Ad un certo punto, nel corso degli anni intercorsi tra il 2003, anno di fondazione di Tesla, e oggi, Elon Musk ha iniziato a popolare le cronache non solo come imprenditore visionario, fondatore di alcune delle aziende più innovative al mondo, ma come eccentrico personaggio dalle opinioni e dalle abitudini estreme. Le immagini che ci vengono in mente quando si parla di Musk sono quelle di un miliardario che non si priva di alcun lusso e non conosce mezze misure. Al polo opposto di questo tipo di personalità troviamo un trentenne che indossa sempre le scarpe da ginnastica, Sam Altman, che fa parlare di sé quasi esclusivamente tramite gli obiettivi raggiunti dalla sua azienda, OpenAI. Musk e Altman sono due imprenditori che incarnano le due anime della Silicon Valley, la culla del venture capital mondiale, e possono essere presi ad esempio di come una stessa cultura possa generare risultati molto diversi. La storia del Ceo di OpenAI è quella di un ragazzo che ha lasciato l’università al secondo anno per fondare una startup, dopo essersi distinto nel laboratorio di programmazione di Stanford. La prima startup di Altman ha avuto scarso successo, e, probabilmente, nessuno l’ha mai sentita nominare. Questa potrebbe essere la descrizione di uno qualsiasi dei tanti tech bro che popolano la Silicon Valley, luogo oggi oggetto di molte critiche per il folle costo della vita ma che rappresenta ancora La Mecca per chi voglia fondare startup in America. Ma Sam Altman, nonostante un passato assolutamente nella media, ad oggi si distingue tra i guru e capi spirituali di questa Mecca tecnologica come colui che guida uno dei colossi dell’intelligenza artificiale più promettenti sulla scena internazionale.
Con il più classico dei percorsi di crescita personale e professionale di chi vuole lavorare nel mondo tech, sceglie Stanford perché in quell’università hanno studiato i founder di Google, decidendo di specializzarsi in computer science, una laurea che non ha mai portato a termine. Il secondo anno di università, come accennato, lascia infatti gli studi per concentrarsi sulla sua prima startup, Loopt, un discreto fallimento che vede il suo più grande successo nell’ammissione alla prima classe (chiamata in inglese batch) di Y Combinator, ovvero quello che diventerà il più importante acceleratore di startup al mondo. Co-fondato da Paul Graham nel 2005, Y Combinator rappresenta ad oggi lo standard mondiale in termini di accelerazione e si pone l’obiettivo di portare le startup “da 0 a 1”, ovvero dall’idea ad un primo abbozzo di società, dove i founder abbiano le competenze per comprendere il mercato, costruire un prodotto e compiere i primi passi per costruire un’azienda di successo. Tra gli alumni del programma rientrano nomi come DropBox e Airbnb.
L’impostazione dell’acceleratore rispecchia una filosofia che sembra quasi più una missione, ovvero garantire finanziamenti per società alle primissime fasi di vita che farebbero fatica (soprattutto nel 2005, l’anno della sua fondazione) a trovare finanziamenti altrove. Dalla sua nascita, Y Combinator è stato un incubatore di progetti di portata mondiale diventando un modello da seguire in termini di pratiche di business e di investimento. In ambito legale è stato tra i primi a introdurre uno standard contrattuale su cui basare il finanziamento delle startup che ha l’obiettivo di essere il più semplice possibile. Tutti i termini contrattuali sono riassunti in una sola pagina, che sostanzialmente si traduce in “ci pensiamo poi quando raccogli altri investimenti”. L’acceleratore negli anni è cresciuto significativamente, e così anche le sue disponibilità finanziarie: ad oggi, l’importo investito standard è pari a 500.000 dollari.
Tornando a Sam Altman, quello che diventerà il fondatore di OpenAI entra appunto nel primo batch dell’acceleratore nel 2005 e, anche se la sua startup chiuderà dopo pochi anni, il vero risultato che otterrà sarà costruire una rete di contatti all’interno di Y Combinator, primo tra tutti quello con Paul Graham, che resterà sempre uno dei suoi mentor insieme a Peter Thiel, fondatore di PayPal. Se le conoscenze personali e i rapporti sono fondamentali in ogni ambito lavorativo, il concetto di network (“fare networking” è un’espressione usatissima anche dai venture capital italiani) è uno dei fondamenti dell’economia della Silicon Valley. Il network ha un duplice ruolo: agli imprenditori emergenti permette di conoscere persone più esperte e rilevanti e di avere accesso a opportunità e accordi che sarebbero altrimenti molto difficili da raggiungere; agli imprenditori già di successo permette di continuare ad avere il polso non solo sulla propria impresa ma anche su quello che sviluppano le giovani menti.
Il network ha anche la funzione di permettere agli imprenditori di avere una visione privilegiata sulle nascenti imprese e di avere l’opportunità, qualora lo ritenessero opportuno, di investire nelle stesse. A queste motivazioni di mero interesse economico si aggiunge poi un elemento culturale rilevante, ovvero l’importanza dell’aspetto caratteriale di ogni persona. A questo proposito le aziende nate dalla Silicon Valley hanno negli anni consacrato il mito dell’intelligenza non-standard, che riguarda quelle persone che in contesti normali verrebbero considerate “strane” o “particolari” e che però nascondono spesso potenzialità fuori dal comune che in questo mondo trovano la loro migliore espressione. E gli imprenditori di successo si circondano sempre più di queste persone ad alto potenziale, sia per interesse personale che per il piacere di assumere un ruolo di guida verso gli stessi.
Uno dei primi e più conosciuti nomi usato per definire un gruppo di persone accomunate da esperienze comuni e da queste capacità di lateral thinking è quello di “PayPal Mafia”. Il termine si riferisce ai fondatori ed ex-impiegati di PayPal che, una volta usciti dalla società, hanno a loro volta fondato o ricoperto cariche in importanti startup della Silicon Valley. Le vicende imprenditoriali di questi ex-dipendenti sono state fortemente aiutate da un legame tra gli stessi, che gli ha permesso di arrivare con facilità a persone, finanziamenti e contatti fondamentali per la crescita delle loro imprese. Questa dinamica è oggi una prassi molto comune nella Silicon Valley, dove vige una quasi dogmatica attenzione alle personalità e ai circoli ristretti. La vera crescita professionale di Altman comincia però solo nel 2014, quando Paul Graham gli chiede di dirigere Y Combinator, che nel frattempo iniziava a imporsi come uno dei più rilevanti acceleratori al mondo. La scelta di Graham è quella che in gergo viene definita personality hire, ovvero un’assunzione fatta non tanto sulla base di competenze specifiche per il ruolo, quanto per il riconoscimento di capacità personali, relazionali, intellettive, che permettono al soggetto in questione di gestire qualsiasi tipo di situazione portando ad un risultato ottimale. Sotto la guida di Altman, Y Combinator ha vissuto una stagione di grande espansione, fortemente rivolta anche agli investitori, e ad oggi gestisce due batch di startup all’anno e rimane un’istituzione indiscussa della scena tech mondiale.
Il percorso di Altman all’interno di Y Combinator termina però bruscamente nel 2015, quando Graham torna in anticipo a San Francisco per comunicare la scelta del board di rimuovere Altman dal suo ruolo di Presidente. La decisione è dettata dalla crescente importanza che OpenAI iniziava ad avere sia nella vita del suo founder sia nello scenario internazionale. La paura principale, infatti, erano i potenziali conflitti di interesse tra il suo ruolo direttivo in Y Combinator e la crescita dell’azienda di cui è amministratore delegato e fondatore, insieme ad alcuni dei nomi più importanti della Silicon Valley di quegli anni, tra cui lo stesso Sam Altman, Greg Brockman, Peter Thiel e Elon Musk, con il supporto di Amazon Web Services e YC Research. Si tratta di imprenditori e menti brillanti con una grande esperienza (e ricchezza) alle spalle, che hanno permesso di avviare la società, che nasce come no-profit con un investimento iniziale di un miliardo di dollari. OpenAI nasce, a detta dei fondatori, dalla volontà di lavorare sulla tecnologia esclusivamente nell’interesse dell’umanità, andando a condividere i propri modelli con centri di ricerca ed enti che ne potessero beneficiare per incrementare le conoscenze umane. L’iniziativa è mossa dunque da uno spirito filantropico, che caratterizza molti degli imprenditori della Silicon Valley una volta raggiunto il successo personale. L’idea è che, essendosi già realizzati personalmente e professionalmente, sia giusto da parte loro mettere le proprie competenze e risorse al servizio dell’umanità, supportando un progresso continuo ritenuto inarrestabile. Spesso, dietro a questo approccio, c’è la volontà di essere non solo imprenditori, ma anche fautori e abilitatori del progresso stesso, dettandone le priorità e gli indirizzi, al solo fine di permettere al genere umano di continuare a crescere ed evolvere.
Dopo che Altman, sostenuto da alcuni investitori, decide di trasformare la società in for-profit, Musk comunica di non riconoscersi più nella missione originale e ne prende le distanze. Microsoft diventa così il maggiore azionista esterno della società di Altman, rafforzando i legami con Bill Gates, fondatore del colosso tech e noto filantropo. Lo sviluppo continua, con Altman a catalizzare sempre più l’attenzione dei finanziatori, del mercato e dell’opinione pubblica. Negli anni, tuttavia, iniziano a nascere dubbi sulla sicurezza di ciò che si sta sviluppando e sull’approccio con cui viene sviluppato. La preoccupazione di alcuni dipendenti è che mettendo il progresso tecnologico davanti a tutto si corra il rischio di sottostimare le conseguenze che questi sviluppi potrebbero avere sul genere umano. Con queste preoccupazioni, il board di OpenAI a novembre 2023 rimuove Sam Altman dalla sua carica di amministratore delegato, con una decisione che avrà vita breve per la successiva minaccia di dimissioni da parte di tutti i dipendenti di OpenAI. Microsoft si allinea con la richiesta dei dipendenti e chiede la reintegrazione di Altman, che torna al suo posto quattro giorni dopo il licenziamento.
In questi anni il ruolo del founder come personalità guida, catalizzatore di attenzione e incarnazione di idee e concetti che vanno oltre la mera gestione aziendale, si è affermato sempre di più. Pensando ai grandi nomi della tecnologia statunitense come Elon Musk, Sam Altman, Peter Thiel, Mark Zuckerberg, seppure l’immagine che trasmettono sia spesso diversa, gli elementi culturali dell’ambito in cui si sono formati, sono cresciuti e hanno avuto successo presentano dei tratti comuni. Avendo raggiunto un livello di benessere economico personale ben oltre quello standard, l’obiettivo per tutti si è spostato sulla volontà di contribuire alla crescita, all’avanzamento tecnologico e al progresso. Questa necessità emerge già dalle scelte di Bill Gates, fondatore di Microsoft, che, ritiratosi dalle cariche operative nel 2000, si è dedicato alla filantropia avviando numerose iniziative (e finanziamenti) in ambito medicale e per la lotta contro il cambiamento climatico.
Similmente, Musk ha deciso di acquistare uno dei principali social media del mondo, a suo dire con l’obiettivo di evitare la censura e garantire un’informazione trasparente, dopo aver abilitato gli uomini prima alla guida di auto elettriche quando sembrava ancora un’utopia, e poi restituendo l’accesso allo spazio dopo anni in cui questo ambito era stato abbandonato. Altman, con la sua OpenAI, si è posto l’obiettivo di creare una tecnologia che possa somigliare sempre più all’uomo, per sollevarlo dai compiti più ripetitivi e a basso valore aggiunto che si trova ancora a svolgere. Un risultato che passa per la creazione di un computer che si pensa possa arrivare ad essere più “intelligente” di qualsiasi essere umano; un’eventualità dei cui rischi lo stesso Altman si è detto più volte consapevole, ma per cui ha sempre affermato di garantire l’adozione di meccanismi di sicurezza e autoregolazione interni.
Nei casi sopra descritti, come le nuove regole per garantire la libertà di parola o per tutelare l’umanità dai rischi di un supercomputer, questi multimiliardari si trovano tra le mani un potere enorme, a cui è difficile porre dei vincoli esterni trattandosi di aziende private. E l’unica soluzione, ad oggi, sembra quella di fidarsi dei meccanismi e delle logiche di autoregolazione previste dalle aziende stesse. Iniziano ad essere numerose però le voci di ex-dipendenti che hanno visto con i loro occhi la gestione di queste tecnologie e che, spaventati dalle loro implicazioni, hanno abbandonato le società. Ad esempio, alcuni lavoratori fuoriusciti da OpenAI hanno fondato Anthropic, società di ricerca e sviluppo in ambito di intelligenza artificiale che ha il fine di studiare la tecnologia focalizzandosi sulle sue proprietà di sicurezza, così da gestire il continuo avanzamento della frontiera tecnologica. Tra i finanziatori, Amazon e Google. Ognuno sceglie il suo cavallo, ma la gara è la stessa.
Se da un lato, questo progressivo reinvestimento da parte di imprenditori oramai multimiliardari crea queste distorsioni, allo stesso tempo il meccanismo è una delle motivazioni principali del successo e della grande crescita della Silicon Valley. Imprenditori di successo, con risorse finanziarie ed esperienza, investono in nuove idee, nuovi imprenditori che riconoscono come brillanti, capaci di portare avanti progetti importanti per l’umanità. È la vecchia guardia, Gates, Bezos, Thiel, Page, che cerca e sceglie le imprese su cui scommettere. Dove investono loro, investono gli altri, e il meccanismo garantisce che i temi e le istanze care a questi tech guru siano portate avanti e sviluppate, sempre, secondo loro, nell’interesse dell’umanità.
Questo vale anche per la nuova generazione, per Musk, Zuckerberg e Altman. Lo stesso fondatore di OpenAI, mentre prosegue nello sviluppo dell’intelligenza artificiale generale, ed è consapevole delle implicazioni di questa tecnologia, investe in società che si occupano di medicina rigenerativa e studia modi per garantire un reddito di base universale, per compensare tutti coloro i quali un domani si potrebbero trovare senza lavoro a causa di quella stessa tecnologia che sta sviluppando. Uomini potenti, ricchissimi, votati al “miglioramento dell’umanità”. Ma chi decide cos’è il miglioramento? In che direzione migliorare?
In un contesto come quello della Silicon Valley, gli imprenditori sono personalità a cui si riconoscono non solo competenze manageriali, ma anche visioni filosofiche sull’evoluzione del genere umano. Gli sconfinati budget a disposizione garantiscono loro un enorme potere di indirizzo dell’economia, della società e della politica. I salotti a cui prestare attenzione non sono più solo quelli della politica tradizionale, ma sono anche quelli di San Francisco e Palo Alto, dove milionari e filantropi si trovano a discutere su quale sia il modo migliore per affrontare le sfide del nuovo secolo. Il legame crescente tra imprenditori e politica è emerso sotto gli occhi di tutti durante la cerimonia di insediamento di Donald Trump, dove gli invitati di punta non erano primi ministri, politici o scrittori, ma la prima linea dei tech guru, da Musk a Zuckerberg, da Altman a Bezos. Fautori di tecnologie pensate per le masse, con un potere di influenza enorme, (quasi) senza regole o indirizzo, ma lasciate all’etica personale di ciascun imprenditore. In questo scenario, è difficile capire come si pone la politica, se possa continuare ad avere un ruolo di controllo o debba mettersi nell’ottica di collaborare, procedendo parallelamente con quello che viene identificato come l’inarrestabile sviluppo umano.