“La sharing economy” di Mario A. Maggioni
- 14 Febbraio 2018

“La sharing economy” di Mario A. Maggioni

Scritto da Luca Picotti

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Maggioni: limiti e prospettive del modello sharing economy

Gli effetti della sharing economy sull’intero sistema economico sono numerosi e complessi. «Ex ante si potrebbe assumere che l’abbinamento elettronico tra utilizzatori e fornitori di beni e servizi possa provocare una serie di incrementi nell’efficienza – riducendo i costi di ricerca e di transazione, migliorando l’efficienza allocativa, diminuendo le asimmetrie informative, avvicinando il prezzo al costo marginale – oltre che causare una diminuzione della rilevanza delle barriere geografiche, con il conseguente incremento del numero di abbinamenti potenziali tra domanda e offerta e della specializzazione internazionale» (p.74). Vi sono invece alcuni effetti indiretti verificabili soltanto ex post con delle analisi empiriche. Ad esempio, per quanto riguarda gli effetti sull’ambiente, l’utilizzo del car sharing riduce in teoria le emissioni, ma allo stesso tempo «l’aumentata accessibilità a servizi di trasporto a buon mercato potrebbe aumentare la domanda di mobilità; inoltre, se il reddito ottenuto dalle piattaforme è utilizzato per incrementare il consumo, allora l’effetto finale sull’ambiente potrebbe rivelarsi di segno negativo» (p.75).

Tra i benefici ascrivibili al fenomeno sharing economy troviamo: l’incremento dell’efficienza, l’incontro tra la domanda e l’offerta, la riduzione dei costi e del numero degli intermediari, la possibilità di trarre utilità da un bene sottoutilizzato e l’aumento della produttività. Numerosi sono però anche i potenziali pericoli che questo modello sembra portare ineluttabilmente con sé. «La sharing economy, grazie alla rilevanza delle economie di scala e di scopo e delle esternalità di rete, rinforza la concentrazione e favorisce conseguentemente l’incremento del potere di mercato da parte di pochi soggetti che possono stabilire i prezzi a livelli superiori al costo marginale» (p.78). Inoltre, date le numerose informazioni che le piattaforme online possono acquisire sui propri consumatori, la sharing economy agevola pratiche di discriminazione di prezzo. Ancora, l’abbassamento del reddito medio da lavoro, dovuto all’enorme disparità di potere contrattuale tra l’impresa e i lavoratori (spesso contrattualizzati come contractors indipendenti o freelancers), potrebbe determinare una paradossale[2] diminuzione della domanda aggregata.

Dinanzi al fenomeno sharing economy – che come abbiamo visto si è sviluppato dopo la grande Crisi, è in continua crescita e mostra benefici ma anche numerosi pericoli – si può assumere, scrive Maggioni, due posizioni: quella libertaria, che vede nel sistema di rating una valida alternativa alla regolazione e quella normativa/precauzionale, che evidenzia situazioni di fallimento del mercato e altri problemi necessariamente da regolare. Per quanto riguarda gli standard di competenza e di sicurezza e igiene, la tesi libertaria vuole che sia il sistema di rating a fungere da disincentivo all’elusione di detti standard, mentre la tesi normativa spinge per una regolazione, in modo da debellare l’asimmetria informativa che intercorre tra cliente e fornitore circa la qualità del servizio. Un ulteriore, forse tra i più gravi, problema delle piattaforme di sharing economy è il fatto che queste considerano i fornitori di servizi non come propri lavoratori dipendenti, ma come contractors indipendenti, con la conseguente assenza di tutela per quanto riguarda gli infortuni la previdenza o la salute. Il fenomeno sharing economy, inoltre, tende spesso a tradursi in una fabbrica di monopoli, grazie ad un meccanismo di feedback positivo[3]; e la posizione del monopolista finisce per favorire pratiche di elusione fiscale e di mancata tutela della privacy dei consumatori.

Dinanzi a queste storture l’opportunità di una regolazione pare ineludibile. Il fenomeno della sharing economy dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico, perché, nell’ipotesi più pessimistica proposta da Trebor Scholz[4], «tra venti o trent’anni, quando si assisterà alla fine delle professioni e sempre più lavori saranno “uberizzati”, potremmo svegliarci e chiederci perché non abbiamo protestato con più forza contro questi cambiamenti». Dobbiamo scegliere se accettare una weltanschauung in cui il cittadino si riduce a consumatore, assistendo alla reificazione e mercificazione dell’esistenza, oppure se agire per regolare queste storture. Regolare, non demolire: bisogna avere l’onestà intellettuale per ammettere i benefici, di cui abbiamo parlato, della sharing economy. In molti, a parere di chi scrive, non sarebbero infatti disposti a rinunciare ad essi.

Il libro di Maggioni, come afferma l’autore stesso, fornisce al lettore una cassetta degli attrezzi utile per comprendere il fenomeno sharing economy. Il lettore è libero così di maturare la propria opinione con consapevolezza, orientandosi tra i benefici e i pericoli di un fenomeno destinato ad incidere sempre di più non solo nel sistema economico in generale, ma anche nella vita di tutti i giorni.

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[1]   Seguono gli adulti (36-54 anni) che raggiungono il 33% e poi gli anziani (>55 anni) con il 19%. Statistiche statunitensi, fonte: Crowd Companies e Vision Critical, 2014.

[2]   Paradossale perché la sharing economy dovrebbe fungere da stimolo alla domanda.

[3]   La piattaforma con un numero maggiore di servizi tenderà a crescere più velocemente di qualsiasi altro rivale.

[4]   Trebor Scholz, della New School for Social Research. La citazione è riportata a pagina 106 del libro.


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Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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