di città dotate di sensori in grado di informare i decisori – in tempo reale – sulle varie questioni che vive una città. Le decisioni, grazie a questa rete di sensori, diventano “data driven” e possono essere utilizzate per rendere le città più sicure e più fruibili per tutti, andando magari a risolvere problemi che, senza questi sensori venivano ignorati. Perché non cominciamo a riflettere su quello che significa e ai benefici che questo modello di decisione basato sui dati può dare alle amministrazioni cittadine che afferiscono al nostro campo?

Il punto – forse – però è che nella cultura politica della sinistra italiana vi è sempre stata una grave pecca, ovvero una grande diffidenza nei confronti della modernità. Uno tra i fenomeni di questa diffidenza è – chiaramente – il complicatissimo rapporto che la sinistra italiana ha avuto con la televisione accusata di essere uno strumento del nuovo capitalismo e sulla cui regolamentazione la politica italiana tutta (con la notevole eccezione della mai del tutto applicata Legge Maccanico) non ha brillato.

Ora, per fortuna, siamo ad uno stadio successivo dell’evoluzione dei media. Ora all’interno dei mezzi di comunicazione di massa, in fondo, ci sono molte delle nostre vite e questo sfida ulteriormente la politica.

Il punto, però, è che per poter essere sicuri di tenere in equilibrio le varie esigenze sociali che la tecnologia ha generato e risolto in modo arbitrario, la politica – e soprattutto la sinistra – deve essere molto più sicura di sé e non guardare l’innovazione con sospetto ma come un’opportunità per una maggiore equità sociale sia in termini culturali che economici.

L’innovazione tecnologica è un fenomeno umano e sociale. Mentre ne discutiamo il valore, va avanti da sé. E’ per questo che, però, la riflessione non è solo se la sharing economy abbia dei lati oscuri, quanto come evitare che ne abbia. Nessuno dice che sia semplice ma o – anche come generazione – troviamo il modo di tenere in equilibrio equità, uguaglianza e innovazione oppure falliamo quello che probabilmente è uno dei nostri compiti storici più importanti.


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Nato a Massa M.ma (GR). Giornalista (professionista dal 10/04/2013), videomaker, appassionato di tecnologia e nuovi media. Vivo e lavoro tra la Maremma e Milano.

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