Includere gli esclusi: la cooperazione nella crisi tra tempo, lavoro e cura
- 12 Marzo 2020

Includere gli esclusi: la cooperazione nella crisi tra tempo, lavoro e cura

Scritto da Alessandra Smerilli

5 minuti di lettura

Alessandra Smerilli affronta il ruolo della cooperazione nel quadro della crisi economica nell’includere gli esclusi e nel conciliare le dimensioni del tempo, del lavoro e della cura.


Da un punto di vista teorico le cooperative possono essere definite come organizzazioni a movente ideale. Esse nascono infatti per rispondere a bisogni e per farlo in modo innovativo. Nella letteratura internazionale per indicare le organizzazioni a movente ideale si utilizzano le espressioni values-based organizations, oppure mission-driven organizations. Il movente ideale di queste organizzazioni può assumere diverse forme: può essere presente nel tipo di attività che si svolge, nelle motivazioni per cui un’organizzazione viene posta in essere (ad esempio l’inclusione nel processo produttivo dei soggetti più svantaggiati), oppure nel ‘modo’ di fare impresa, che riguarda la scelta dell’assetto di governance, o dell’assetto organizzativo (per la cooperazione è la governance democratica e il mutualismo). Queste caratteristiche devono essere compresenti in una organizzazione a movente ideale, sebbene in gradi e combinazioni diverse, in quanto è difficile immaginare, per esempio, motivazioni ideali che non si coniughino poi con una governance o un assetto organizzativo adeguati, poiché il ‘vino nuovo’ della mission ideale ha normalmente bisogno di ‘otri nuovi’ adeguati a contenere quel vino, e a farlo maturare con il tempo.

La cooperazione ha saputo coniugare bene il movente ideale legato alle risposte, con forme di governance innovative, riuscendo comunque a stare sul mercato. La cooperazione, infatti, nella storia è sempre riuscita ad intuire prima di altri i nuovi bisogni e ha saputo dare risposte innovative, grazie alla vicinanza ai più disagiati, alla forza del mettersi insieme di fronte a situazioni critiche, e allo sguardo imprenditoriale di chi sa vedere una risorsa dove altri vedono solo problemi da risolvere. Non è un caso che negli anni della crisi originatasi nel 2007/8, a fronte di una generale recessione, le organizzazioni di terzo settore, e tra esse le cooperative, hanno invece visto aumentare in Italia la propria attività. Nel mio cammino professionale ho incontrato tantissime cooperative, e le più affascinanti sono quelle che riescono con tanta semplicità a ribaltare i modi comuni di vedere il mondo, gli emarginati, i più poveri, facendone una risorsa, anziché uno scarto. Cooperative che permettono l’inizio di una seconda vita ai carcerati, offrendo una opportunità di lavoro e abbassando le possibilità di recidiva, cooperative che lavorano nel campo della cura, offrendo soluzioni inedite e vicine ai veri bisogni delle persone, rendendo chi riceve cure co-protagonisti e non solo destinatari di alcuni servizi, e quelle che propongono soluzioni innovative di lavoro evitando lo spopolamento di alcune zone interne dell’Italia. Una delle chiavi di lettura dell’opera delle cooperative in Italia è quella di riuscire ad includere gli esclusi nella società e nel mercato. In questo modo lavorano per portare all’attenzione di tutti i diritti, anche economici, degli esclusi, e nello stesso tempo ricordano al mercato la sua vocazione di essere luogo di incontro e di mutuo vantaggio. Sì, perché mettendo gli scartati al centro, stando vicini ai più deboli, queste realtà non fanno beneficenza, ma fanno comprendere a tutti che non solo è necessario, ma fa bene a tutti includere gli esclusi.

Già nel 1951 Hannah Arendt scriveva: «Il male radicale risiede nella volontà perversa di rendere gli uomini superflui. È come se le tendenze politiche, sociali ed economiche di questa epoca congiurino segretamente per maneggiare gli uomini come cose superflue». E oggi questo rischio di far diventare tante persone ‘superflue’ lo vediamo con i tassi di disoccupazione, in particolare giovanili, e quelli di povertà: dall’ultimo rapporto della Caritas emerge che in Italia l’incidenza della povertà assoluta è in aumento, e che un povero su due è giovane o addirittura minore. Gli scenari di evoluzione di nuove tecnologie e lavoro non fanno presagire nulla di buono in termini di occupazione. I dati OCSE ci dicono che nei prossimi 10 anni il 9% dei lavori attualmente esistenti scomparirà, e il 35% subirà una trasformazione. Siamo entrati anche nel mondo del crowd-work, dove il lavoro viene letteralmente comprato da piattaforme, con tutta una serie di problematiche legate alle tutele e alle garanzie per chi ‘acquista’ lavoro. Viviamo inoltre in un’epoca di cambiamenti tecnologici rilevanti e velocissimi. Tutto questo in Italia si coniuga con l’invecchiamento della popolazione (calo costante delle nascite e innalzamento dell’età media). Al problema della disoccupazione e della povertà si vuole porre rimedio con il reddito di cittadinanza, ma, a parte le riflessioni su cosa è il lavoro e la dignità che si acquisisce attraverso il lavoro, vorrei qui far notare che dal punto di vista governativo (ma non solo in Italia) non si sta offrendo uno sguardo complessivo e pluridimensionale. La realtà si presenta complessa, e le vie di uscita non sono certo semplici. Anche in questo momento storico la cooperazione può rappresentare una strada, certo non l’unica, per fronteggiare le sfide che l’Italia sta attraversando.

Una proposta innovativa viene dalla filosofa canadese Jennifer Nedelsky. Ella, partendo dal presupposto che sia il lavoro, sia il prendersi cura degli altri, sono dimensioni essenziali dell’essere umano, propone una società in cui nessuno lavori più di 30 ore alla settimana e nessuno dedichi alla cura meno di 12 ore alla settimana. Nella storia le norme sociali circa la durata e il valore di una giornata lavorativa sono cambiate. Alcuni cambiamenti sono avvenuti spontaneamente nel tempo, altri hanno richiesto momenti di rottura, lotte e organizzazione collettiva, come quella dei sindacati. E oggi i sindacati dovrebbero prendere una maggiore coscienza che i lavoratori da difendere sono anche quelli che vorrebbero lavorare e non possono, persone che invece non hanno alcuna tutela.

La proposta di cambiamento, però, non è semplicemente quella di ‘lavorare meno, lavorare tutti’. Le ore liberate, e pagate come se fossero di più, almeno secondo la norma oggi vigente, potrebbero essere restituite alla società in modo diverso: per la cura dei bambini, degli anziani, dei più deboli, in famiglia e nei quartieri di riferimento, e per la coltivazione delle nostre relazioni e della nostra umanità. Questa proposta la potremmo definire di lavoro part-time per tutti e attività di cura per tutti. Jennifer Nedelsky scrive in proposito: «Tutti devono donare cura, e nessuno deve stare a casa disoccupato, e tutti devono avere un lavoro pagato, anche se lavoro part-time deve significare ‘buon’ lavoro. Per questo l’espressione ‘part-time’ va rivista, non deve essere intesa come la si intende oggi, ma come un nuovo modo di vivere il lavoro, un nuovo ‘lavoro full time’ per tutti, insieme alla cura».

In questo scenario risorse impiegabili per il reddito di cittadinanza, dovrebbero andare a sostegno della diminuzione di ore lavorate al giorno da ogni persona, sapendo anche che, se ognuno si dedicasse anche per due ore al giorno alla cura, diminuirebbero anche i costi di cura a carico dello Stato. Chiaramente qui non si tratta di cura professionale, ma di ore di assistenza. Anche le imprese potrebbero essere coinvolte in questo processo. Oggi la defiscalizzazione degli strumenti di welfare aziendale, sta portando molte imprese, che vogliono riconoscere il valore del lavoro, ad adottare questi strumenti. Anche la defiscalizzazione del welfare aziendale è un costo per lo Stato: sono risorse economiche che potrebbero essere impiegate diversamente. Le cooperative potrebbero avere un ruolo essenziale in questo processo, organizzando le attività di cura da una parte, e indirizzandole verso chi ha più bisogno dall’altra. Essendo da sempre le organizzazioni più vicine alla gente, le cooperative sono le organizzazioni più adatte a comprendere dove sono i bisogni di cura e come colmarli. Immaginiamo un mondo dove tutti, ma veramente tutti hanno un monte ore da dedicare alla cura, verso la propria famiglia e, a secondo dei cicli della vita, ad altri, nel proprio quartiere, nel vicinato, o nella città, a seconda delle proprie competenze o abilità. E immaginiamo che tutto questo lavoro sia gestito da cooperative che affiancano la cura professionale a questo mondo di volontariato.

La proposta della Nedelsky è un qualcosa di diverso dallo slogan ‘lavorare meno, lavorare tutti’: è affermare che lavoro e cura di sé e degli altri sono due dimensioni coessenziali della vita e ci rendono più umani. Non conosco veramente il carattere di una persona finché non la osservo mentre lavora, nello stesso tempo non conosco veramente il suo cuore e il suo grado di umanità, finché non la vedo prendersi cura di un’altra persona.

Un cambiamento così importante nel modo di intendere il lavoro e la cura è uno di quei processi che richiedono proteste e conquiste collettive. Se la cura è una dimensione essenziale dell’essere umano, e non si è pienamente umani se non ci si prende cura degli altri (anche pulire una stanza è prendersi cura di chi dovrà abitarla), allora tutti dovremmo diventarne più consapevoli. Ritroveremo un nuovo rapporto con il lavoro, se troveremo un nuovo rapporto con la cura, uomini e donne insieme. E sarà forse un modo di occuparci tutti insieme di una Italia che ha bisogno di cura e di lavoro.

Scritto da
Alessandra Smerilli

Religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Professore ordinario presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» insegna anche all’ Università LUMSA e presso il Master di Economia civile e non-profit, promosso dall’Università di Milano - Bicocca. Membro del Comitato Etico del consorzio CHARIS e del Comitato Etico di BANCA ETICA, è tra i soci Fondatori della SEC (Scuola di Economia Civile). Editorialista di «Avvenire». È stata nominata da Papa Francesco consigliere di Stato della Città del Vaticano.

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