Social network e costruzione del consenso

Social network e costruzione del consenso

Pensare al consenso politico nell’era dell’algoritmo significa abbandonare buona parte delle convinzioni vigenti e in particolare superare un certo mainstream culturale che – più o meno a partire dagli anni Ottanta – ha imposto la centralità di un mezzo, quello televisivo, capace di tagliare – con strumenti legislativi, comunicativi e narrativi – le ali estreme per spingere l’elettore verso un utopico nuovo centro moderato. Fu il decennio di Tony Blair, di Bill Clinton e, soprattutto, di Silvio Berlusconi, capace come nessun altro di piegare la comunicazione televisiva al fine politico.

Oggi quel mondo non esiste più, o meglio, si sta marginalizzando, consumato da fenomeni complessi e ancora privi di una lettura univoca. Internet, i social network, gli smartphone non hanno cambiato i rapporti umani che rimangono difficili da sondare e ancora più da capire, hanno livellato i rapporti di forza tra classi dirigenti (élite, forse) e cittadino comune. Dalla televisione lineare, con un palinsesto rigido, programmi definiti e orari intoccabili si è passati a Netflix: milioni di contenuti, sempre disponibili, tutto il giorno, anche in viaggio.

Non stupisce che, seppur con ritardo, anche la politica abbia seguito la stessa evoluzione. Il corpo del politico ha abbandonato le pose rigide, i gessati, gli austeri palazzi: oggi l’agenda viene dettata dalle dirette su Facebook dei leader politici, ex ministri e virologi di fama internazionale discutono su Twitter, mentre le riunioni sono vissute in diretta su Youtube.

Forse ha ragione chi sostiene che un video in streaming non ha la pervasività del Tg1 delle 20.00 – oltre otto milioni di spettatori secondo gli ultimi dati Auditel – ma ha una caratteristica diversa, molto più preziosa: quella di aggregare delle nicchie. Apparire in televisione può essere paragonato al distribuire milioni di volantini nelle caselle postali: qualcuno forse li leggerà ma la massima parte finiranno al macero. Su internet è l’esatto opposto: le comunità si creano da sole e sono ipersensibili a determinati messaggi.

Questo fa sì che oggi non si tratti tanto di indirizzare le masse ma di “tornare a Lenin”, ai rivoluzionari che guidano il popolo. Online il consenso non si crea con gli slogan o i messaggi a effetto: bisogna esplorare, trovare e curarsi delle nicchie, comprese quelle piccolissime, che possano fare da fertilizzante per una futura egemonia culturale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il consenso online

Pagina 2: I social network e l’alt-right americana

Pagina 3: Il “consenso della rete” in Italia


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Nato a Bergamo, vive a Bruxelles, ogni tanto a Strasburgo. Lavora al Parlamento Europeo e si occupa in particolare di politiche di bilancio.

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