I sistemi tributari e la “flat tax” del Bruno Leoni
- 12 Luglio 2017

I sistemi tributari e la “flat tax” del Bruno Leoni

Scritto da Gianluca Piovani

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Flat tax, semplificazione o diseguaglianze?

La teoria economica mostra che sarebbe ottimale tassare i redditi in modo unico. Purtroppo ciò non avviene. Attualmente in tutti i principali paesi sviluppati (Italia compresa) i redditi sono tassati in modo diversificato a seconda della loro provenienza. Il sistema progressivo è adottato nei casi di reddito personale, ovverosia generalmente per i redditi che derivano da lavoro. I redditi delle società di capitali sono invece tassati in modo proporzionale con aliquota fissa poiché è difficile applicare il principio del ricco o povero ad aziende. I redditi da capitale, cioè quelli tipici del ricco rentier, sono tassati ad aliquote abbastanza basse e proporzionali poiché aliquote alte disincentiverebbero il risparmio e poiché altrimenti tali capitali fuggirebbero in paradisi fiscali. Infine la tassazione sul consumo, in Italia denominata IVA, viene anch’essa applicata in modo proporzionale se non altro per ovvi motivi tecnici (in caso di IVA progressiva per comprare il pane al supermercato dovremmo quantificare al commesso i nostri consumi mensili totali e poi calcolare l’aliquota). Tale diversificazione dei sistemi crea squilibri e disuguaglianze poco desiderabili, come ad esempio il caso in cui alcuni redditi vengano “dirottati” da personali, ad aliquota progressiva alta, a livello di azienda o di reddito di capitale ad aliquota invece più bassa e proporzionale.

La proposta dell’IBL è quella di adottare una tassazione ad aliquota unica (e quindi secondo il sistema proporzionale) con un’aliquota pari al 25% su qualunque tipo di imponibile, che sia reddito personale o un consumo come l’IVA o un reddito da capitali o d’impresa. Per evitare l’incostituzionalità e i problemi di disuguaglianza questo sistema di tassazione proporzionale viene reso progressivo introducendo una fascia di esenzione per i redditi più bassi. Il costo di questa riforma ammonterebbe ad alcune decine di miliardi, tuttavia i sostenitori argomentano che sarebbe possibile finanziarla con tagli alla spesa pubblica e sarebbe quindi in sostanza “gratis”. Inoltre tutti ci guadagnerebbero: i ricchi avrebbero aliquote basse e proporzionali mentre i poveri godrebbero delle esenzioni. La classe media in sostanza non perderebbe e non guadagnerebbe poiché l’aliquota scelta è sufficientemente bassa. L’aliquota unica del 25% sarebbe inoltre da applicare a qualunque tipo di reddito, quindi tassazione personale (IRPEF), d’impresa (IRES) e al consumo (IVA) eliminando così le sperequazioni e le disuguaglianze e rendendo il sistema fiscale più semplice. Si argomenta inoltre che la proposta è chiara e semplice da attuare: considerata la farraginosità, le sperequazioni e la scarsa efficienza del sistema tributario italiano tale proposta avrebbe il pregio di essere un intervento drastico in grado effettivamente di sciogliere il nodo gordiano del problema del fisco: non uno dei soliti interventi dello zero virgola ma una vera e propria rivoluzione dell’intero meccanismo e dei criteri alla base del nostro sistema tributario.

Non tutti sono d’accordo con questo approccio e si sono levate molte voci contro questa proposta. Da un lato l’argomento della semplificazione è discutibile, la vera difficoltà nel calcolare le imposte è determinare la base imponibile e non il fatto che vi siano una decina di aliquote diverse. Il taglio della spesa con cui finanziare la riforma potrebbe essere usato per altri fini, quindi questa riforma costerebbe davvero alcune decine di miliardi, possiamo permettercelo? Per quanto riguarda l’eliminazione della differenziazione di aliquote, è vero che le distorsioni vengono eliminate ma a che prezzo? Si fa un piccolo regalo ai ceti più poveri attraverso il tecnicismo della fascia esente (rimborsabile anche ai redditi incapienti) e si ottiene un grande regalo per i più ricchi. Chi è veramente ricco infatti godrà di notevoli sconti in termini di tassazione: l’aliquota IRPEF marginale più alta (cioè come notato in precedenza quella cui tendono i redditi più elevati) è attualmente il 43%, ribassarla al 25% comporta il quasi dimezzamento delle imposte dovute all’erario da parte dei cittadini più facoltosi. L’ex ministro Visco conduce un’interessante riflessione a riguardo: mentre nel passato il sistema progressivo comportava una sorta di alleanza tra ceti poveri e medi per fare pesare maggiormente le imposte su chi poteva permettersi di pagarle, ovvero sui più ricchi, sembra che ora i più facoltosi tentino un’alleanza con i ceti più poveri per far pagare il conto alla classe media. Considerata la rilevanza della classe media per il funzionamento del sistema dei consumi ed il crescente livello di diseguaglianza a livello globale, tale approccio è discutibile. Si aggiunga inoltre che per quanto riguarda invece l’IVA si assisterebbe ad un aumento dell’aliquota: come è risaputo l’IVA colpisce maggiormente chi spende percentuali elevate del proprio reddito in consumi, ovvero i più poveri e ciò potrebbe azzerare il vantaggio in termini di benefici derivanti dalle esenzioni ed anzi risultare infine in un maggiore esborso.

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Scritto da
Gianluca Piovani

Nato nel 1991, ha conseguito la maturità presso il liceo scientifico Augusto Righi di Bologna, quindi la laurea triennale in Economia e Finanza e la magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica Il Chiasmo e ho svolto stage presso l’azienda bolognese Prometeia e in Banca di Bologna.

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