Le origini della siderurgia italiana: Il piano Sinigaglia

Piano Sinigaglia

Dopo la seconda guerra mondiale l’apparato industriale ridotto ad un cumulo di macerie e l’agricoltura poco meccanizzata non coprivano i fabbisogni della popolazione europea. La sopravvivenza era garantita dalle importazioni di cibo e macchinari dal continente americano, in particolare Stati Uniti e Argentina. Gli accordi di Bretton Woods avevano elevato il dollaro a moneta atta agli scambi internazionali, ma le banche centrali europee dilapidarono gran parte delle loro riserve di biglietti verdi già nelle fasi immediatamente successive al conflitto. La scarsità di dollari complicava notevolmente le importazioni.

Per risolvere questi problemi, nel giugno del 1947, gli Stati Uniti decisero di finanziare un grande piano di aiuti chiamato European Recovery Program (ERP), meglio conosciuto come piano Marshall.

Il piano Marshall

L’assenza di obiettivi concreti da perseguire e di coordinazione tra i paesi beneficiari avevano reso improduttivi gli stanziamenti dei precedenti aiuti coordinati dall’ONU. L’ERP fu annunciato dal segretario di stato americano, il generale George C. Marshall, e fu gestito interamente dagli Stati Uniti, i quali lo utilizzarono anche per affermare la propria ideologia. Mentre in Europa, influenzata dal pensiero autarchico precedente alla guerra, il commercio internazionale risentiva di numerose limitazioni, gli Stati Uniti avevano da tempo adottato il liberismo economico.

Gli Stati Uniti pensavano che il libero commercio avrebbe aiutato ad allocare in modo efficiente le risorse necessarie a ricostruire l’Europa. In questo contesto, la Germania avrebbe dovuto integrarsi condividendo il proprio destino con quello delle altre nazioni europee in modo da sfruttare al meglio le importanti risorse minerarie ubicate nel bacino della Ruhr. La cooperazione tra gli stati nazionali diventò così condizione necessaria per accedere ai finanziamenti.

L’ERP finanziò solo progetti coordinati tra loro e dettagliati con obiettivi prefissati in termini di produzione industriale. Gli stati europei costituirono l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE), l’organismo, padre dell’attuale OCSE, chiamato a valutare i singoli piani nazionali per verificarne la compatibilità con gli altri e a stabilire l’allocazione dei fondi sulla base dello squilibrio nella bilancia internazionale dei pagamenti.

Dal lato statunitense, l’agenzia Economic Cooperation Administration (ECA) utilizzava tre distinti livelli per amministrare il piano Marshall. A Washington, la sede centrale coordinava l’ERP e approvava definitivamente le richieste europee, mentre a Parigi l’Office of the Special Representative (OSR) rappresentava gli interessi del governo statunitense presso l’OECE. Infine, nelle singole capitali europee, le missioni speciali dell’ECA rappresentavano gli enti con cui i singoli governi erano tenuti ad interagire durante la stesura dei piani.

Le più importanti metodologie di erogazione dei finanziamenti costituivano in:

  1. A) loans, prestiti rivolti alle imprese elargiti a condizioni di favore per l’acquisto di macchinari negli Stati Uniti;
  2. B) grants, regali alle nazioni europee concessi sulla base del valore dei beni acquistati dalle imprese sul mercato statunitense. Le risorse con cui le imprese pagavano i macchinari statunitensi si accumulavano nei fondi di contropartita, i quali potevano finanziare progetti specifici volti ad aumentare la capacità produttiva sia agricola che industriale.

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Classe 1986. Ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena. Ha studiato Scienze Economiche all'Università di Pisa e ha svolto il programma Erasmus all'Università di Graz. E' stato per 5 anni consigliere comunale nel comune di Campiglia Marittima.

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