“Simboli della fine” di Federico Vercellone

“Simboli della fine” di Federico Vercellone

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Un libro sul tempo

Il concetto dell’immagine donatrice di senso è delineato attraverso numerosi riferimenti, dalla tradizione morfologica all’antropologia, dalla filosofia della tecnica alla teologia politica. Qui ci limiteremo a sottolinearne due aspetti fondamentali. In primo luogo, Vercellone tenta di spostare il paradigma della tecnica come dominio del mondo da parte del soggetto verso la concezione di un’attività primaria dedicata alla relazione tra uomo e ambiente, di una produzione di ordine dotata di effetti appaesanti. In questa prospettiva, la formazione di immagini è gesto tecnico per eccellenza in quanto costruzione dello spazio simbolico. In secondo luogo, l’immagine costituisce un’intensificazione della realtà e non una realtà mancante. Essa non consiste cioè, come da tradizione platonica, in un’apparenza rispetto a ciò che rappresenta, ad un oggetto impoverito di realtà: si colloca piuttosto accanto agli oggetti, inserendoli in una rete di senso.

Poter tracciare un’identità sana, non escludente, ma non per questo meno radicata, è «la grande battaglia culturale del nostro presente» (p. 126). Affrontando tanti concetti tabù nella cultura critica, Vercellone sembra sostenere che il progetto di una fondazione libera da violenza ideale e materiale deve passare da una rinnovata facoltà di agire quelle parti molli della nostra coscienza collettiva che ci permettono di abitare uno spazio condiviso e un’epoca. Produrre immagini è la stessa cosa che produrre un luogo: non c’è bisogno di citare l’esempio della città, che è sempre prima un’immagine[3], per comprendere che – in senso anche più profondo – ogni spazio pubblico funziona come tale solo se ospita dei simboli condivisi (ancora prima che delle idee). Ogni istituzione che abbia il valore forte di una fondazione, che sia cioè agita collettivamente e non meccanicamente imposta, non può che fare appello a immagini profonde. Si tratteggia l’idea di un luogo di condivisione che cresce spontaneamente e necessita di essere coltivato, idea che guarda oltre la storia politica della modernità.

Forse Simboli della fine è soprattutto un libro sul tempo. La visione della modernità lanciata in una folle corsa senza resistenze conduce l’autore ad una peculiare interpretazione del concetto, caro alla filosofia politica contemporanea, di katéchon – letteralmente, il «potere che frena»[4] la manifestazione dell’Anticristo e la fine dei tempi. Qui ciò che trattiene le cose e le loro relazioni dalla catastrofe ultima non sembra pensato nei termini di un principio storico, bensì sul modello di un principio ontologico e morfologico, relativo alla forma e al senso delle cose. Katéchon è dunque la possibilità di inserire ciò che esiste in una trama di relazioni significative. Mentre le ultime avanguardie della teoria critica interpretano il sentimento di fine dei tempi come segno dell’apocalisse della forma capitalistica, prendendo ancora a bersaglio una sorta di potere imperiale, un’altra prospettiva ci invita qui a considerare la necessità di “piegare” il tempo per restituire alle esistenze una vita non alienata e una forma collettiva. Solamente in questo modo la fine, anziché annunciarsi in segni, potrà seminare simboli.

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[3] Cfr. H. Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II, Moizzi, Milano 1976, p. 26.

[4] Cfr. M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi, Milano 2013.


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Nato ad Arezzo nel 1993, è dottorando presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (FINO). Il suo progetto di ricerca verte sull’estetica di Friedrich Daniel Schleiermacher. Ha completato un percorso quinquennale come allievo della classe di Governo e Scienze Umane alla Scuola di Studi Superiori “Ferdinando Rossi” di Torino e si è laureato a pieni voti presso l’Università di Torino con una tesi sull’estetica di Gilbert Simondon.

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