Sinistra e critica radicale. Intervento di Carlo Galli
- 16 Gennaio 2021

Sinistra e critica radicale. Intervento di Carlo Galli

Scritto da Carlo Galli

5 minuti di lettura

Pubblichiamo questo testo tratto dall’intervento, riveduto dall’autore, di Carlo Galli al seminario svoltosi il 28 dicembre nell’ambito del ciclo “Ripensare la cultura politica della sinistra” promosso da Salvatore Biasco, Alfio Mastropaolo e Walter Tocci e dedicato alle politiche di governo nella società post Covid-19.


Nella mia formazione intellettuale la nozione di sinistra ha a che fare con l’osservazione che l’uomo sia stato reso estraneo a sé stesso e, sulla base di un giudizio negativo di questo dato, si reputi necessario restituirlo a sé stesso. L’estraneità di cui si parla non ha radice nel peccato originale, ma è prodotta in un luogo e in un processo sociale specifico, derivante da una determinata struttura economica. Quindi alla sinistra si confà una capacità di analisi radicale – cioè il ricercare la radice del problema – e una forte valutazione del ruolo della politica, perché è alla politica che si affida il compito di risolverlo, di riumanizzare l’uomo.

In questa prospettiva lo Stato può apparire come benefico ma, anche se dotato di una legittima e democratica autorità, di per sé non è sufficiente. È necessario che ci sia anche un partito. La politica, infatti, non deve avere soltanto una funzione di gestione e amministrazione ma deve anche saper orientare, dirigere verso una direzione, una parte.

La sinistra, insomma, non può appoggiarsi solo sulla forza dello Stato, ma richiede anche un’idea di partito. E non deve quindi focalizzarsi sulla diminuzione delle disuguaglianze a valle, attraverso la redistribuzione, ma deve essere la forza che interviene là dove le disuguaglianze si formano e sono brucianti, cioè nel processo produttivo – della produzione materiale e immateriale, e quindi anche nella formazione –. È infatti molto difficile che possa esistere una società equa nella redistribuzione quando persiste un dislivello insuperabile di potere e sapere fra chi controlla la produzione – e la comprende –, e chi partecipa alla fase della produzione in modo passivo. L’obiettivo principale della sinistra è ribilanciare una società che non è neutra, che è già divisa, squilibrata.

Dopo le tre grandi rivoluzioni del Novecento, bolscevica, fascista e socialdemocratica, alle quali la sinistra ha partecipato, contribuito o rispetto a cui è sopravvissuta, nell’ultima rivoluzione – cioè quella neoliberista, nella quale ci troviamo dal 1980 circa – la sinistra sembra essersi perduta. Uno degli obiettivi è allora quello di riprendere le ragioni profonde, strutturali, della sinistra. Posto che sinistra è una parola di parte, ciò implica fornire una lettura parziale di una società che è già in sé parziale, dove per parziale si intende potenzialmente conflittuale, e in ogni caso squilibrata, ma che non lo riconosce, non lo ammette nella propria autonarrazione.

Sotto il profilo pratico, molto poco però si può fare nel panorama politico e intellettuale odierno. Infatti il grande tema della sinistra, cioè il lavoro, è stato squalificato a livello teorico a favore di un’interpretazione dell’economia fondata sull’individuo e sulla sua, presunta, uguale e libera scelta: il lavoro come fonte di valore è scomparso dalle idee e dalle politiche neoliberiste, sostituito dall’importanza del consumo. Il lavoro è stato poi distrutto a livello pratico, reso molto raro, quasi un privilegio, e specularmente una condanna (ai bassi salari e ai bassi diritti); è stato infinitamente spezzettato, e ha assunto tutte le forme e tutte le mancanze di forma, tutte le articolazioni precarie e flessibili, tanto che è molto difficile pensare ad un partito unico del lavoro proprio perché non esiste l’unità del lavoro.

Per quanto riguarda i partiti, poi, i poteri che hanno governato l’ultimo quarantennio hanno voluto dimostrare l’intrinseca malvagità della nozione di partito, che a differenza dello Stato – necessario al capitalismo, ma in funzione servente – è stato fortemente denigrato perché inutile, parassitario, burocratico: da questo si sono creati partiti personali, volatili e insussistenti. La società è diventata non la società degli individui – come pensano gli ottimisti – ma una società senza individui; l’individuo di per sé, d’altra parte, è diventato qualcosa che non ha società, cioè che è privo di legami sociali. L’esito reale dentro il quale la società si trova dopo 40 anni di neoliberismo, – o ordoliberismo nel caso europeo – è la fine del legame sociale: ciascuno è isolato, debole e non in grado di riconoscere o immaginare nella propria mente l’idea di un processo sociale che lo veda protagonista. Nell’universale passività, non a caso prendono corpo fantasmi cospirativi, complottismi, dietrologie, allucinazioni collettive: mezzi con i quali si cerca di darsi una ragione di un mondo sociale che non ha ragione.

In questo contesto la sinistra avrebbe terreno fertile per mettere radici: disuguaglianza, alienazione, mancanza di risoluzione del soggetto in se stesso e nella società, sono tutti argomenti che riguardano la sinistra. Ma, allo stesso tempo, nessuno di coloro che hanno titolo per essere all’opposizione del sistema vigente sceglie la sinistra. Quelli che vengono chiamati “populisti” e “sovranisti” sono precisamente coloro che avrebbero titolo a essere interni a un processo di sinistra, cioè a un processo di rafforzamento del potere dello Stato come difesa allo strapotere delle logiche private e come affermazione dei diritti dei singoli e dei ceti più deboli contro il potere sempre più efficace, ma anche sempre più contraddittorio, del capitale. Una domanda di protezione sociale che è invece intercettata dalla destra, che naturalmente non dà una risposta corretta, ma offre soluzioni illusorie, e non va al di là di additare nuovi capri espiatori.

Il sistema capitalistico vigente allo stesso tempo infatti ha fragili basi ed è intrinsecamente instabile: per questo si sta in un qualche modo autocorreggendo, in presenza della crisi del 2008 e poi della pandemia, facendo ricorso alla dimensione pubblica, almeno in chiave finanziaria. È un trend che la sinistra dovrebbe afferrare e orientare non solo in senso congiunturale ma strutturale: il passaggio all’economia mista è cruciale. La sinistra non deve solo assecondare le dinamiche capitalistiche nella fase di crisi, ma decidere di governarle.

La sinistra in Occidente deve interpretare la critica delle contraddizioni del capitalismo, che produce sempre meno ricchezza per la società e la concentra in strati sociali sempre più esigui; deve avere come obiettivo il primato della politica sull’economia, ossia il governo delle linee fondamentali dello sviluppo (lo Stato non può essere solo il finanziatore del capitalismo in crisi); deve salvaguardare la non negoziabilità e la non mercificabilità di vaste aree del vivere sociale; e deve fare tutto ciò leggendo la società dalla parte degli oppressi, non dei vincitori; e infine deve agire per salvare la democrazia, non per sottometterla alle esigenze del capitale, e neppure come in Cina per sottometterla al doppio comando del partito unico e delle esigenze dello sviluppo.

Soprattutto, la sinistra deve porsi il problema di riprendere l’iniziativa, intellettuale, storica e politica. Deve volere esistere.

In ultima istanza, l’idea principale che dovrebbe essere perseguita è l’esigenza che prevalga l’interesse generale interpretato da un partito che ha vinto le elezioni e che trova nello Stato gli strumenti per portare avanti politiche, anche economiche, orientate all’emancipazione. Questa idea, che può sembrare banale per quelli della mia generazione, è invece sovversiva per le nuove.

Ma il cambiamento lo si fa nella pratica, e l’attuale trend non è favorevole. Un pauroso deficit di idealità e di soggettività è quello che si spalanca davanti a noi. Ma senza le idee si è doppiamente impotenti: si è oppressi e non si sa bene come e perché. E quello che si può fare oggi è proprio tenere viva questa idea – l’idea di sinistra – e la strumentazione intellettuale grazie alla quale si può arrivare a uno scontro di idee tra le posizioni consolidate del poderosissimo pensiero mainstream e le posizioni critiche che oggi sono minoritarie, ma non inesistenti. L’idea della sinistra è racchiusa nella frase del giovane Marx: «Il nostro obiettivo è la critica spietata di tutto ciò che esiste», con la quale propone l’idea che non si debba accettare nessuna delle ricette offerte in questo momento dal mercato istituzionale, dal mercato della teoria politica e dal mercato del pensiero filosofico. Se c’è un senso nella sinistra lo si trova solo nella critica radicale, che non perda mai di vista il compito di farsi pratica, quando che sia.

Scritto da
Carlo Galli

Professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna. Presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Ha ideato e dirige numerose collane scientifiche presso editori come il Mulino e Laterza. Collabora con periodici culturali e politici in Italia e all’estero, ed è editorialista politico per alcuni dei più importanti quotidiani nazionali. Membro del Comitato direttivo dell’Associazione di cultura e politica “il Mulino”. Fra i fondatori della rivista «Filosofia politica» di cui è attualmente Direttore. Alle elezioni politiche del 2013 è eletto deputato. Tra i suoi numerosi testi ricordiamo “Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno” (il Mulino 1996), “Spazi politici. L’età moderna e l’età globale” (il Mulino 2001), “I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità” (Laterza 2012), “Democrazia senza popolo” (Feltrinelli 2017), “Marx eretico” (il Mulino 2018), “Sovranità” (il Mulino 2019) e “Forme della critica” (il Mulino 2020).

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